Origini e sviluppi dello Stato liberale

Due sono apparse le letture dello Stato liberale.

La prima è la naturale evoluzione degli Stati assolutistici – favorita dalle cosiddette Rivoluzioni Borghesi del XVII, XVIII e XIX secolo – che ha consentito la graduale introduzione di norme che garantivano i possidenti dalla furia dei non possidenti; la seconda (che è poi la stessa cosa da un punto di vista alternativo al precedente) la catalogazione degli stessi Stati liberali quali forme – più o meno supreme – di organizzazione della o delle classi dominanti.

Il passaggio cruciale, dopo il Congresso di Vienna, è stata la lenta emancipazione (giuridica oltre che culturale) dall’idea di intransigenza e soggettività autoritaria del concetto di Stato, la quale ha condotto a identificare lo Stato stesso non per quello che doveva conseguire, ma per quello che non doveva fare: cioè ingerirsi nella vita dei cittadini. Quindi, il non intervento appare il suo intento generale (in linea con le parallele teorie liberali in campo economico e sociale); con l’unica eccezione del ripristino di una legalità che poteva esser lesa solo da comportamenti delinquenziali ovvero di emancipazione delle classi lavoratrici che andasse oltre il mero esercizio di diritti e poteri riconosciuti esplicitamente dall’ordinamento.

Lo Stato liberale, quindi, si manifesta esclusivamente nella sua versione di arbitro, il più possibile neutrale, vale a dire garante di un equilibrio unicamente rispettoso degli equilibri e dei rapporti di forza esistenti tra le classi sociali: i lavoratori intenti nella loro operosa fatica; i benestanti garantiti nelle loro attività di rischio e di intraprendenza.

Al culmine della sua evoluzione, lo Stato liberale giungeva a riconoscere il diritto allo studio ovvero il principio che a tutti dovesse esser garantito lo stesso punto od opportunità di partenza; poi il riconoscimento del merito avrebbe fatto la differenza; in realtà, né le scuole erano uguali per tutti, né le dotazioni di strumenti materiali e immateriali per conseguire percorsi di formazione adeguati alle prospettive di successo.

Lo Stato sociale nelle sue varie versioni

Lo Stato liberale entra in crisi con le conseguenze della Prima Guerra Mondiale cui aveva dato ampio spazio sottomettendo le esigenze di crescita della società e delle forze produttive ai soli interessi dell’industria cosiddetta pesante e degli armamenti.

Il mondo che esce da detta guerra (si sta parlando soprattutto, se non esclusivamente, dei principali Paesi europei e nemmeno gli Stati Uniti rientreranno in tale riferimento se non con un decennio di ritardo) inizia una crisi da cui si uscirà solo con lo Stato sociale nelle sue varie versioni: uno Stato che non può più porsi solo l’obiettivo generico della crescita economica (trainata dalle forze che possono decidere gli investimenti), ma deve intervenire per realizzarla.

Tale evidenza appare in tutto il suo fulgore negli anni ’30 (dello scorso secolo) quando è chiaro che per lo Stato liberale – non interventista o interventista solo eccezionalmente – il tempo è finito.

Ed ecco le tre versioni dello Stato sociale, pur con tutte le loro varianti: il modello autoritario e che punta allo sviluppo dell’emergente ceto medio; quello parimenti autoritario e che si riferisce ai principi ed ai valori di tutta la classe lavoratrice; infine la democrazia rooseveltiana.

Benché questi modelli avessero più aspetti in comune tra loro che con la precedente forma liberale, le differenze non andrebbero sottaciute: il Fascismo seppe interpretare le esigenze del momento, però limitando l’invasività della sfera pubblica sulla vita privata solo a situazioni programmate; il Nazismo ed il Comunismo, invece, seppero espandere più capillarmente la totalità del momento sociale della vita pubblica nelle varie manifestazioni dell’esistenza; infine il New Deal rooseveltiano si caratterizzò per un’abile sintesi tra i poteri forti coinvolti nella gestione della società e dell’economia – proprietari dei mezzi di produzione, sindacati vari, financo la criminalità organizzata - con le espressioni più tipiche della democrazia partecipata.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale prevalse il modello più democratico e partecipato che consentì un lungo periodo di sviluppo e progresso grazie ad un’utile convergenza di principi che, in comune con altre espressioni dello Stato sociale, escludevano il ritorno ad un’organizzazione dell’economia che assegnasse il potere di determinare tutto in base alle regole ed alle risultanze del mercato.

Attacco allo Stato sociale

Tuttavia, mentre le varie tipologie di Stato sociale sopravvissute al Secondo Conflitto Mondiale si davano battaglia per mostrare la superiorità dell’approccio capitalistico su quello socialista (e/o viceversa), si manifestarono alcuni limiti del modello, soprattutto nell’Europa occidentale, dovute a: l’apertura del commercio estero; una spesa pubblica che doveva crescere di più del gettito fiscale.

Sotto il primo aspetto, il problema era dato dal ritmo di acquisizione delle innovazioni tecnologiche; infatti, la maggiore concorrenza internazionale non consentiva più di reggere la sostituzione di occupazione con aumenti salariali (allo scopo di sostenere i livelli della domanda aggregata); inoltre, le immissioni monetarie dello Stato, finalizzate ad assorbire la disoccupazione, cominciarono a rivelarsi inefficaci quando i cambiamenti delle tecnologie comportavano quelli nella richiesta di professioni sempre più qualificate e sempre meno specializzate.

Sotto il secondo aspetto, dunque, la teoria keynesiana, predominante nella politica e nelle accademie fino alla seconda metà degli anni ’70, prevedeva continui disavanzi pubblici (anche per rafforzare il Welfare e le infrastrutture in tutti i loro aspetti); ma, quando i tassi d’interesse cominciarono a crescere – ben al di sopra di quelli di aumento del PIL – unica via di uscita sarebbe stata l’emissione di moneta non a debito; ma tale soluzione era stata, da sempre, osteggiata dal sistema bancario-finanziario e poco discussa in ambito accademico; insomma, la moneta era stata creata (dal nulla) ad opera delle Banche Centrali, per acquistare i titoli del debito pubblico - da retrocedere, cioè annullare, alle scadenze - ma contabilizzata come passivo (anche dopo lo sganciamento della moneta dall’oro, avvenuto formalmente il 15 agosto 1971); e tale “compromesso” cadde negli anni ’80 con la più netta separazione delle Banche Centrali dai governi, così minando la forza dello Stato, ormai equiparato a qualunque debitore necessitato a chiedere prestiti al mercato – vale a dire le banche ordinarie – per andare avanti.

La spesa pubblica venne demonizzata ed il mercato stesso considerato – a differenza di quanto era stato considerato nei decenni precedenti – supremo e unico regolatore dell’economia e della società.

Lo Stato sociale era finito. E la caduta del Muro di Berlino, ovvero della necessità di dimostrare la non superiorità del socialismo sul libero mercato, suggellò la situazione.

Lo Stato delle multinazionali

Dopo gli anni ’80, si tornò allo Stato liberale (dimenticandosi del suo completo fallimento 50-60 anni prima) in un contesto di visione liberistica della vita e dell’economia che escludeva interventi necessari nella società, a volte – ma non sempre – con l’unica eccezione delle famiglie in condizioni di miseria oggettiva e con scarse speranze; questo spiazzò tutto il ceto medio, costringendolo ad andare avanti con le sole sue forze, senza il sostegno delle istituzioni.

Così, le multinazionali – che avevano combattuto lo Stato sociale dando luogo a continui controbilanciamenti con esso, ciò che aveva dato risultati benefici per la società e per l’economia – mutarono strategia e cominciarono ad invadere le istituzioni, per volgerle a loro esclusivo favore: e il lobbismo sostituì la Politica.

Condominio e sorveglianza

In seguito, i rimasugli dello Stato sociale e la capacità delle multinazionali, non solo di controllare le istituzioni pubbliche, ma anche di praticare le proprie strategie fuori dal contesto legale, contribuirono ad erigere quello che si può ben definire – non sembri una crassa ironia – lo Stato condominiale; ma la palese insostenibilità della situazione economica (soprattutto per la gran parte delle famiglie ed i piccoli imprenditori) spinse ad aggiungervi un’altra e ancora più drammatica caratteristica; quella dello Stato della sorveglianza, data dalla necessità di distorcere ogni forma d’informazione allo scopo di giustificare misure liberticide per le masse popolari che, pochi decenni prima, non sarebbe stato possibile imporre.

Superamento della forma Stato o no?

A seguito di ciò, la prospettiva di un superamento dello Stato in quanto tale ha raccolto maggiori – e certamente non minori – consensi di un ritorno a quello Stato sociale che, in un modo o nell’altro, aveva dato prova di buon funzionamento dagli anni ’30 agli ’80 del secolo passato: basterebbe una scorsa alle statistiche riguardanti lo sviluppo economico e l’andamento dei redditi della maggioranza della popolazione per rendersene conto, oltre ogni ragionevole dubbio.

Lo Stato sembrerebbe necessario – almeno ad avviso di chi scrive - finché non tutta la popolazione presenti quel livello di coscienza, di responsabilità e di consapevolezza che esclude la necessità di un potere o forza regolatrice nell’interesse generale e del bene comune.

Lo Stato è male quando intende intervenire nella sfera di autonomia dei singoli, delle famiglie, degli enti locali e delle imprese; ma è necessario per difendere tale autonomia.

Territorio, globalizzazione e anarco-capitalismo

Alla luce di quanto si è sostenuto nei paragrafi precedenti e dei grandi cambiamenti cui si sta assistendo (ridimensionamento della globalizzazione con recupero del territorio e della localizzazione), quali novità in campo economico, monetario, produttivo e quant’altro possono tracciare un percorso futuro che non peggiori l’attuale situazione, ma la migliori?

La scarsa redditività della gran parte degli investimenti (vale a dire non solo quelli riferibili alle grandi multinazionali) assieme all’esigenza di una crescita più marcata delle produzioni immateriali suggerisce l’esigenza di un superamento del modello capitalistico basato esclusivamente sul profitto; i futuribili di una eliminazione del contante e di una introduzione di criptovalute – senza anche quella di moneta garantita dalle sole potenzialità di crescita del valore delle persone - comporterebbero un insostenibile premio a chi già possiede risorse e un inaccettabile limitazione verso chi ancora non le detiene.

In questo senso, l’indicazione di un anarco-capitalismo – che elimina le banche (di cui si cercherà di parlare in un’altra sede) e lo Stato – non sembra né sufficiente, né efficace, ma solo barbaramente efficiente.

Vie di uscita?

In conclusione, le prospettive per l’umanità, potrebbero essere buone, a condizione che i macroprocessi (come la fine del mondo a comando unipolare americano e l’emergere dei BRICS) siano guidati dal buon senso e non dal senso comune e dal prevalere della logica del più forte; altresì a condizione che i microprocessi tengano conto di tutte le dimensioni d’impresa; non solo di quelle in grado di influire direttamente sulle scelte di chi è preposto – nei luoghi di comando, ovvero di servizio alla comunità – al rispetto della legalità ed alla ricerca della verità nel campo dell’informazione e delle decisioni di investimento che riguardano il settore pubblico e la regolazione non oppressiva di quelle di competenza dei privati.