In questo breve scritto, dopo aver considerato l’etimologia della parola e la sua sostanziale inappropriatezza nei confronti della maggior parte delle situazioni cui si è fatto cenno nel titolo (signoraggio monetario, negativo e bancario), si cercheranno di analizzare i punti principali.
Signoraggio monetario
L’etimo deriva dalla consuetudine di far pagare - a chi forniva alla zecca del Signore, siamo nel basso medioevo, metallo prezioso per ottenerne la monetazione - detto servizio trattenendo una parte del metallo stesso; quindi, originariamente, il sostantivo indicava l’operazione di pagare in natura (oro o argento) in modo che il valore facciale della moneta fosse superiore al suo valore intrinseco o valore del metallo; se fosse stato il contrario (caso che cercheremo di affrontare nel prossimo paragrafo), le monete sarebbero state fuse; ciò accadeva non di rado, soprattutto per l’oro e con le vecchie monete; un punto fondamentale che, qui, occorre sottolineare è che le monete così coniate avevano corso legale, vale a dire erano imposte dal Signore (ovviamente dov’egli poteva esercitare la propria autorità).
In seguito, però, con l’espressione signoraggio monetario, si doveva intendere la differenza tra il costo dell’effetto – anche e soprattutto cartaceo – e il suo valore nominale al corso legale imposto dallo Stato.
Il costo, passando dai metalli monetati alla carta e, ancora dopo, ai bit elettronici, si è sempre abbassato; il valore nominale o facciale è rimasto costante o, al limite, ha subito le sorti dell’uscita dal corso legale di una valuta per ottenersi l’adeguamento al “nuovo corso”.
Ma anche quando la moneta era ancora agganciata formalmente all’oro (prima del 1971), il cosiddetto signoraggio monetario da parte dello Stato era, comunque, elevato, trattandosi – fino al prevalere dell’elettronica – di carta e inchiostro; altra faccenda erano le garanzie (di conversione della moneta, ad esempio, cartacea) in oro – in genere per i “non residenti” – le quali potevano venir contabilizzate come passività, vale a dire, pur sempre costo, seppur finanziario e non economico; con “finanziario” s’intende virtuale o potenziale e non effettivo o reale.
Tale contabilizzazione al passivo – giustificabile fino ad un certo punto in regime di “ipotetica” conversione in oro degli effetti a corso legale – si è mantenuta nella prassi delle Banche Centrali, principali emettitrici, e degli stessi Stati quando immettevano biglietti e monete, in realtà, senza debito, ma contabilizzati, in modo volutamente erroneo, come debito; ciò al fine di nascondere la possibilità, per il Sovrano, di emettere mezzi monetari senza indebitare sé stesso o i cittadini.
In conclusione, il signoraggio monetario è – oggigiorno – la differenza tra il costo o valore intrinseco della moneta e il suo valore nominale (facciale).
Nozione, oggigiorno, utile solo a ribadire la possibilità di emissione di moneta non a debito, vale a dire senza sottostante esplicito; ma con sottostante implicito nelle effettive capacità produttive dell’insieme che ha detta moneta come riferimento imposto e accettato.
Più interessante, forse, è domandarsi chi è titolare del potere di immettere la moneta; vale a dire il Sovrano, cioè lo stesso soggetto (Re, popolo, oligarchia) che la impone senza venir disatteso.
Signoraggio negativo
Con l’espressione signoraggio negativo, allora, deve intendersi il caso di un valore intrinseco della moneta superiore a quello facciale, ma in condizioni di mercato tali da considerare prevalente una valutazione commerciale o numismatica ancora superiore a quella intrinseca.
Rimane, pertanto, il valore legale corrispondente a quello facciale; ma il pezzo presenta una quotazione superiore – che è fiduciaria, vale a dire accettata dagli operatori – rispetto al metallo pregiato contenuto nella moneta. Non è possibile che la rivalutazione del metallo superi quella fornita dagli operatori commerciali: se ciò accadesse, si tornerebbe all’ipotesi di una convenienza nella fusione dell’effetto.
Signoraggio bancario
Ben più complicata e spinosa appare la questione del signoraggio bancario. Finché i prestiti sono avvenuti in forma fisica ovverosia – ad esempio lo scambio tra – 100 monete correnti (“a pronti”) contro 100 monete a termine con tasso d’interesse 0 ovvero 110 con tasso d’interesse 10 (eccetera), il credito non si è sviluppato; questo con gravi conseguenze per l’economia come sperimentò, fra gli altri, l’Impero Romano.
In seguito, in Europa dopo l’alto medioevo, si introdusse una contabilizzazione – assieme all’emissione di effetti cartacei – che serviva a nascondere la non corrispondenza tra moneta non metallica e sottostante.
In pratica ciò avveniva in quanto il sottostante era uno stock mentre la moneta creditizia un flusso. In altri termini, il banchiere che deteneva 100 monete d’oro (depositategli dai suoi clienti) poteva far credito per un multiplo di detto stock: l’importante era che le richieste di rimborso dei depositanti non superassero lo stock stesso; non quello originario, ma quello esistente al momento delle richieste.
Quindi, se il flusso superava lo stock, quando le richieste di rimborso di quest’ultimo – generate soprattutto dai creditori dei depositanti – raggiungevano detto stock, esso era variato, in condizioni di crescita economica, in modo di assicurare continuità un movimento di creazione monetaria ben superiore al sottostante esistente.
In termini statici, dunque, il signoraggio bancario sarebbe la differenza tra la moneta che si crea al momento del prestito (che prescinde totalmente dal sottostante) e la richiesta di sottostante che matura successivamente; in termini dinamici questa differenza è sempre positiva e rappresenta il guadagno lordo del banchiere.
Riassumendo: la banca crea moneta e la attribuisce al prenditore che diventa creditore del proprio deposito e debitore verso la banca, in modo che il risultato, apparente, a “partita doppia”, sia zero al netto degli interessi (per questo molti osservatori accettano l’esistenza di un signoraggio unicamente attribuito agli interessi); man mano che i creditori del prenditore esigono i propri diritti, la banca riduce il signoraggio originario di quanto il prenditore riduce il proprio debito con la banca; va da sé, ad esempio, che il signoraggio o rendita della banca si riduce di più se i creditori secondari domandano moneta a corso legale (che ha sostituito il sottostante metallico del medioevo); e, quindi, aumenta man mano che la gli operatori si regolano – o sono costretti a regolarsi – elettronicamente; in ogni caso, il signoraggio bancario può venir calcolato solo nell’unità di tempo, considerando, in quel dato istante, qual è la situazione o saldo tra il flusso del credito e quello dei costi della banca, principalmente costituiti dalle richieste di contante.
Conclusioni
È grazie al signoraggio bancario che l’economia dell’età contemporanea ha potuto svilupparsi senza incontrare le limitazioni di quella antica e altomedievale; certamente, esso ha prodotto anche l’arricchimento di pochi a danno di molti, ma, soprattutto, la concentrazione antidemocratica del potere nelle mani di chi è risultato in condizioni di controllare l’offerta di moneta.
Per la stessa ragione, però, gli Stati o, ancora più esattamente, le democrazie potrebbero esercitare quello stesso potere immettendo mezzi monetari a corso legale non a debito, sorretti dalle capacità produttive del loro sistema economico, sociale e istituzionale di riferimento o, se si preferisce il termine, sottostante.















