L'economista Maxim Oreshkin ha presentato la sua visione del futuro dell'economia globale durante la cerimonia di apertura del II Dialogo Aperto "Il Futuro del Mondo. Una nuova piattaforma per la crescita globale" presso il Centro Nazionale Russia.
Nel suo discorso, ha delineato i megatrend che determineranno la traiettoria dello sviluppo globale per i prossimi decenni: perché il controllo sugli standard, sulle piattaforme tecnologiche e sulle catene di approvvigionamento critiche conta oggi più della partecipazione formale alle istituzioni globali, e come l'economia moderna si stia spostando dall'automazione del lavoro all'automazione delle istituzioni stesse. Particolare attenzione è stata rivolta ai temi che stanno ridisegnando l'economia mondiale: la trasformazione dei modelli di business delle istituzioni finanziarie, la demografia come vincolo chiave alla crescita piuttosto che come fattore di sfondo, e la nuova architettura del mercato del lavoro, che sta già cambiando il percorso di vita degli individui.
La demografia come vincolo sistemico: dal dividendo al debito biologico
L’analisi di Oreškin segna il passaggio definitivo dalla demografia intesa come statistica alla demografia come destino geoeconomico. Il ribaltamento della piramide sociale non è solo un mutamento della struttura per età, ma il crollo del pilastro su cui si è retta l'economia del XX secolo: l'abbondanza di capitale umano giovane.
Nel 1950, il mondo viveva in un regime di "dividendo demografico": una base larghissima di bambini (35%) e una popolazione anziana marginale (5%). Questo garantiva una crescita organica della forza lavoro e una pressione minima sui sistemi di assistenza. Entro la fine del XXI secolo, questo equilibrio sarà capovolto. Il dato citato sull'Asia è brutale: un rapporto di dipendenza del 77% significa che ogni lavoratore dovrà sostenere quasi interamente il peso economico di un anziano. In un simile scenario, il contratto sociale basato sui sistemi pensionistici a ripartizione — dove i giovani pagano per i vecchi — cessa matematicamente di esistere.
L'esempio della Cina serve a Oreškin per illustrare la fine dell'era dell'urbanizzazione accelerata. Se per trent'anni il motore del PIL mondiale è stato la costruzione di megalopoli per accogliere centinaia di milioni di migranti rurali, il crollo delle nascite a 8 milioni l'anno (meno della metà rispetto a soli dieci anni fa) trasforma queste infrastrutture in pesi morti. Il rischio non è più la sovrappopolazione, ma lo "spopolamento delle infrastrutture": città progettate per la crescita che si troveranno a gestire quartieri fantasma e reti di trasporto sovradimensionate. Questo comporterà una svalutazione massiccia degli asset immobiliari, che per decenni hanno rappresentato la principale forma di risparmio per le famiglie.
In questo vuoto demografico, il dibattito sull'intelligenza artificiale e sulla robotica cambia segno. Non si discute più se l'IA "ruberà il lavoro", ma se sarà in grado di sostituire il lavoratore che non è mai nato. Oreškin identifica nell'automazione estrema l'unico sostituto possibile della manodopera umana per garantire i servizi essenziali: cibo, energia e sanità.
La "fisicalizzazione" dell'IA — ovvero il suo ingresso nel mondo fisico tramite robotica antropomorfa — diventa una strategia di sopravvivenza nazionale. Per i popoli sovrani come la Russia o la Cina, l'investimento in robotica non serve ad aumentare i margini di profitto, ma a mantenere i livelli minimi di produzione in una società che si contrae. La produttività deve crescere in modo esponenziale per compensare la diminuzione del numero di braccia, rendendo la tecnologia il vero "lavoratore infinito" del prossimo secolo.
L’era dell’intelligenza artificiale agentica: oltre il confine dell’umano
Il progresso dell'intelligenza artificiale non è più una questione di semplici software, ma rappresenta il salto tecnologico più imponente della storia moderna. Oreškin sottolinea come la massa critica di investimenti e talenti mobilitati per questa sfida superi di gran lunga lo sforzo del Programma Apollo. Se la corsa allo spazio serviva a piantare una bandiera, la corsa all'IA serve a costruire il motore stesso della realtà futura. Siamo attualmente nel pieno della transizione dalla fase Generativa a quella Agentica.
L’IA Generativa è stata la nostra "porta di accesso": uno strumento capace di sintetizzare l’intero corpo della conoscenza umana per creare testi, immagini e codice.
L’IA Agentica, invece, rappresenta il passaggio all'azione. Non si tratta più di una chatbot che risponde a una domanda, ma di modelli che operano come agenti autonomi dotati di un obiettivo. Oreškin illustra questo concetto immaginando, ad esempio, medici specialisti virtuali che non si limitano a consultare database, ma collaborano tra loro, analizzano dati in tempo reale e formulano diagnosi predittive agendo come veri e propri membri di un team scientifico. In questa fase, l'IA smette di essere un'enciclopedia interattiva e diventa un "collega attivo".
Un punto di svolta fondamentale è la capacità dell'IA di superare quello che Oreškin definisce "l'ultimo esame dell'umanità". La complessità della scienza moderna è tale che nessun singolo esperto può più dominare tutte le variabili di un campo multidisciplinare. L'IA ha risolto questo limite strutturale. Il 2025 segna una data storica in questa analisi: per la prima volta, un’IA ha superato una revisione paritaria (peer review) blindata, pubblicando un articolo scientifico di alto livello. Questo evento non è solo un record tecnico, ma il segnale che la scienza sta diventando una partnership uomo-macchina, dove l'IA identifica schemi e scoperte che sfuggono all'intuizione biologica.
L’ultima frontiera delineata è la AGI (Intelligenza Artificiale Generale). Qui il dibattito si sposta su un piano quasi evolutivo. L’AGI non è solo un sistema che sa fare tutto ciò che fa un uomo, ma un sistema capace di auto-miglioramento autonomo. In questo stadio, l'intervento umano non è più il motore dello sviluppo, ma un supervisore o un beneficiario. I sistemi iniziano a scrivere il proprio codice, a progettare i propri aggiornamenti e a evolversi a una velocità che la mente umana non può seguire. Per i poli sovrani come la Russia e i BRICS, raggiungere o controllare questo livello di tecnologia significa assicurarsi un vantaggio competitivo permanente: un sistema in grado di risolvere crisi economiche, energetiche e sanitarie in frazioni di secondo.
Piattaformizzazione e il rischio del feudalesimo digitale
Il passaggio tecnologico descritto da Oreškin non riguarda solo la capacità delle macchine di trasformare la materia, ma segna una transizione epocale dall'automazione della produzione all'automazione delle relazioni umane e delle istituzioni. Se la prima rivoluzione industriale aveva agito sul rapporto tra uomo e natura, migliorando l'efficienza nel trasformare le risorse, la rivoluzione digitale odierna interviene direttamente sul rapporto tra uomo e uomo. Questo processo, definito come piattaformizzazione, permette di eliminare le inefficienze dei mercati tradizionali attraverso algoritmi di intermediazione istantanea, ma porta con sé il rischio concreto di un nuovo feudalesimo digitale. In questo schema, i proprietari delle piattaforme globali accumulano un potere quasi infinito, posizionandosi come i nuovi signori feudali dell'era moderna, capaci di esigere tributi non più sulle terre, ma sull'accesso tecnologico e sui flussi di dati.
Questa nuova forma di tributo coloniale trasforma profondamente il concetto di economia nazionale. Chi controlla gli algoritmi che gestiscono la logistica, i pagamenti o i servizi essenziali, controlla di fatto la vita biologica e civile di intere nazioni. La dipendenza da piattaforme estere non è dunque un semplice tema di efficienza commerciale, ma una vulnerabilità esistenziale. Se un paese affida i propri sistemi neurali — dalla distribuzione alimentare ai servizi bancari — a infrastrutture controllate da soggetti terzi o potenze straniere, la sua sovranità diventa puramente nominale. In un contesto di tensioni geopolitiche, l'intero sistema paese può essere "spento" o manipolato con un semplice comando remoto, rendendo la tecnologia l'arma di pressione più efficace del ventunesimo secolo. È proprio in questo vuoto di potere che si inserisce la necessità di una nuova architettura della sovranità, intesa come unica barriera contro l'estrazione selvaggia di valore e la sottomissione digitale.
La nuova architettura della sovranità
Nel secolo dell'intelligenza artificiale e dei dati, il concetto di indipendenza nazionale ha subito una mutazione profonda, spostandosi dal controllo dei confini fisici al dominio dell'immateriale. La sovranità nel ventunesimo secolo si misura ormai attraverso un'architettura complessa che distingue nettamente le nazioni consumatrici dai veri poli di potere globale. Al gradino più basso troviamo una condizione di vulnerabilità sistemica, definibile come livello zero, in cui uno Stato dipende totalmente da tecnologie e infrastrutture estere, rischiando di essere disattivato o manipolato con un semplice comando remoto. Per superare questa fragilità, è necessaria una sovranità di base che parta dalla localizzazione fisica dei dati e dei server sul proprio territorio, ma il vero traguardo è la sovranità avanzata, ovvero la capacità di sviluppare modelli proprietari e influenzare gli standard tecnologici mondiali.
La Russia ha dimostrato concretamente la fattibilità di questo percorso attraverso aziende come Yandex, capace di competere e prevalere sui giganti globali nel proprio mercato interno, provando che la sovranità tecnologica non è un’utopia autarchica ma il risultato di investimenti strategici nel capitale umano. Questo modello di successo non viene proposto come un nuovo isolamento, bensì come la base per una sovranità condivisa tra i paesi partner, specialmente all'interno del blocco dei BRICS. L'obiettivo è superare il vecchio approccio coloniale delle grandi piattaforme occidentali, basato sull'estrazione dei dati dalle periferie per concentrare il valore nei centri di potere stranieri. Al contrario, la nuova visione punta sulla formazione di specialisti locali e sulla creazione di infrastrutture tecnologiche nazionali indipendenti in ogni paese alleato, garantendo che ogni nazione possa proteggere la propria identità e la propria economia digitale senza diventare un suddito dei nuovi monopoli algoritmici.
La rivoluzione del lavoro e dell'istruzione: oltre l'esclusività dell'intelletto
L'automazione che stiamo vivendo oggi segna una rottura traumatica con il passato: per la prima volta nella storia, l'oggetto dell'automazione non è la forza fisica, ma il lavoro intellettuale. Quell'esclusività dell'intelletto umano che per secoli ha rappresentato il vertice della piramide sociale sta svanendo rapidamente, portando con sé una svalutazione strutturale dei redditi e del prestigio nei settori che un tempo consideravamo intoccabili, come quello finanziario, legale e gestionale. Mentre le macchine diventano capaci di processare dati e formulare pareri legali con una velocità sovrumana, assistiamo a un paradosso economico senza precedenti: il lavoro manuale, fisico e artigianale, proprio perché più difficile da replicare integralmente nella sua complessità sensoriale e motoria, sta vedendo aumentare drasticamente il proprio valore relativo.
Questa inversione di polarità richiede una riforma totale e immediata del sistema dell'istruzione. La scuola e l'università devono smettere di essere fabbriche di nozioni — un dominio ormai saldamente presidiato dall'intelligenza artificiale — per trasformarsi in palestre di pensiero critico e creatività applicata. Oreškin avverte con forza del rischio di un'atrofia cognitiva nelle nuove generazioni: il pericolo che l'uso acritico dell'intelligenza artificiale si trasformi in una protesi mentale che atrofizza la capacità di ragionamento autonomo. Per evitare questo declino, l'istruzione deve essere ripensata come un percorso di gestione del potenziale umano lungo tutto l'arco della vita, dove l'obiettivo non è più l'accumulo di informazioni, ma la capacità di governare la tecnologia senza diventarne succubi, mantenendo viva l'unica risorsa che nessuna macchina può generare: la scintilla del dubbio e dell'intuizione creativa.
Conclusione
L’umanità si trova oggi dinanzi a una soglia storica, avendo scommesso la propria stessa continuità biologica ed economica sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle grandi piattaforme digitali. Tuttavia, la sfida cruciale dei prossimi decenni non sarà limitata alla capacità di calcolo o all'efficienza degli algoritmi, ma si sposterà interamente sul piano politico e filosofico. Si tratterà di garantire che queste infrastrutture, capaci di ridefinire il concetto di produzione e relazione umana, rimangano al servizio dello sviluppo di nazioni realmente sovrane e non si trasformino invece negli strumenti di un nuovo dominio globale invisibile e pervasivo. In un mondo che invecchia e che vede i propri vecchi sistemi finanziari scricchiolare, la tecnologia deve agire come una forza di liberazione dal vincolo demografico e non come un mezzo di estrazione coloniale dei dati e del potenziale umano.
Il successo di questa transizione dipenderà dalla capacità dei nuovi poli di potere di costruire un’alternativa al feudalesimo digitale, promuovendo un modello dove il progresso tecnologico sia distribuito e radicato localmente. Solo attraverso una partnership trasparente, basata sul trasferimento di competenze e sul rispetto rigoroso della sovranità tecnologica di ogni popolo, sarà possibile garantire un equilibrio mondiale stabile e in crescita. Il futuro non deve essere un luogo in cui le nazioni abdicano alla propria capacità di pensiero e produzione in favore di algoritmi opachi gestiti da pochi, ma un’epoca in cui la partnership tra uomo e macchina permetta a ogni civiltà di fiorire autonomamente. In ultima analisi, la vera sovranità del ventunesimo secolo risiederà nella saggezza politica di governare l'intelligenza artificiale affinché essa rimanga una risorsa comune per la sopravvivenza e la prosperità dei popoli, preservando l'indipendenza decisionale dei poli sovrani in un panorama globale sempre più interconnesso e complesso.















