C’è qualcosa che accomuna il gesto meditativo del giardino zen - dove un minuscolo rastrello accarezza lo strato sottile di sabbia disegnando onde - a quello dell’erpice o del vomere che ribalta la terra preparandola a una semina. Due scale diverse, il minimo e l’ampio, eppure lo stesso movimento di andata e ritorno su una superficie: un ritmo che incide e insieme ricompone, che traccia solchi e, nel farlo, mette ordine.

Ho ricordi vividi di quando, poco più che quindicenne, il figlio del proprietario del podere di fronte casa veniva ad attingere acqua alla nostra fonte. Con il trattore carico di cisterne irrigava i campi appena seminati. Si chiamava Fabio, aveva cinque anni più di me e mi invitava con garbo a salire con lui sul mezzo agricolo, a fargli compagnia durante quelle ore lente ma necessarie. Così percorrevamo insieme il campo avanti e indietro, osservando gli uccelli che volavano bassi tra le zolle, immersi nella calma di un lavoro fatto di traiettorie precise, di perimetri pazientemente rispettati.

Parlavamo molto Fabio e io. Ho scene precise di quando a volte, con il motore al minimo, lui si appoggiava al volante, il mento sulle mani, ad ascoltarmi. Le ore del tardo pomeriggio scorrevano placide fino al tramonto, riempiendosi di conversazioni profonde, spesso su temi spirituali. Mi raccontava dei suoi primi ritiri yoga a Brunate, della meditazione trascendentale di Maharishi, dei libri di Yogananda; io condividevo le mie di letture: l’Apologia di Socrate, i Pensieri di Marco Aurelio, Siddharta di Hermann Hesse. Erano ore dense, in cui si intrecciavano due semine: quella dei campi e quella del pensiero, entrambe nutrite e abbeverate di conoscenza.

Negli anni la nostra frequentazione continuò. Ricordo le sveglie all’alba per correre in auto a vedere il sole sorgere sul castello superiore di Marostica, l’entusiasmo della prima neve sull’Altopiano di Asiago, quando ci divertivamo con le derapate sulla Panda 4x4 sul piazzale del circolo del golf. Condividevamo, semplicemente, lo stupore per la bellezza del creato: nel silenzio di Pellestrina, attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, o tra azalee alle fiere dei fiori che per lavoro Fabio frequentava.

Ci accomunava il desiderio di contemplare, comprendere, approfondire. E anche renderci utili. Cosicché passavamo dal vedere un film al cinema come The Mission al gesto concreto di portare qualche coperta ai senzatetto della stazione di Padova. Crescevamo tra incontri di gruppo per crescita interiore a esercizi di fotografia tra campi di grano che talvolta ammiravamo dall’alto di un silos. E poi c’era un piccolo rito che si ripeteva a ogni inizio dicembre: lo scambio del regalo di compleanno, essendo nati a 15 giorni di distanza. Che poi fungeva anche come regalo di Natale.

Il dono più prezioso che ricevetti fu la macchina per fare il pane. Nei primi anni Novanta erano ancora rare e Fabio mi portò un giorno un pacco infiocchettato con dentro una Toshiba di ultima generazione, insieme a farine di due varietà che lui stesso poi continuava a procurarmi. Preparavo l’impasto la sera e, al mattino, la cucina si riempiva del profumo del pane caldo, come appena sfornato dal panettiere.

Fabio è stata una costante K nella mia vita. Tra tante variabili - a volte impazzite - è rimasto l’amico stabile e affidabile, senza oscillazioni di carattere o di umore: ha sempre mantenuto immutata la sua forza e coerenza. È stato un punto fermo nei momenti incerti, offrendomi sempre continuità e presenza. Conforto e sostanza. E anche nelle tempeste della vita, dove tutto si annebbia, lui è rimasto riconoscibile e fedele. Rassicurante e solido. La luce ferma di un faro.

Poi la vita ha fatto i suoi giri: il campo di fronte casa ha cambiato destinazione d’uso da agricola a residenziale ed è diventato una lottizzazione con operazioni immobiliari di estese edificazioni proprio in quel perimetro che percorrevamo col trattore Same dall’inizio alla fine. E ci siamo persi di vista. Lui costruì una villa padronale attorniata solo da distese di campi e filari di alberi in un piccolo borgo ameno; io acquistai un mini appartamento in un condominio di sei unità circondato da un parcheggio di asfalto e cemento in un paesino limitrofo.

Per le nostre dimore, di comune intesa abbiamo scritto ciascuno una dedica su un foglio, che abbiamo arrotolato e inserito in un cilindro di plastica chiuso ermeticamente per rimanere intatto nel tempo, destinato a rimanere celato sotto il pavimento, posato mentre i muratori stendevano il massetto di calcestruzzo.

Parole di preghiera e augurio: che chiunque, nel tempo, avesse varcato la soglia di casa e attraversato quegli spazi abitati, potesse assorbirne una traccia di energia buona, un afflato di Bene.

Nelle rispettive dediche siamo presenti con i nostri nomi: il mio nella sua pergamena, il suo nella mia. A sigillo e suggello di quell’amicizia bella e pulita, nata in primavera e affidata alle stagioni della vita e al progredire delle cose silenziose. Come una semina.