Secondo la maggior parte degli osservatori dei fenomeni geopolitici, quanto è cominciato l’ultimo giorno di febbraio del 2026, oltre a costituire una violazione dei principi del “diritto internazionale” - così come lo si intende almeno dalla seconda metà del secolo scorso – appare un crimine contro un popolo che, oggettivamente, aveva già subito, da decenni, le conseguenze delle restrizioni economiche decise dall’Occidente per indurre difficoltà ovvero mettere fine ad un regime considerato avverso a tutte le regole proprie dei sistemi democratici e non teocratici.

Come sanno anche i più ingenui, le classi dirigenti non si fanno mancare nulla, mentre le popolazioni soffrono per l’artificiosa carenza di cibo, farmaci di tutti i tipi e quant’altro; questo è un primo aspetto che, non solo per quanto ha riguardato l’Iran, dovrebbe farci riflettere sull’assurdità delle sanzioni economiche e commerciali, finalizzate a indebolire il consenso verso l’establishment aggredendo esclusivamente le condizioni di vita di gran parte della popolazione.

Inoltre, le sanzioni, quasi sempre, indeboliscono e colpiscono anche le famiglie e le imprese degli Stati che le dispongono: ciò ha a che vedere col fatto che, oggigiorno e, almeno a far data dalla guerra del Vietnam, i conflitti armati e, comunque, finanziari e di ogni altro tipo, compromettono – quasi sempre per generazioni – il bene economico più importante, vale a dire le relazioni commerciali, oltre che, ovviamente, umane; le guerre sono grandi business per chi se ne occupa, ma il danno complessivo è molto più grande (non solo economicamente); infatti, oggi, nel mondo non è difficile approntare quanto vendere i propri prodotti; le guerre ci riportano indietro, ricostituendo quelle condizioni di scarsità che i progressi dell’umanità avevano risolto già sul finire degli anni ’60 del secolo passato.

Va anche aggiunta la considerazione che riguarda il successo nell'esportazione forzata della democrazia: sempre un fallimento in sé, aggravato dallo scombussolamento di equilibri regionali e nazionali sostituiti da pericolosissimi squilibri locali.

Un secondo aspetto che riguarda tutti i conflitti sulla Terra è il prevalere di una narrativa che racconta solo gli ultimi episodi ed avvenimenti, senza andare ad indagare circa le origini dei fenomeni: nel caso dell’Iran, ad esempio, si punta il dito su Khomeini e non si arriva a capire che la dittatura dello Shah fu voluta dagli USA e dai loro alleati mentre il popolo iraniano aveva scelto, democraticamente, Mossadeq.

Da quell’errore è stato difficile riprendersi – come, in Italia, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro o in Congo di Lumumba e tanti altri casi, tutto sommato, simili – e, forse, giova ricordare qui una delle poche eccezioni del mondo occidentale: Enrico Mattei che voleva una condivisione di intenti e di vantaggi tra i vari Paesi, qualcosa che, cercheremo di rifletterci su più avanti, oggi viene proposto dalla Repubblica Popolare Cinese.

Quando si parla di “diritto internazionale” non si può fare riferimento ad un codice scritto o ad una tradizione orale e consuetudinaria, ma solo ad una serie di accordi e decisioni politiche (imposte o condivise) che, in genere, superano o, nella migliore delle ipotesi, evitano un conflitto militare.

L’unico aspetto che può essere richiamato è il principio di autodeterminazione dei popoli ovvero di non ingerenza negli affari interni di ciascun Paese; unico limite a tale principio – se accolto – sarebbe quello di un danno per i cittadini di un Paese come conseguenza delle azioni di un altro.

Il principio, portato al livello degli Stati, è quello del Trattato di Wesfalia del 1648: ogni Paese è sovrano a casa sua e riconosce il medesimo status di sovranità agli altri Stati. E ciò si lega, altresì, alla prassi della reciprocità che informa, o dovrebbe informare, l’attività cosiddetta diplomatica.

Vi sono valori di natura teologica, non da tutti condivisi, circa l’importanza della vita umana e l’autodeterminazione dell’individuo in conseguenza della sua origine dal Divino; ma chi non condivide tale impostazione la può infrangere con la violenza diretta o con la superiorità della sua forza, anche economica. Così, si può distinguere tra valori (religiosi, ideologici, etici, morali) e accordi politici.

Questi ultimi vanno rispettati o fatti rispettare, a loro volta, ma il tema appare insolubile, salvo far ricorso al buon senso ed ai principi del bene comune e condiviso: se c’è un’autorità sovraordinata, quest’ultima non dovrebbe avere potere di ingerenza negli affari interni dei singoli Stati; se non c’è l’autorità sovraordinata, cosa impedisce al più forte di prevalere, eludendo accordi e principi (anche di comune buon senso)?

Ecco cosa è accaduto nell’esperienza di aggressione all’Iran da cui si era partiti: nel recente passato – caratterizzato dall’esistenza di Stati sovrani – non era mai successo che un’aggressione del genere avvenisse in concomitanza con negoziati sull’apparente materia principale del contendere (l’armamento nucleare dell’Iran) e senza un episodio specifico portato a giustificazione della dichiarazione di guerra, formale o di fatto.

Le previsioni sull’esito del conflitto

Tre appaiono le soluzioni – se così si può dire – principali:

  1. L’Iran si arrende e avviene un cambiamento di regime accettabile per gli aggressori (è l’ipotesi meno probabile, anche se, ogni giorno, avvengono episodi che rilanciano una o l’altra delle previsioni sull’esito del conflitto).

  2. Un allargamento ed approfondimento del conflitto con conseguenze sempre più gravi per, praticamente, tutto il pianeta (è l’ipotesi più probabile).

  3. Appare impossibile porre fine al conflitto senza un’azione di terra a cui gli americani non sono disponibili e, quindi, si passa all’uso delle armi nucleari (cosiddette tattiche).

Contro il primo esito remano le caratteristiche storiche e culturali del popolo iraniano; anche la prospettiva di una sollevazione popolare che metta fine al regime teocratico non appare fattibile, anzi, l’aggressione israelo-statunitense dovrebbe averla allontanata ancora di più.

Se questa soluzione fallisce, Trump ha perso, ma va bene ad Israele che punta ad un drastico ridimensionamento della potenza iraniana o, comunque, ad un aggravamento del disordine regionale; sebbene le prospettive per Netanyahu, tra la Grande Israele e la sua distruzione, finiscano per spingersi verso questa seconda soluzione; entrano in campo gli altri due importanti attori della scena mondiale, Vladimir Putin e Xi Jinping, i quali sono, da una parte, portatori degli interessi dei loro Paesi e, dall’altra, volti a riprendere il percorso di superamento del vecchio ordine mondiale (a guida anglo-franco-sionista).

La seconda prospettiva potrebbe trovare un limite in una Conferenza (più simile ad una Nuova Bretton Woods che ad una ripresa del ruolo dell’ONU) oppure agevolare il percorso verso il conflitto o, meglio, l’uso di ordigni nucleari: in tal caso, tutte le ipotesi di evoluzione del conflitto mondiale sono aperte; e ciò, forse, costituirebbe l’unica speranza per l’asse anglo-franco-sionista di recuperare il terreno che sta perdendo da diverso tempo.

Prima di giungere alla triforcazione tra azione di terra, bombe nucleari e Conferenza sul Nuovo Assetto Planetario (CNAP o NAPC) sembrerebbe il caso di aggiungere qualche considerazione sulle conseguenze economiche di un prolungarsi dell’azione bellica iniziata alla fine di febbraio 2026.

In tal caso, un’ondata inflattiva appare inevitabile: i congressi e le cerimonie a breve termine sulle soluzioni energetiche alternative agli idrocarburi non possono non tener conto del fatto che, ad esempio, la costruzione di centrali elettriche al torio richiede più tempo di quello che serve per organizzare detti convegni e conferenze.

Un’inflazione dei prezzi dei beni energetici del 40% è probabile; non avrebbe, sull’economia in generale, alla fine di settembre o marzo 2027 un impatto inferiore al 15% nella media dei Paesi attualmente importatori; un po’ meno, forse, dando fondo alle riserve strategiche…ma tant’è.

Dopodiché tutto si giocherebbe sulle decisioni a riguardo dei tassi d’interesse nominali (anche ammettendo il caso di tassi d’interesse reali – cioè depurati dall’inflazione – negativi): quale la copertura o indicizzazione di stipendi, salari e pensioni?

E, soprattutto, cosa accadrà ai detentori di mutui a tasso variabile non in grado di adeguare i propri redditi alla mutata situazione?

Accadrà, insomma, che le categorie sociali in grado di ribaltare su clienti, utenti e consumatori i maggiori costi, vedranno migliorare o, comunque, non peggiorare la propria situazione, a scapito di tutti gli altri: il fenomeno dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre più poveri si allargherebbe; ed arriverebbe a mettere in crisi tutti i sistemi sociali dei principali Paesi occidentali trasferendo sul conflitto interno l’aver scatenato il conflitto internazionale.

Insomma, i “cambiamenti di regime” non riguarderebbero solo le teocrazie, ma gli stessi sedicenti regimi democratici.

Conclusioni: valori alternativi in campo

Il percorso di superamento del vecchio ordine mondiale a guida unipolare americana trova un insostenibile battuta di arresto – per non dire marcia indietro – nella situazione dell’Asia Occidentale; ma un ritorno al passato sarebbe impossibile per la presenza e l’azione, come minimo, di Russia, Cina e India.

I punti di riferimento potranno essere: un accordo internazionale di rispetto della sovranità politica di tutti e di ciascuno (incompatibile con le posizioni della “Grande Israele”, di Netanhyau e, in generale, dei Sionisti); la diffusione del principio win, win (vinco io che vinci tu); il superamento della cosiddetta legge del più forte o legge della giungla per giungere ad accordi che si rifacciano ai valori delle nostre civiltà: pace, progresso, collaborazione fra gli umani, fratellanza, rispetto reciproco e per la vita in generale, dialogo; laddove molti aspetti della politica internazionale ed un uso scriteriato delle tecnologie – non al servizio della popolazione, ma il suo contrario – hanno, invece, spinto nella direzione opposta.

Le asimmetrie sono ancora persistenti, però l’emergere dei BRICS (comprendendovi decine di altri Paesi che tendono a livelli soddisfacenti nell’equilibrio tra sviluppo economico e demografico) costituisce un percorso oramai difficilmente reversibile.

La possibilità di trovare un punto d’incontro tra la logica del Trattato di Westfalia (riconoscimento dell’altrui sovranità e non ingerenza negli affari interni delle altre Nazioni) con la visione di strategie del benessere proprio in concomitanza col raggiungimento di quello degli altri – come più volte ribadito dai massimi dirigenti della RPC e non solo loro, beninteso – rappresenta uno scenario che è ottimo ovvero il migliore per tutti e, nello stesso tempo, appare soluzione possibile e necessaria.

Tale prospettiva, con la ripresa del percorso di dialogo tra le più grandi potenze mondiali – cui l’Europa e non l’Unione Europea potrà dare un contributo importante – interrotto dalla guerra all’Iran, finirà per trovare una o più occasioni di coagulo per un accordo non solo di fatto, ma anche formale in occasione di un vero e proprio Trattato fra le Nazioni che, in parte, riprenda lo spirito di Bretton Woods e che, soprattutto, vada anche più avanti: inserendovi, finalmente, quanto tentò di fare il Keynes nel 1944, senza riuscirvi, vale a dire l’introduzione di una valuta scritturale internazionale che metta in condizione tutti i Paesi di ottenere il pareggio della propria bilancia commerciale, al fine di raggiungere traguardi di convergenza economica; una valuta che renderebbe più agevole, per tutti, il passaggio e l’utilizzazione di moneta nazionale senza debito, liberando gli Stati, le famiglie e le imprese dalla esclusiva dipendenza nei confronti del sistema bancario e finanziario.