Alla Galleria Erica Ravenna, la mostra Materia Madre / Lingua Madre, a cura di Benedetta Carpi De Resmini, prosegue una riflessione sul paesaggio e sulla natura che, già con Vincenzo Agnetti, aveva trovato nella galleria un terreno fertile di interrogazione critica. Ma qui il paesaggio non è più semplicemente uno spazio da osservare: diventa organismo vivo, grammatica instabile, corpo attraversato da metamorfosi continue. Il progetto riunisce le ricerche di Cyril de Commarque, Laura Pugno, Lucia Veronesi e Gaia Scaramella in un percorso che evita ogni approccio illustrativo alla natura. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti della mostra: la natura non viene trattata come tema, immagine o sfondo, ma come struttura stessa del pensiero curatoriale.
Le opere non si limitano a rappresentare il vivente: ne assumono la logica profonda, fatta di trasformazioni, sedimentazioni, adattamenti, fragilità e relazioni instabili. La mostra sembra così crescere lentamente nello spazio, come un ecosistema di tensioni tra materia e linguaggio.
Il titolo stesso contiene una polarità significativa. “Materia madre” richiama un’origine fisica, biologica e generativa; “lingua madre” introduce invece la dimensione culturale, simbolica e relazionale. Benedetta Carpi De Resmini costruisce il dialogo tra questi due poli senza separarli mai davvero. La lingua, infatti, non viene intesa come sistema stabile e codificato, ma come qualcosa di organico, vulnerabile, quasi vegetale: un processo continuo di traduzione tra umano e non umano. In questo senso, uno degli elementi più riusciti del progetto è il modo in cui il linguaggio perde la sua funzione puramente descrittiva per diventare materia sensibile. La natura non viene raccontata dall’esterno secondo categorie gerarchiche, ma attraversata, ascoltata, negoziata. La metamorfosi non appare come semplice immaginario poetico, bensì come principio ecologico e politico: una condizione fertile di instabilità.
Le opere di Cyril de Commarque aprono il percorso con una ricerca che intreccia dati ambientali, memorie territoriali e visioni pre-umane. Le sue forme bulbose attraversate da radici evocano organismi in mutazione, quasi reperti di un futuro arcaico. Il legno delle sculture conserva una presenza fisica intensa, mai neutrale: è materia che porta con sé tracce di tempo, geografie e trasformazioni invisibili. Le opere sembrano emergere da una dimensione sotterranea, come se custodissero ancora una memoria geologica del vivente.
Con Laura Pugno la materia si fa ancora più instabile. Nella serie Persuasioni, la sabbia diventa elemento pittorico ma anche dispositivo concettuale. Le opere nascono da una riflessione sui paesaggi costieri veneti e sulle trasformazioni operate dall’intervento umano, in particolare nei territori di Bibione e dell’Adriatico. Tuttavia, ciò che colpisce è soprattutto la rinuncia al controllo: acqua, sabbia e sedimentazione partecipano attivamente alla costruzione dell’immagine. L’opera emerge come risultato di un dialogo con i processi ecologici, non come imposizione formale sulla materia. È una posizione particolarmente significativa oggi, perché evita tanto il romanticismo della natura incontaminata quanto l’illusione moderna del dominio umano sul paesaggio.
Lucia Veronesi lavora invece sulla scomparsa: specie perdute, lessici dimenticati, memorie che riemergono sotto nuove nomenclature. The plants you kill are doing quite well è forse uno dei lavori più emblematici della mostra perché mette in crisi l’idea stessa di estinzione definitiva. Attraverso monotipi e ricami, l’artista costruisce un vocabolario poetico dove il linguaggio scientifico si trasforma in qualcosa di fragile e visionario. La sua pratica sembra suggerire che ogni perdita biologica corrisponda anche a una perdita culturale e simbolica, e che il linguaggio stesso possa diventare archivio instabile di ciò che sopravvive.
Gaia Scaramella, Senza termine. Officine emotive exhibition view, 2021. A gentile concessione dell’artista e dello Studio Stefania Miscetti, foto di Giorgio Benni.
Il percorso si conclude con Gaia Scaramella, la cui ricerca introduce una dimensione più esplicitamente relazionale e sociale. Nella serie Matribus, piccole figure antropomorfe emergono da strutture ceramiche lucide e ambigue, sospese tra protezione e costrizione. Nido, grembo, oggetto di design o dispositivo: ogni elemento mantiene una doppia natura. Le sue opere parlano di vulnerabilità contemporanea, ma senza rinunciare a una sottile ironia. È forse qui che la mostra rivela con maggiore chiarezza una riflessione sul presente: nella consapevolezza che ogni forma di dipendenza può essere allo stesso tempo limite e possibilità di relazione, cura e controllo, rifugio e collasso.
Uno degli aspetti più convincenti dell’intero progetto è proprio il dialogo tra gli artisti. Non esiste una ricerca di omogeneità estetica o narrativa, ma piuttosto la costruzione di un sistema di relazioni aperte, quasi biologiche. Le opere convivono come elementi di un organismo complesso, modificandosi reciprocamente attraverso prossimità concettuali e materiali. La mostra funziona come uno spazio permeabile, attraversato da continue trasformazioni di senso. Anche la qualità atmosferica dell’esposizione sembra avere un ruolo centrale. Radici, sabbia, legno, ceramica, ricami, germinazioni: tutto contribuisce a creare una percezione tattile e respirante dello spazio.
La materia non appare mai come semplice supporto, ma come presenza narrativa capace di conservare memoria, tensione e possibilità di trasformazione. Le opere non rappresentano semplicemente il vivente: in qualche modo sembrano continuarlo. Anche la presenza delle poesie di Valerio Magrelli nel catalogo appare allora particolarmente coerente. Perché tutta la mostra sembra muoversi in quella zona fragile dove il linguaggio tenta ancora di dare forma a ciò che continuamente sfugge.
In un momento storico in cui il rapporto con l’ambiente viene spesso ridotto a retorica dell’emergenza o a immagine spettacolare della crisi, Materia Madre / Lingua Madre sceglie invece una strada più sottile e complessa: quella dell’ascolto, dell’instabilità e della relazione.















