La storica cittadina di Susa (Torino), adagiata sulle rive della Dora Riparia e sovrastata dalla massiccia cerchia dei monti, dominati dall’aguzza punta del Rocciamelone (m.3538), da secoli rappresenta il naturale centro di convergenza delle strade, che attraverso i valichi del Moncenisio e del Monginevro collegano l’Italia alla Francia.
Quest’area di frontiera, conosciuta e apprezzata per alcune delle località sciistiche più griffate delle Alpi occidentali, nell’altomedioevo a causa della posizione strategica fra le terre dell’attuale Piemonte e quelle comprese nelle odierne province della Savoia e del Delfinato, fu teatro di disordini e di molte delle competizioni militari, combattute prima tra gli eserciti dei due regni dei Franchi e dei Longobardi (sec. VII-VIII), poi fra gli armati di coloro, che ambivano alla conquista della corona italica (sec. X).
Il passaggio dei poteri alle diverse signorie locali, avvenuto in Piemonte nel XII secolo, giovò anche alle fondazioni religiose di Susa. Ne è un interessante esempio la cattedrale di San Giusto, che ebbe un forte legame con gli Arduinici. Ripercorriamone la storia.
Il 9 luglio 1029 il vescovo di Asti Alrico, il marchese di Torino Olderico Manfredi e sua moglie Berta fondarono un monastero entro le mura cittadine e lo dotarono di vasti possedimenti e di una basilica, forse edificata tra il 1011 e il 1027 per ospitare le reliquie di S. Giusto.
Certamente l’edificio si trovava nella posizione dell’attuale cattedrale, che conserva alcune strutture architettoniche risalenti all’XI secolo, tra cui lo spettacolare campanile romanico, ritenuto uno dei più grandi e imponenti del Piemonte.
La fronte della cattedrale di San Giusto è addossata a Porta Savoia. Compresa nelle mure difensive, innalzate durante il tardo impero romano, questo pregevole esempio di architettura militare è formato da un’arcata sovrastata con un’alta cortina, stretta fra due torri cilindriche, ridotte nel 1789 e dotate di aperture per permetterne la difesa su tutti i lati.
Susa possiede anche altri resti dell’epoca romana. Passeggiando nel Parco di Augusto, situato nella zona del foro, è possibile ammirare l’Arco di Augusto. Semplice e solenne, è stato eretto in pietra di Foresto nel 9-8 a. C. su iniziativa del prefetto Cozio I, per celebrare l’imperatore.
Lo contraddistingue nel fregio un bassorilievo, che rappresenta il patto di alleanza fra Augusto e Cozio e il rito sacrificale di un toro, una scrofa e una pecora. Nei pressi di Porta Savoia si trovano pure i resti dell’anfiteatro. Riportato alla luce negli anni 1956-1961, probabilmente fu costruito in forma ellittica (m.45x37) alla fine del II secolo d. C. e abbandonato in seguito alla distruzione della città da parte di Costantino. All’esterno di San Giusto la lunetta, che sovrasta una porta del fianco meridionale, è decorata con la Crocefissione.
L’affresco rappresenta figure fortemente stilizzate, bloccate in una sorta di sospensione di azione contro un fondo a bande. Per motivi stilistici si colloca nel 1130 ca. e riprende moduli pittori francesi coevi. Ben confrontabile, anche per la gamma cromatica chiara, con i dipinti di Saint-Aignan a Brinay, databili al secondo quarto del secolo XII, presenta riferimenti così precisi con le pitture a fresco d’Oltralpe, da far supporre l’intervento di un maestro francese. Ciò non stupisce, sia per la posizione di Susa sulla Strada di Francia, che per i rapporti intercorsi tra i monaci di San Giusto e alcuni confratelli della Francia e della Spagna settentrionale.
A documentare queste relazioni concorre pure l’enciclica che, redatta nel 1130 ca. e inviata a monasteri e chiese di quelle aree, annunciava il decesso dell’abate di San Giusto Bosone.
La Crocefissione potrebbe pure essere una delle iniziative commissionate dallo stesso Bosone, celebrato nell’elogio funebre del suo rotolo mortuario come in ornamentis ecclesiae precipuus o un progetto, realizzato dal suo successore per onorarne la memoria.
All’interno, l’edificio cultuale, in parte trasformato in stile gotico, presenta una pianta a croce latina con transetto ridotto.
La navata centrale è molto interessante. I grandi pilastri quadrangolari (a forma di T in direzione delle navatelle laterali), che reggono, senza capitello all’imposta, archi a sesto acuto e le campate inquadrate entro arcate cieche, rette da colonne alte e di sezione molto ridotta, rispetto a quella rettangolare del pilastro al quale sono addossate, attestano una fase di transizione tra la colonna classica affiancata al pilastro e il pilastro lobato.
Questo schema tipologico rimanda al duomo di Spira e alla chiesa abbaziale di Santa Maria Laach, entrambi nella regione della Renania-Palatinato (Germania).
Stranamente, però, a San Giusto la parete superiore dell’arcata cieca risulta ispessita per tutta l’altezza del cleristorio e sia la volta che gli archi traversi richiamano ancora i modelli coevi della Franconia (Germania). Inoltre nella sala capitolare si può ammirare un grande altare marmoreo, firmato dall’artefice: PETRUS LUGDUNENSIS, Pietro di Lione.
Realizzato negli anni 1120-1130 e caratterizzato da raffinati capitelli dall’accentuato formalismo, testimonia la continuità della cultura figurativa locale nei confronti di una doppia apertura verso Occidente e verso Oriente.
La scelta di un marmo bellissimo, l’esecuzione impeccabile, la colta calibratura dei rapporti tra membrature lavorate e campi liberi, alcuni dettagli inconfondibili come le fogliette al termine delle scanalature dei pilastrini e la sofisticata decorazione delle lettere che compongono la firma, contribuiscono nel rendere il manufatto un fondamentale esempio di riferimento per la scultura della Borgogna e dell’asse rodaniano, rivelando una nuova variante firmata del classicismo “lineare”, che da secoli tanto cattura l’attenzione dei visitatori a Cluny, Beaune, Paray-le-Monial e Autun.
Passeggiando lungo le vie del Borgo dei Nobili, su cui affacciano abitazioni con portali e finestre romanici e gotici, testimoni della ricchezza dell’antica aristocrazia savoiarda, che giunse qui, in seguito al trasferimento della corte da Chambéry a Susa, si arriva al convento dei minori con la chiesa gotica di S. Francesco.
L’edificio di culto, fondato insieme al convento nel 1244 da Beatrice dei conti di Ginevra, moglie di Tommaso I di Savoia, è stato costruito con materiali recuperati dal vicino anfiteatro romano.
Chiesa di San Francesco, Susa, Italia.
Nel chiostro di San Francesco, all’interno del monastero, si può ammirare un pregevole affresco che, dipinto da un anonimo artista nel quinto decennio del Trecento, ritrae otto busti di beati francescani. Di alcuni si è mantenuto il nome nei cartigli. Accanto a noti esponenti dell’ordine, come Sant’Antonio di Padova e Leo da Perego, arcivescovo di Milano dal 1241 al 1257, compaiono altri monaci dal culto meno diffuso.
I ritratti sono ospitati in medaglioni bianchi a forma quadriloba, inscritti in un cerchio dello stesso colore e uniti tra loro da tondi alternativamente decorati da un motivo vegetale e da uno a cerchi concentrici di diversi colori, che detto a phalerae, era assai diffuso tra la fine del Duecento e il Trecento.
Le immagini, collocabili nella fase pittorica del gotico internazionale, per la vivacità delle figure, il sottile gioco di simmetrie che le lega, il tentativo di distinguere nella fisionomia i soggetti rappresentati e la varietà dei loro gesti, costituiscono un caso isolato nella produzione valsusina della prima metà del secolo XIV.
I tondi costituiscono anche una rarità dal punto di vista iconografico. L’esempio più prossimo è quello con i beati, i cardinali e i santi domenicani realizzato da Tommaso da Modena nella sala capitolare di San Nicolò a Treviso nel 1352, commissionato da fra Falione da Vazzola, in quegli anni priore del convento.
Particolarmente interessante il Museo diocesano di arte sacra di Susa, che si trova nei locali della rettoria, annessi alla chiesa della Madonna del Ponte, eretta nel XIII secolo, riedificata nel 1591 e rimaneggiata nel ‘700.
L’esposizione si articola in più sezioni e raccoglie manufatti creati tra il VI e il XX secolo. Tra i rari pezzi si possono ammirare: due straordinari picchiotti in bronzo del XII secolo, recuperati dal portale della cattedrale di Susa, il prezioso simulacro ligneo della Madonna della chiesa del Ponte, scolpito nel XII secolo, e il celebre Trittico del Rocciamelone (1358), commissionato da Bonifacio Roero. Protagonista della vita politica, commerciante e prestatore di denaro con banchi in tutta Europa, il nobile magnate era aggiornato sui gusti del gotico d’Oltralpe e in grado di influenzare l’ambiente artistico locale, facendo eseguire questo splendido capolavoro in uno stile aggiornatissimo, forse da una bottega orafa di Bruges.
A pochi chilometri da Susa, sulla strada che porta al Passo del Moncenisio si erge il millenario complesso abbaziale della Novalesa. Innalzato alla metà dell’VIII secolo come avamposto religioso e culturale dei Franchi verso il regno longobardo, fu abbandonato all’inizio del X secolo, perché troppo esposto alla minaccia delle incursioni arabe.
Circa un secolo dopo, quando ormai i musulmani furono stabilmente ricacciati a sud dei Pirenei, l’abbazia fu ricostruita e divenne un centro monastico di primaria importanza, grazie alla potente abbazia di Breme (Pavia), da cui dipendeva, e alla protezione della nascente dinastia dei Savoia.
In seguito, il complesso monastico subì profondi rifacimenti. Alcuni oratori isolati, però, hanno conservato il loro aspetto medievale senza subire sostanziali modifiche.
Tra questi, il più notevole è senz’altro l’oratorio dedicato ai santi Eldrado e Nicola. Il suo interno è decorato da dipinti murali, che compongono il più importante ciclo figurativo di età romanica superstite nell’Italia settentrionale.
Il ciclo è databile tra la fine dell’XI e i primi anni del XII secolo. Il suo singolare programma iconografico delinea un serrato parallelo tra la vita e le gesta di san Nicola di Myra, più noto come san Nicola di Bari, e sant’Eldrado.
I due santi sono raffigurati nell’abside dell’oratorio ai piedi di un severo Cristo in Maestà nella mandorla, fiancheggiato dagli arcangeli Gabriele e Michele.
Accanto a ciascuno dei due santi compare un monaco genuflesso in atto di adorazione: quello vicino a sant’Eldrado è stato identificato con l’abate Adraldo di Breme, che morì nel 1097 e al quale viene ricondotta la committenza del ciclo.
Ciascuna delle due campate in cui è suddiviso l’oratorio ospita sei storie, distribuite sulle rispettive volte e pareti: episodi della vita di san Nicola in quella più vicina all’abside, della vita di sant’Eldrado nell’altra. Le storie dell’abate della Novalesa sono una rarità iconografica e delineano la biografia di un uomo nato da una famiglia abbiente in una valle alpina francese che lavora umilmente i campi coltivando viti, finché non decide di vendere i suoi beni e di darsi al pellegrinaggio.
Giunto alla Novalesa, egli viene accolto dall’abate Amblulfo, decide di entrare nell’ordine benedettino, diventa a sua volta abate della Novalesa, fonda un nuovo monastero nei dintorni disinfestando miracolosamente il luogo dai serpenti (simbolo di eresia) e infine muore in odore di santità. Le storie di san Nicola sono nel complesso più note. Un episodio frequentemente raffigurato è quello della consegna dei sacchetti d’oro alle fanciulle senza dote.
Accanto a episodi frequentemente raffigurati, sono presenti scene iconograficamente più rare, come quella del miracolo in cui egli appare ai naviganti diretti a venerare la sua tomba e li dissuade dall’usare un olio malefico che la dea Diana, sotto mentite spoglie, ha donato loro per vendicarsi del santo che ne aveva sradicato il culto nella città di Myra.
Rara è pure la scena dell’infante Nicola, che il venerdì rifiuta il seno della madre, perché già da allora mostra di essere ligio ai precetti del digiuno. Quel che più conta, tuttavia, è che il programma iconografico prevede per ogni scena un suo corrispettivo speculare nella campata accanto. Si sviluppa così un’esplicita relazione simmetrica tra le “vite parallele” dei due santi, per cui il ripudio delle ricchezze e la lotta contro il paganesimo dell’uno trovano esatta corrispondenza nell’ascetismo e nella battaglia contro le eresie dell’altro. Lo mostra la scena con la solenne vestizione di Nicola a cui corrisponde, nella campata accanto, quella di Eldrado che, appena giunto alla Novalesa, riceve umilmente l’abito monacale.
Alla Novalesa la cultura figurativa è di alto livello e riechieggia la pittura e la miniatura coeve. Lo si evince dal programma iconografico. Commentato da didascalie in latino, appare supportato da una narrazione sobria ed efficace, che utilizza le architetture dipinte come quinte sceniche per ambientarvi ciascuna storia, raccontata con qualche gustoso dettaglio di vita quotidiana.
Carlo Bossoli, L'Arco di Augusto a Susa, Italia. Collezione privata.















