Si vis pacem, para bellum, frase latina mai più che attuale. È attribuita a un prosatore latino del IV secolo d.C., Publio Vegezio Renato, e in sostanza vuol dire che per assicurarsi la pace bisogna armarsi. Dai tempi di Vegezio Roberto sono passati quasi 18 secoli, ma le sue parole ci fanno ancora riflettere sul fatto che da allora le cose nel mondo non sono affatto cambiate in meglio, semmai sono peggiorate. Da quei tempi gli armamenti delle nazioni sono aumentati vertiginosamente insieme alle violenze di massa, inclusi genocidi e massacri di intere popolazioni inermi. La conclusione è che la violenza armata, per quanto ci si sforzi di eliminarla (solo a parole), purtroppo aumenta.
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale i conflitti hanno continuato a susseguirsi in tutto il mondo: per esempio la guerra di Corea, quella del Vietnam, quella tra Pakistani e Indiani nel Kashmir, quella tra Iraq e Iran, la guerra in Jugoslavia e ora quella tra Russia e Ucraina, e tante altre ancora, senza soluzione di continuità e senza la possibilità che quelle in corso abbiano fine e per sempre. Secondo alcune statistiche solo nelle guerre appena elencate i morti, tra i militari e i civili, hanno superato quelli della Seconda guerra mondiale.
Ciò di cui dobbiamo renderci conto è che le guerre, al contrario di quanto si possa credere, non sono alimentate unicamente dall’aggressività armata umana, ma hanno radici molto profonde nella nostra cultura, quella più oscura, non in quella animale.
Gli animali, che ovviamente non utilizzano mezzi armati come gli uomini, utilizzano invece le parti più offensive del loro corpo, fondamentalmente fauci e artigli, ma solo per uccidere non un animale della loro stessa specie, ma uno che appartiene a un’altra specie (aggressività interspecifica). In etologia quest’ultimo comportamento si chiama “atto predatorio”, che poi diventa consumatorio, cioè un comportamento che viene messo in atto solo per sfamarsi, per uccidere una preda e poi cibarsene, per esempio quello della leonessa con una gazzella o di un lupo con un capriolo.
Tutto questo non ha niente a che fare con la cultura nel vero senso del termine, mentre la guerra tra gli uomini certamente sì. Come è possibile che la guerra sia un fatto culturale quando noi uomini abbiamo sempre pensato che la cultura sia la parte più nobile delle nostre espressioni sociali, quelle della tolleranza, della libertà, della fratellanza e dell’uguaglianza?
Così recita il motto nazionale francese, liberté, égalité, fraternité, nato dalla rivoluzione del 1789 e sancito dal secondo articolo della Costituzione francese nel 1958, ma dati i fatti che ci ritroviamo intorno, altro che regole culturali governate dalla ragione e da una morale responsabile e umanitaria!
Nelle guerre tra gli uomini, come sappiamo, non si rispettano mai queste regole, non si rispetta nessuna convenzione, tanto meno la libertà, la fraternità e l’uguaglianza tra i popoli: tutto è concesso. In senso più antropologico la cultura, quella con la “c” maiuscola, è il complesso dei comportamenti sociali e anche mentali di una popolazione, di un’etnia, di persone che parlano una stessa lingua, in rapporto ai processi evoluzionistici e alle condizioni ambientali in cui i popoli vivono.
Ma è stato sempre così? Dati i fatti, sembrerebbe di no. Per esempio il Reichstag, il parlamento tedesco ai tempi di Hitler, promulgò delle leggi che permettevano ai tedeschi di fare legalmente le cose più orribili che mai siano state concepite dall’uomo. Se, per esempio, i tedeschi del tempo, ipoteticamente, non avessero saputo leggere e scrivere, tutto questo non sarebbe successo e nemmeno ci sarebbe stata la Seconda Guerra Mondiale.
Quando Hitler fece divulgare le leggi razziali e ordinò l’eliminazione di tutti gli ebrei, dei comunisti e degli oppositori del suo regime, si avvalse di un tessuto culturale (o meglio sub-culturale) e di una cultura della guerra, quella dei tedeschi, che credettero ciecamente alle sue parole. Non dobbiamo mai dimenticare che il linguaggio e l’uso che ne facciamo, la scrittura e il potere legislativo sono elementi fondamentali della cultura.
È chiaro che in questo caso la maggioranza dei tedeschi sia stata condizionata dalle minacce e dalla violenza e dal clima politico del tempo, ma purtroppo restano i fatti che sono accaduti sotto i nostri occhi e soprattutto di quelli che quella guerra l’hanno combattuta. Non voglio essere frainteso, ma alla cultura si possono dare anche dei significati diversi da quelli che spesso si assegnano a questa parola. La cultura non ha una struttura rigida e monolitica ma è la manifestazione spontanea di diverse espressioni, per esempio quella letteraria, quella musicale, quella artistica, quella scientifica e filosofica eccetera, ma purtroppo anche quella della guerra.
Oggi, quest’ultima espressione culturale la chiamano “economia di guerra”, ma nella sostanza è la stessa cosa.
Quella del Terzo Reich era infatti un’economia di guerra. In realtà esistono diverse espressioni culturali, molte sono buone e benefiche, altre sono invece scellerate e catastrofiche. Ora il punto è stabilire che cosa c’entri tutto questo con il famoso motto di Publio Vegezio Renato e, più in generale, con la guerra. Per capirlo dobbiamo risalire all’origine della nostra specie di Homo sapiens, quando ancora gli uomini non si consideravano colti e civili, ma simili agli animali, quando ancora non avevano scoperto l’agricoltura ed eravano ancora dei raccoglitori e rudimentali cacciatori, insomma quando ancora non avevano capito l’importanza della stanzialità.
Il fatto è che da questo periodo, cioè quello della stanzialità, per noi esseri umani sono iniziati dei problemi che hanno addirittura messo in pericolo la nostra vita sulla Terra. Se con l’agricoltura nasce e si sviluppa la civiltà, dobbiamo purtroppo ammettere che la guerra diventa un’invenzione delle nostre stesse civiltà e cultura: i popoli civilizzati negli ultimi due millenni sono quelli che sono entrati in guerra più degli altri. Agli indios dell’America latina, nonostante fossero quasi tutti dei guerrieri, mai passò in mente di distruggere e far scomparire totalmente un loro nemico; se l’avessero sconfitto l’avrebbero magari reso schiavo, ma mai eliminato, soprattutto non l’avrebbero mai fatto in maniera organizzata e premeditatamente.
Le battaglie spesso venivano condotte con bastoni appuntiti, mazze e altro di questo genere, in sostanza armi molto rudimentali, con un gran fracasso, molta ritualità, anche folklore, ma raramente con tanto spargimento di sangue. Le perdite nei due campi contrapposti, infatti, erano sempre minime.
Un altro elemento non secondario è che queste popolazioni, che in fondo erano quelle dei nostri antenati, non manifestavano mai forme di aggressività estreme: sarebbero state controproducenti, avrebbero esposto l’aggressore a molti rischi e rivendicazioni, se non a vendette vere e proprie. Poi nei secoli successivi le cose sono cambiate: il nemico doveva essere invece annientato, non solo sul piano culturale e religioso (pensiamo alle guerre di religione del passato) ma soprattutto sul piano materiale.
Ma che cosa ha reso possibile tutto questo? Al contrario di quanto si possa pensare, questo è il lato oscuro della nostra cultura rappresentato dall’uso delle armi automatiche di tutti i generi per perpetrare stermini di intere popolazioni. Questo è un uso distorto della tecnologia, soprattutto di quella bellica e militare. Le guerre svolgono dei compiti imposti sempre dall’alto, ma questo non vuol dire che si debba sempre eseguirli.
Si potrebbero escogitare altre soluzioni che però presuppongono che l’uomo comprenda le funzioni reali delle guerre stesse e che possono essere sempre evitate. Con la tecnologia, e la tecnologia è un prodotto della nostra cultura, noi esseri umani costruiamo sempre più armi, anche atomiche, per distruggere il nemico, per annientarlo. In conclusione, sarà mai possibile sostituire la cultura della guerra con quella della pace?















