Potrebbe sembrare quasi anacronistico tornare a parlare di Israele e Palestina dopo l’arresto di Maduro: un evento di tale portata da rischiare di oscurare, almeno temporaneamente, il disastro in corso in Medio Oriente. Ritengo tuttavia necessario affrontare preliminarmente come una parte sempre più ampia del mondo stia reagendo alle politiche del governo israeliano e al sostegno politico offerto da Donald Trump, rinviando a un successivo articolo l’analisi del caso Maduro e della carica simbolica di Trump, spesso teatrale, di esportare la democrazia come fosse una merce o un know-how trasferibile da un Paese all’altro.
Nel ciclone drammatico che ha attraversato il Medio Oriente e infiammato il pianeta, il conflitto tra Israele e Palestina è tornato a scuotere la coscienza collettiva mondiale.
Gli eventi che hanno investito la Striscia di Gaza dopo l’8 ottobre 2023 hanno aperto una frattura profonda fra narrazioni contrapposte: da un lato la giustificazione di Stato proposta da Benjamin Netanyahu e, sul palcoscenico internazionale, il sostegno politico del presidente Donald Trump, condiviso da diversi governi; dall’altro una condanna sempre più ampia che parla di responsabilità penale, di crimini contro l’umanità e, per molti osservatori e organismi internazionali, di genocidio.
Le parole usate dai leader non sono mai neutre: modellano la percezione pubblica, legittimano politiche e possono entrare nel perimetro del diritto internazionale. In questo articolo ricostruisco le giustificazioni ufficiali, le obiezioni interne e internazionali e analizzo le accuse mosse, facendo riferimento alle principali fonti estere e agli strumenti giuridici disponibili.
Le giustificazioni ufficiali: cosa hanno detto Netanyahu e Trump
Benjamin Netanyahu ha descritto ripetutamente le operazioni militari nella Striscia di Gaza come una “risposta necessaria” al terrorismo di Hamas: una misura volta a proteggere i cittadini israeliani, liberare gli ostaggi e distruggere la capacità militare del gruppo armato. Nei suoi discorsi pubblici il leitmotiv è stato quello della sicurezza nazionale e del dovere dello Stato di impedire nuovi attacchi contro civili israeliani. In più dichiarazioni ufficiali recenti, Netanyahu ha sostenuto che l’ingresso negli ultimi nuclei urbani di Gaza e l’azione contro i cosiddetti “centri di potere” di Hamas fossero finalizzati a neutralizzare la minaccia e a ottenere la restituzione degli ostaggi1.
Secondo questa impostazione, qualunque restrizione alle operazioni militari statali costituirebbe un incentivo per ulteriori attacchi futuri da parte di gruppi armati. Per i sostenitori di questa linea, la piena occupazione di Gaza e l’espulsione di Hamas dalla Striscia rappresenterebbero l’unica via per prevenire nuove minacce2.
Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un appoggio solido e reiterato a Israele, avanzando proposte che hanno suscitato forte allarme internazionale. In più occasioni, nel corso del 2025, ha suggerito che Paesi vicini — in particolare Egitto e Giordania — dovessero accogliere parte della popolazione di Gaza, arrivando a parlare della necessità di “ripulire” la Striscia. Dichiarazioni interpretate da molti osservatori come richieste implicite di trasferimento forzato di civili, in aperto contrasto con il diritto internazionale3.
Le narrazioni ufficiali — autodifesa nazionale, necessità militare, lotta al terrorismo — hanno così permeato l’azione diplomatica e militare. Tuttavia, quando tali operazioni producono decine di migliaia di vittime civili e la distruzione sistematica delle infrastrutture vitali, il linguaggio della sicurezza entra in collisione con norme internazionali che vietano trasferimenti forzati, attacchi indiscriminati e atti che mostrino l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso4.
La voce della comunità internazionale e dei rapporti indipendenti
Negli ultimi due anni, numerosi organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani hanno analizzato i fatti, producendo valutazioni di particolare durezza. Commissioni indipendenti delle Nazioni Unite hanno concluso che le azioni condotte nella Striscia di Gaza presentano elementi riconducibili al genocidio e hanno invitato Stati e organismi internazionali a intervenire per prevenire ulteriori atti e perseguire i responsabili. Parallelamente, Amnesty International e Human Rights Watch, al termine di indagini estese, hanno affermato che esistono elementi sufficienti per qualificare come genocidio alcune condotte adottate nel corso delle operazioni, chiedendo misure immediate per fermare la violenza e garantire responsabilità penale5.
Queste conclusioni incidono su più livelli: politico (pressioni per sanzioni, sospensione della vendita di armi, richieste di cessate il fuoco), diplomatico (richieste di indagini indipendenti, sospensione di cooperazioni militari) e giudiziario (aperture di inchieste presso la Corte Penale Internazionale o presso corti nazionali che applicano la giurisdizione universale6).
Parallelamente, il sostegno globale alla popolazione palestinese e le critiche alle operazioni israeliane hanno spinto diversi Paesi a condannare apertamente Tel Aviv per aver creato una crisi umanitaria profonda, denunciando la drammatica perdita di vite civili e la privazione di aiuti essenziali.
Voci critiche dentro Israele e negli Stati Uniti
La narrazione del consenso nazionale non è totale. All’interno di Israele si sono levate voci di dissenso significative: organizzazioni come B’Tselem e Breaking the Silence, insieme a giornalisti, accademici e gruppi di riservisti e pacifisti, hanno denunciato pubblicamente l’uso eccessivo della forza e le gravi implicazioni etiche e legali delle operazioni militari.
Documenti e rapporti prodotti da ONG israeliane descrivono ordini di evacuazione di massa, distruzione sistematica di quartieri e pratiche che hanno avuto come conseguenza diretta la privazione dei mezzi di sussistenza e la morte di numerosi civili7. In Israele, un numero crescente di riservisti ha espresso dissenso, segnalando una crisi di legittimità interna rispetto alla guerra8.
Negli Stati Uniti, settori dell’opinione pubblica, membri della comunità ebraica e figure politiche hanno messo in discussione il sostegno incondizionato a Israele, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla possibile ricollocazione delle popolazioni civili9. Proteste di piazza, appelli al Congresso e pressioni per limitare le forniture militari sono diventati elementi centrali del dibattito pubblico.
Approfondimento legale: genocidio, crimini di guerra e responsabilità
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948 definisce genocidio gli atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Gli elementi essenziali sono gli atti materiali — come uccisioni, lesioni gravi, imposizione di condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica del gruppo — e l’intenzione specifica, il cosiddetto dolus specialis.
Secondo le commissioni e le ONG citate, la combinazione di bombardamenti in aree densamente abitate, restrizioni sistematiche agli aiuti umanitari, ordini di evacuazione generalizzati e proposte di trasferimento forzato appare coerente con condotte che possono integrare le componenti materiali del genocidio, mostrando indizi di un progetto con effetti distruttivi su larga scala.
Accanto al genocidio, i rapporti evidenziano possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusi attacchi indiscriminati contro civili e infrastrutture protette. La Convenzione sul genocidio impone inoltre agli Stati non solo l’obbligo di punire, ma anche quello di prevenire, sollevando interrogativi sulla responsabilità di chi fornisce sostegno politico o militare.
La Corte Penale Internazionale ha aperto indagini sulla situazione in Palestina e ha respinto recenti tentativi di bloccarne il corso, confermando la prosecuzione dell’esame delle responsabilità penali. A ciò si affianca la possibilità, per alcuni ordinamenti nazionali, di esercitare la giurisdizione universale.
Le implicazioni politiche e morali
Se le accuse dovessero tradursi in incriminazioni o sentenze, le conseguenze geopolitiche sarebbero profonde: isolamento diplomatico, sospensione di aiuti militari, misure economiche mirate e una compromissione duratura dell’immagine internazionale dei responsabili. Già oggi si registrano segnali concreti in questa direzione, accompagnati da una pressione crescente delle piazze e delle società civili. Il conflitto ha ormai superato la dimensione puramente militare per entrare in quella giudiziaria e morale. È una prova decisiva per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle istituzioni nate dopo la Shoah con l’obiettivo di impedire il ripetersi di simili tragedie.
Conclusione
Quella che stiamo vivendo non è soltanto una guerra, ma una crisi morale globale. Le giustificazioni di Netanyahu e il pieno appoggio politico di Trump mostrano fino a che punto la ragion di Stato possa spingersi nel tentativo di negare l’evidenza dei fatti e il valore universale delle norme.
Il diluvio di verità che oggi si abbatte sulla coscienza globale non potrà essere arrestato da dichiarazioni ufficiali o da ragioni di opportunità politica. I tuoni di rabbia che attraversano le piazze del mondo sono il segnale che una parte dell’umanità rifiuta di voltarsi dall’altra parte. Spetta ora alle istituzioni, ai tribunali e ai governi decidere se essere all’altezza di questa sfida o consegnare al futuro l’ennesima pagina di vergogna.
Note
1 Dichiarazione di Netanyahu del 10 ottobre 2025.
2 Gaza, Netanyahu all'Onu tra proteste e applausi: "7 ottobre commessi atti indicibili".
3 Trump says Jordan, Egypt should take in Palestinians from Gaza; Egypt and Jordan push back.
4 What is ‘home’ now? A woman’s two-year search for safety in the ruins of Gaza.
5 Israel has committed genocide in the Gaza Strip, UN Commission finds.
6 Gaza: Latest Israeli Plan Inches Closer to Extermination.
7 Il documento Our Genocide.
8 The Israeli army is facing its biggest refusal crisis in decades.
9 American Jewry as Netanyahu’s mob is accused of genocide for aid denial in Gaza.















