Un mondo ideale è un mondo senza bandiere, ma la storia ce ne ha consegnate più di duecento. Delimitano Stati armati, confinari, burocrati e indebitati. Delimitano il limes: il di qua e il di là. Cos’è la guerra? Cos’è la politica, se non (anche) issare la mia bandiera e ammainare la tua?

Una pratica però “disarmante e disarmata” ha il dovere di riconoscere le ragioni che stanno dietro l’altra bandiera, discernendo le ragioni imperiali dalla parte, spesso minoritaria, del popolo: di chi pratica la resistenza quotidiana, nonviolenta, l’attivismo delle ONG, distinguendoli da colui o coloro che li governano e che vorrebbero prima controllare e poi espellere.

I principali imperi sono cinque (Stati Uniti, Cina, Russia, Turchia e Iran) e, in quanto tali, vanno oltre confine, travalicano, impongono la propria bandiera. Sono accomunati dalla volontà di sminuire la bandiera delle istituzioni internazionali, dall’ONU al TPI (Tribunale Penale Internazionale) fino all’UE. Imperi minori come Israele agiscono in nomine Dei e si espandono nonostante le minoranze interne e le disapprovazioni esterne. Imperi maggiori come l’India impongono una religione di Stato e trasformano il premier in una sorta di capo religioso “unto da Dio”.

In ogni conflitto, come insegnava il compianto Piergiorgio Cattani di “Sinistra per Israele” e mio caporedattore in Unimondo, dobbiamo dapprima disarmare il nostro linguaggio e poi riconoscere la resistenza nel campo dell’oppressore. A noi che tentavamo di comunicare, il compito di smontare le molte menzogne che abitano ogni conflitto.

Ciò che contraddistingue la Russia dall’Iran è la propaganda e la diffusione massiccia di fake news oltre confine, pratica che i pasdaran al potere non hanno (per fortuna) saputo esercitare allo stesso modo.

Solo in questa prospettiva “grigia” — né nera né bianca — possiamo riconoscere sia la gloriosa resistenza ucraina, fatta di sacrificio loro e di protezione nostra, sia il coraggio degli attivisti russi. Da Anna Politkovskaja alle decine di leader politici deceduti che hanno osato sfidare il potere, fino alle madri incarcerate solo perché chiedono il ritorno dei propri figli dal fronte. Non possiamo che essere vicini alle molte ONG russe nate negli anni della Perestrojka e costrette a chiudere i battenti. La pietas deve estendersi alle centinaia di migliaia di famiglie ucraine e russe che hanno sacrificato i loro figli in una guerra volta a non far sfigurare — a non far fare brutta figura — allo zar di turno, che deve dimostrare al mondo intero che la sua invasione era ben pianificata, in una contraddizione fatta di case d’oro e conti all’estero per pochissimi e di condizioni da quarto mondo per i più.

Una delle differenze tra autocrazie e democrazie risiede proprio nell’esercizio della “brutta figura”, tipica in democrazia di ogni tornata elettorale. Cosa che il dittatore che si erge a Onnipotente — controllando tutti e quattro i poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario e informativo — non tollera né può sopportare. Nei territori dove impera la bandiera rossa (Cina, Russia, Corea del Nord) vige un solo partito dominante. A coloro che in Italia vorrebbero mettere al bando i partiti minori, si consiglia un giro nei territori di questi despoti o nelle teocrazie.

Ma gli imperi, che sembrano oggi dominare le relazioni internazionali in sostituzione degli Stati-nazione, presentano delle falle.

Possiamo riconoscere in questi giorni l’attivismo del popolo iraniano, fatto di commercianti e studenti che stanno occupando Teheran contro uno strapotere religioso. Possiamo riconoscere la nonviolenta Generazione Z a Nairobi contrapposta ai “goons” (giovani disperati, infiltrati e dediti allo sfascio, reclutati dal potere nelle baraccopoli per screditare la vera Generazione Z). Possiamo sentire i fischi negli stadi a stelle e strisce ogniqualvolta si presenti Trump. A riguardo non basta essere solidali con il popolo canadese, panamense, venezuelano o della Groenlandia, ma anche con il popolo americano che resiste, inonda le città di manifestazioni e che sta vincendo da New York a Miami, spesso purtroppo sostituendo un populista con un altro populista. Perché l’odio verso il sapere, il saper essere e il saper fare non ha colore politico, e la devastante filosofia dell’“uno vale uno” è la migliore arma in mano alle autocrazie per demolire le democrazie.

Non basta condannare il delirio di onnipotenza della Cina, che dopo aver acquistato molta Africa mira a prendersi sia la Russia sia Taiwan, ma occorre riconoscere le sacche di resistenza che vanno dai difensori dei diritti umani arrestati nel 2023 fino agli attivisti pro-democrazia di Hong Kong. Vanno sostenute ONG come Amnesty International, che non si stancano di denunciare le numerose violazioni dei diritti umani nel Paese del Dragone.

Ma la vera bandiera che accomuna i popoli europei non sventola a Parigi, a Berlino e men che meno a Roma. Figuriamoci a Trento, dove è stata vergognosamente ammainata. La bandiera del continente che più ha conosciuto la pace, che ha debellato la guerra dalla propria storia, che si fonda sul diritto e che coniuga democrazia e libertà, sventola a Tbilisi, in Georgia, dove da anni si manifesta contro il buio comunista; viene issata a Kiev, in Ucraina, all’arrivo della presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen. Viene esposta in Moldavia, Paese inondato di contributi russi ma che, grazie ai moldavi che vivono all’estero, ha scelto liberamente Bruxelles anziché Mosca. È ormai un simbolo consolidato in Estonia, Lettonia e Lituania, dove i cittadini hanno scelto liberamente da che parte stare. La vecchia Europa, ormai stanca, seduta e demotivata, con molti partiti a libro paga delle ambasciate straniere, è schiava della sua stessa libertà. Dà pari spazio a docenti menzogneri che non sono mai riusciti a spiegare l’esodo di popoli che scappano da territori filorussi come il Nicaragua o il Venezuela, dove imperversano crisi economiche, politiche e sociali. Teniamoci stretta non solo la bandiera italiana, ma soprattutto quella europea, checché ne dicano sovranisti e populisti.

Quindi, alle manifestazioni pubbliche issiamo sia la bandiera palestinese sia quella israeliana, perché dal fiume al mare c’è posto per entrambi. Nei nostri edifici issiamo con orgoglio sia la bandiera italiana sia quella europea. E a scuola insegniamo soprattutto Tolstoj e Dostoevskij, perché non vi è nulla di più stupido che boicottare lo studio e il pensiero, come purtroppo stanno facendo alcune università americane che omettono la vastità del pensiero europeo.