Un mio studente, nell'ambito del corso di studi in Economia Politica, mi chiese di parlare del signoraggio. Il discente precisò di averne sentito parlare alla TV e di avere cercato di approfondire l'argomento nella rete, ma di esserne uscito più confuso di prima.

Trenta anni prima una simile domanda sarebbe stata impensabile.

A quel tempo non è che mancassero i ragazzi curiosi e intelligenti, ma i canali di informazione erano ancora quelli tradizionali; quelli stessi di cui potevo aver fruito io, ai tempi dei miei studi superiori: libri, giornali, radio; con l'aggiunta della TV, certo, ma non di quella satellitare che oggi è così ricca di offerte.

In effetti la Rete ha cambiato tutto e tutti, in ogni campo, compresi anche quelli dell’insegnamento e della cultura. Non a caso, in campo medico, si parla del dottor Google, in campo giuridico di Perry Meta (versione multimediale dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria) e in campo scolastico del professor Twitter. Oggi con un semplice click, in rete trovi davvero di tutto e di più.

Ma l'offerta eccessiva, come insegna anche la storia dell'asino di Buridano, non sempre è positiva e talvolta addirittura finisce per confondere i fruitori e i destinatari.

La verità è che per affrontare e per capire certi argomenti, occorre avere delle basi. Inoltre, occorrerebbe avere anche un certo metodo di cercare e di studiare in Rete.

La scuola, da questo punto di vista, si è mostrata impreparata.

L'innovazione tecnologica è sopravvenuta così improvvisa e incalzante, che la classe docente non è riuscita a stare al passo. Anche per colpa del Ministero preposto, parlo di tutti i ministri in modo trasversale, sempre prodigo di riforme a costo zero, ma assai avaro nel predisporre strumenti e, soprattutto, corsi di aggiornamento.

Gli studenti così, con il fai da te, si sono ritrovati davanti al computer, da soli, a gestire una marea ingente di informazioni che andrebbero invece selezionate, classificate e spiegate. A ciò si aggiunga che le televisioni, con o senza padrone, mettono in onda programmi che divulgano il sapere con una certa approssimazione e con eccessiva disinvoltura.

Così, l'informazione scientifica (con poche lodevoli eccezioni), in campo televisivo, contribuisce a rendere il quadro di riferimento dei nostri giovani studenti, alquanto confuso e agitato.

Per capire meglio il significato del termine Signoraggio, ho per prima cosa introdotto alcuni argomenti che sono propedeutici al delicato tema: la definizione, l’origine storica e il funzionamento dello strumento economico e finanziario così definito.

Per signoraggio viene comunemente inteso il compenso che spetta all’ente o all’organo che provveda all’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote in circolazione.

Per l'Eurosistema, questo reddito è definito come il reddito annuo che la Banca Centrale Europea ottiene in contropartita delle banconote in circolazione e dei depositi costituiti dalle Banche Nazionali Centrali che, su mandato BCE, emettono le banconote necessarie a fare girare l’economia nei singoli Stati di riferimento. Nella realtà, è bene precisarlo, il reddito della BCE è da questa redistribuito alle Banche Centrali Nazionali sulla base della loro partecipazione al suo capitale. Le BCN, a loro volta, lo fanno affluire ai rispettivi Stati, una volta dedotte le spese di funzionamento e dopo avere operato i necessari accantonamenti.

Per capire meglio il significato e la rilevanza del signoraggio occorre risalire alla sua origine storica. In Europa, dal Medioevo fino all'Ottocento, chiunque poteva portare un pezzo d'oro alla Zecca pubblica e farselo coniare. C’era naturalmente un prezzo da pagare: questo prezzo era chiamato “aggio” e spettava al “Signore” e cioè a colui, monarca, o nobile, o ecclesiastico, che esercitasse quel potere di Conio che spettava soltanto a loro “per grazia ricevuta”. Unendo i due termini si ottiene appunto “Signoraggio”. Grazie al conio la moneta era accettata da tutti come mezzo di pagamento, senza dover essere pesata e verificata da chi la riceveva. Lo Stato si faceva pagare questo "servizio" trattenendo una parte dell'oro portato alla Zecca. Questo era il diritto di signoraggio.

Più tardi cominciò a diffondersi la carta moneta, un semplice "strumento intermediario convenzionale", basato non sull’oro ma sulla fiducia, dal costo di produzione quasi nullo, che consentiva di portare a termine gli scambi come e meglio della moneta metallica.

Ma sarebbe un errore amplificare e addirittura mitizzare, come si legge troppo spesso in rete, il ruolo e il contenuto che attualmente riveste questo signoraggio, ormai sganciato dalla sua origine arcaica. Sarà magari l’ennesimo strumento di sfruttamento capace di fare emergere l’opportunismo dello Stato, inteso come organizzazione tesa a mungere i contribuenti, ma non è certo quell’elisir o quella pietra filosofale capace, come leggo in rete, di risolvere tutti i problemi in cui si dibattono oggi gli Stati.

Certi leoni da tastiera, antieuropeisti o filorussi, o chissà di quale altro ceppo dei neo esperti della Rete, arrivano perfino a sostenere che con il signoraggio si risolverebbe la questione del debito pubblico, attribuendo al divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro del 1981 o comunque dalla rinuncia ad emettere moneta, conseguita all’adesione dell’Italia al progetto della comune moneta europea, l’origine di tutti i nostri guai finanziari e dello stesso debito pubblico.

Se c’è una cosa, forse vera, in questa convinzione dei sovranisti, è che allo Stato italiano sarebbe convenuto, come debitore dei titoli pubblici, che l’inflazione continuasse a galoppare a due cifre, svilendo così il suo debito e il credito dei suoi cittadini (è noto infatti a tutti che l’inflazione avvantaggia il debitore e danneggia il creditore).

Ma i responsabili politici di allora, più tecnici che politici, decisero per un’Italia più solida in campo internazionale, da inserire nel contesto monetario comunitario. Questa è stata comunque la scelta politica. Non sono convinto che sarei stato più contento come cittadino, di pagare quella tassa occulta e oscura, che si chiama inflazione, il cui peso, come tutti sanno, ricade comunque sulle classi meno abbienti.

Tralascio qui un’analisi dettagliata delle bufere finanziarie create nei diversi periodi della storia moderna, dall’abuso del potere di emettere moneta: dai disastri dei finanzieri del Terrore francese negli anni che vanno dal 1790 al 1796, alle carrettate di marchi tedeschi necessari per fare la spesa nella Germania del primo dopoguerra, passando dalle varie vicende delle diverse repubbliche delle banane, convinte di avere trovato la formula alchemica per la trasformazione del piombo in oro.

Io sul tema della moneta, resto ancorato alla teoria quantitativa della moneta (elaborata da Irving Fisher). In rete, a volte, converge e si coagula tutto il malcontento di cittadini incapaci di orientarsi correttamente in un mondo troppo complicato. L'unica cosa esatta, che seppure in maniera inespressa, ritrovi nei loro graffi felini (sto parlando di una variante della nota categoria dei leoni da tastiera), è la certezza che qualcuno, molto più forte di loro, li stia fottendo (anche se alcuni, al risveglio, accorgendosi di essere divenuti poliorchidi, restano nella convinzione di essersi trasformati in dei super uomini).

Il risultato è che, mentre ai miei tempi, queste teste balzane, si limitavano a compilare la lista dei convocati della Nazionale di calcio e, in aggiunta, qualche schema di gioco alternativo alla staffetta di Valcareggi, oggi, i soloni del web, discettano sui massimi sistemi, chi immaginando una terra ancora piatta e chi l'esistenza di una centrale segreta dell’informazione che li tenga all'oscuro di certi inenarrabili segreti che, guarda caso, qualche furbone ha svelato in alcuni libri pubblicati da editori coraggiosi e indipendenti.

Uno di questi inenarrabili segreti (quello appunto relativo al signoraggio) io, con i miei studenti, lo chiamavo "la manovella magica", facendo riferimento al fatto che un tempo, le macchine tipografiche con cui si stampavano banconote, funzionavano a mano, come i vecchi ciclostile degli anni Sessanta.

Taluni, come dicevo, arrivano perfino a credere che la possibilità di stampare moneta in proprio, sia utile e necessaria per risolvere i problemi del debito pubblico.

Non c'è chi non veda che se ciò fosse vero, l'Albania, la Bulgaria, o i Paesi più poveri dell'Africa e di ogni continente, sarebbero invece dei ricchi paperoni con i forzieri pieni d'oro e d'altre ricchezze.

In una tale congerie di idee a me non resta altro appiglio, come ho già detto, che la teoria quantitativa della moneta. Si può aumentare la quantità di moneta in circolazione, senza causare inflazione, soltanto se si aumenta la quantità di beni prodotti in quello stesso circuito economico.

Insomma, occorre diffidare di certe teorie che circolano in rete. Resta senza dubbio corretta la percezione che, in ambito finanziario, esistano dei furboni che si arricchiscono con il vecchio trucco delle tre carte. Ed è altrettanto indubbio che anche lo Stato oggi, appare governato da troppi cialtroni, impreparati e incapaci di tutelarci contro i poteri finanziari.

Ma il mondo è sempre stato così: accanto a degli ingenui che si convincono che i cani sia bene legarli con la salsiccia, vi è chi gielo suggerisce o glielo lascia credere. Per poi mangiarsi le salsicce, lasciando scappare i cani.

L’enorme debito pubblico che ha accumulato l’Italia non ha niente a che fare con il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro e purtroppo non si risolverebbe nemmeno se l’Italia non fosse entrata nella moneta comune europea. Anzi, ho la netta impressione che la nostra società, il nostro benessere, la nostra stabilità finanziaria, sarebbero molto più esposte alla rapacità dei poteri finanziari se non avessimo lo scudo di una moneta forte come l’Euro.

Le nostre povere vecchie lirette svolazzerebbero come farfalle impazzite e in ogni caso, la loro minore o maggiore solidità internazionale dipenderebbe pur sempre dalla quantità di beni e servizi prodotti a livello nazionale (in fondo, a ben vedere, il valore della moneta, anche a livello interno, è dato dal rapporto tra la domanda e l’offerta).

E il signoraggio, anche se si tratta di un balzello odioso e anacronistico, non ha un’entità e una dimensione tali da potere influenzare il debito pubblico.

Io confido, per concludere, che il cammino dell’unione europea porti alla condivisione del debito pubblico. Soltanto allora, con un debito condiviso a livello europeo, l’Italia potrà dirsi liberata dalla schiavitù finanziaria alla quale l’hanno incatenata gli allegri e disinvolti politici degli anni Settanta e Ottanta.

Non vedo seriamente altre vie d’uscita o di fuga.