Seduta su una panchina di piazza Sultanahmet, davanti alla Moschea Blu, divoro il mio simìt – ciambella di pane con sesamo – che il proprietario della bancarella mi ha venduto al popolare prezzo di 25 lire turche, più o meno 50 centesimi. E penso che alla fine c'è ancora qualcosa che resiste a quell'orrenda globalizzazione, sinonimo di modernità, che sta cercando di fagocitare anche la Turchia.
Sono reduce da una lunghissima passeggiata nel labirinto di strade di una delle più grandi città del mondo, attraverso i mercati di Fatih, le case ottomane di Balat, le salite e discese di Fener, con i vicoli che si moltiplicano e dove volentieri mi sarei persa se non fosse stato per la voce meccanica di Google che spesso e volentieri mi richiamava all'ordine. Da qualsiasi parte la guardi, dovunque sposti il tuo punto di vista, Istanbul appare quella di sempre: una selva di minareti che svettano come sentinelle e che dialogano tra loro attraverso i canti dei muezzin richiamando alla preghiera.
Mi chiedo allora cosa mi manca in quella città e nel resto della Turchia, che altre volte ho visitato in vari periodi della mia vita, continuando sempre a coccolarne il ricordo. Così, accompagnando il simìt a una tazza di tè servito nel nazionale bicchiere di vetro a forma di tulipano, ripercorro le tappe di quest'ultimo viaggio che sta ormai per finire.
L'arrivo a Goreme, in Cappadocia, è stato quasi traumatico. Sono le 9 di sera e al buio della strada improvvisamente si è sostituita una tale quantità di luci colorate da offuscare la vista e rendere difficile persino la ricerca del nostro albergo. Mi sento una straniera sperduta appena arrivata nell'allegra città di Topolinia di un qualsiasi parco Disneyland e vado a dormire turbata. Mi ricordavo un luogo semplice, senza tanti fronzoli. Anzi proprio senza fronzoli.
Per fortuna la luce del giorno e la neve caduta durante la notte restituiscono un aspetto 'umano' al paesaggio, anche se siamo lontani dal borgo agricolo che avevo conosciuto anni e anni fa. D'altra parte lo sappiamo: il turismo internazionale fa crescere l'economia, quindi dobbiamo accettare anche qualche inconveniente. I mandorli in fiore nonostante la temperatura gelida e il paesaggio lunare dei canyon scavati nella roccia nel susseguirsi di millenni di forze naturali mi fanno fare pace con la mia intransigenza.
Oggi li chiamano con il termine fiabesco di 'camini delle fate' e per vedere da vicino solo una di queste valli con piramidi e grotte, ci vogliono almeno 25 euro. Ma, una volta comprato il biglietto, mentre stiamo scoprendo il parco e le sue chiese rupestri, il mio compagno di viaggio ed io ci accorgiamo che di euro ce ne vogliono altri 6 se vogliamo vedere la chiesa più bella, quella con gli affreschi meglio mantenuti. Vabbè, sarà il prezzo da pagare per mantenere quei luoghi per i nostri figli, anche se notiamo, ahimé, che ci sono prezzi diversi: i turchi pagano almeno quattro o cinque volte meno dei turisti.
Ci consoliamo con il cibo che Rafik ci offre nel suo piccolo locale, Nazar Borek, fuori dalle luci pseudo natalizie di Goreme. Trovarlo non è stato proprio facile, ma alla fine veniamo accolti dentro una grotta con qualche tappeto e una stufa un po' artigianale per i giorni più freddi. Qui la globalizzazione non è ancora arrivata, a parte il televisore che trasmette l'immancabile partita, però a volume un po' troppo alto: gli chiediamo di abbassarlo, ma capirsi non è facile. Vivaddio, siamo in Turchia e non a Topolinia! Alla fine riusciamo ad ottenere solo un cambio di canale, così ora dalla piccola scatola un po' obsoleta escono musiche e canti turchi. Non era proprio quello che volevamo, però ci abbuffiamo con piacere sui tortellini conditi con yogurt e spezie sconosciute e sui loro deliziosi gozleme, una sorta di crepes salate.
Dopo le bellezze naturali cerchiamo quelle storiche e architettoniche. L'impero romano d'Oriente, caduto nel 1453 per mano dei turchi ottomani ha lasciato vestigia sorprendenti. Quasi per caso ci troviamo ad Aspendos e il cuore fa un sussulto. Solo a Leptis Magna, in Libia, avevo visto un teatro romano così grande e così ben conservato. L'impulso a provare l'acustica facendo risuonare O solo mio cantata da Pavarotti ha il sopravvento sul rispetto dovuto a una vestigia tanto antica. Qualche orientale popone la sua musica e il teatro vive di nuovo. Un'emozione.
Come a Patara, importante porto della Licia, poi conquistato dai Romani e dove ancora oggi si cammina lungo la via principale che conduceva al mare, fiancheggiata da colonne e da botteghe di cui ancora esistono muri perimetrali. E a Pergamo, la cui acropoli è arroccata sulla collina dove svetta il tempio di Traiano a guardia di un paese pigro e ben lontano dalla calamita della modernità.
Per Side, altro porto antico, passato ai romani attraverso l'impero persiano e poi Alessandro Magno, è stata fatta una scelta più commerciale. Le rovine, pure imponenti, si amalgamano ad un borgo turistico stracolmo di negozi e piccoli ristoranti. Non è il massimo del riconoscimento per i suoi templi e il suo teatro, ma se ne può discutere. Certo, niente a che vedere con l'angosciante colata di cemento che ha letteralmente distrutto il resto della costa tra Alanya e Antalia, fino a non molti anni fa un paradiso.
'Mamma li turchi', diciamo da secoli quando siamo spaventati ricordando i saccheggi e le distruzioni dei corsari ottomani. Adesso dovremmo dirlo perché hanno costruito troppo e male. Mostri giganteschi a pochi metri dalla spiaggia, sembra molto graditi ai russi, ormai diventati la punta di diamante del flusso turistico in Turchia. «Ci volete in Europa solo per le competizioni sportive», replica ai miei lamenti il gestore di uno di questi orrori. «Abbiamo dovuto fare altre scelte». Touché. Ma l'amaro resta in bocca.
Mi accorgo che non tutto è perduto solo quando arriviamo sulle scoscese coste dell'antica Licia, disseminate di tombe imponenti e suggestive scavate nella roccia. E soprattutto quando scendiamo a Ucagiz, vecchio villaggio di pescatori dove l'aria è tiepida e tutto sa di mare. Ad accoglierci troviamo Mustafà, un signore piccolo e gentile che ci apre la sua casa immersa in un frutteto dove ha ricavato una piccola pensione. La camera è spartana ma l'accoglienza calorosa. Mustafà ci offre subito le sue arance e si informa per la colazione. Ci resta male quando gli rispondo che la mattina non sono solita mangiare e rilancia proponendomi il suo yogurt. È questa la Turchia che mi ricordavo dai miei precedenti viaggi e mi sento subito a casa.
Il giorno dopo, quando ci svegliamo, la tavola è imbandita con tutto quello che viene dal suo orto: cetrioli, pomodori e uova delle sue galline. Lo yogurt è appena fatto con il latte delle pecore di un vicino di casa e il miele – neanche a dirlo – è quello delle sue api. Trangugio l'intera ciotola, mentre Mustafà ci prepara le arance per il viaggio.
Come in un flashback mi rivedo tanti anni prima mentre con amici attraversiamo una strada interna, forse tra Ankara e Pamukkale. Giovani e affamati rallentiamo davanti a una piantagione di albicocche che un gruppo di uomini e donne stavano raccogliendo. Ci invitano a fermarci, ci fanno capire di raccogliere i frutti che volevamo direttamente dagli alberi mentre uno di loro, forse il capo, ci riempie le tasche e lo zaino. Per ringraziarlo gli offriamo un pacchetto di sigarette; lui ne accetta una in segno di amicizia. Quasi ci commuoviamo e per molti anni la notte di Capodanno un brindisi è stato per lui. Speriamo che gli abbia portato fortuna.
Da Ugagiz non ci allontaniamo volentieri. Il mare è cristallino, l'aria è dolce anche se in lontananza i monti sono ancora coperti di neve. Un ragazzo ci offre un giro in barca in mezzo a isolotti popolati da capre mentre in profondità si intravede una città degli antichi abitanti della Licia, oggi sommersa. Ma Efeso ci aspetta: per chi, come me, ha un forte istinto per le suggestioni del passato, i marmi bianchi della biblioteca di Celso sono un richiamo potente. All'ingresso la solita doccia fredda: 45 euro per entrare nella Storia. Ovviamente il trattamento è riservato ai soli turisti. Penso a Pisa, dove abito, e alla sua piazza dei Miracoli con la torre più bella del mondo: 25 euro tutto compreso, italiani e stranieri, senza differenza. Ma Celso mi aspetta e non indugio, anche se noto un paio di famiglie con prole che sembrano avere qualche ripensamento.
Camminare sul selciato vecchio di secoli tra colonne, templi, anfiteatri e bagni termali è come essere entrati in una macchina del tempo. C'è solo una terribile copertura di plastica sul pendio, vicino alla biblioteca, che a noi, emotivamente entrati in un'altra dimensione, disturba non poco. Credo che si tratti di nuovi scavi e porto pazienza, fino a quando non scopro che lì sotto, nascoste alla vista in maniera così orribile, si trovano le dimore patrizie, con mosaici e affreschi. Ma per vederle c'è bisogno di un ulteriore biglietto da 20 euro da fare in loco. Ma allora è un vizio! Non rinuncio ma mi altero e uscendo cerco spiegazioni. Turchi informati mi dicono che fino a due anni fa non era così e che anche il biglietto di ingresso costava molto meno. Evidentemente il ministro della cultura ha fatto un'equazione: turisti = polli da spennare. E ha proceduto.
Immersa in queste riflessioni finisco di mangiare il mio simìt sulla panchina di piazza Sulthanamet, davanti alla consueta colonia di gatti amati e vezzeggiati in tutto il Paese. Mi domando a questo punto quale sorpresa ci riserverà Palazzo Topkapi, per secoli residenza del sultano ottomano. Siccome sono curiosa ed ho ancora fame, mi informo con Google sui gusti culinari di queste maestà storiche, anche perché, vista la loro mole, dovevano avere anche molto appetito. E scopro che pure loro amavano i kebab, il riso, lo yogurt, le melanzane e i dolci. Tanti dolci, da avere una cucina enorme solo per la preparazione di torte e leccornie. Ovviamente il tutto servito su vassoi e fine vasellame che cambiava da epoca in epoca.
Più modestamente per quella sera noi ci accontentiamo di una Balkan Locantasi. Non capiamo molto cosa si mangia perché nessuno parla l'inglese e il menù è in turco stretto, ma scegliamo con gli occhi dal bancone ed è tutto buono, dolce compreso. Certo, il servizio non sarà da sultani, ma di sicuro c'è pulizia e ordine: i piatti vuoti scompaiono in un baleno dalla tavola mentre un signore molto serio passa continuamente con una sorta di mocio per togliere dal pavimento anche la minima briciola. In uno dei miei flashback mi ricordo quando in una Alanya ancora 'primitiva', una donna grande e grossa entrò nella nostra camera d'albergo e pulì tutto con una gomma che spruzzava un forte getto d'acqua mentre noi eravamo ancora a letto. Giusto: non si dorme alle 10 di mattina. Così sorrido al signore con il mocho: lui non sa perché, ma io sì.
Topkapi supera ogni aspettativa: 55 euro. Ammazza 'sti turchi! Per consolarmi all'uscita mi prendo un altro simìt, ma questa volta sfido tutte le tradizioni e lo voglio alla Nutella. Mi arriva uno sguardo complice dal bancarellaio come a dire: 'che buongustaia!'. Sì, lo so, neanche il sultano ebbe tanto. Ma come faccio a spiegare a lui, incolpevole, che per pochi spiccioli passa le giornate a vendere i suoi simìt con i barattoli di Nutella in bella vista, che il signor Ferrero, padre di questa delizia tentatrice e maggior compratore di nocciole del suo Paese, ha sospeso gli acquisti perché i prezzi turchi erano raddoppiati? Il troppo stroppia e poi si pagano le conseguenze. Oltretutto i ghiotti sultani certamente non avrebbero approvato.
Lascio questa Turchia a due velocità in un giorno di pioggia, stipando nel bagaglio come un ambito trofeo il consueto tappeto conquistato con un duello all'ultima lira turca, sapendo che comunque non ho certo vinto io. Riti laici che ancora resistono all'avanzare della sacra guerra della globalizzazione. Menomale.















