Ci sono dei romanzi che, una volta letti, non si staccheranno mai da te: per la forza delle parole, dei contenuti, dei personaggi rappresentati. E succede lo stesso per certi racconti. Cecità di Saramago e Cattedrale di Carver sono ineguagliabili per me. Entrambi affrontano la condizione della cecità, ma in modo completamente diverso. Non solo per stile, ma anche per il messaggio che vogliono trasmettere. Quanto è ridondante il primo, è essenziale il secondo.

Ci pongono difronte alla cecità, ai suoi risvolti in maniera del tutto realistica. Il romanzo di Saramago, benché sia un testo fantastico, rappresenta l’essere cieco, i suoi movimenti, le sue difficoltà in modo vero. E niente di più vero c’è nel minimalismo di Carver. Partendo proprio da queste due opere, pongo alcune domande a Stefano Manzi, informatico e cieco dalla nascita.

Non la voglio chiamare “intervista” perché non lo è nel senso canonico del termine, ma anche per un’altra ragione: l’etimologia risiede nel francese entrevue e cioè entre, tra, e voir, vedere.

Noto che anche in italiano è comunissimo rifarsi a termini che derivano da “vedere” o simili, e quando parli con un cieco ti rendi conto di quanto siano inappropriati, anche se non riesci a trovarne altri per sostituirli. Non è certo una questione di “politicamente corretto”, ma semplicemente di delicatezza. Poi, però, noti che sono loro i primi ad infarcire i discorsi di “visualizzato”, “visto”, “vedere” e tutto ciò, linguisticamente, stona con la pura realtà.

Tanti anni fa, lessi Cecità di Saramago e ne rimasi letteralmente folgorata: quel testo mi era entrato nelle vene, al pari di Cattedrale di Carver. Sono due scrittori stilisticamente e contenutisticamente agli antipodi, ma ciò che trovo comune ad entrambi è una cruda poesia in testi non poetici.

La cecità di Saramago è globale, universale, è un’epidemia. È una cecità metaforica. Quella di Carver è la cecità del quotidiano: è una cecità reale.

Rileggere il romanzo di Saramago dopo tanti anni impressiona e stupisce poiché l’epidemia narrata, seppur esasperata, ricorda - per molti versi - l’era del Covid e di tutto quanto abbiamo dovuto affrontare. Un evento che ha cambiato totalmente le nostre vite e le ha condizionate sotto ogni aspetto.

Non si è arrivati alla legge hobbesiana dell’homo homini lupus descritta nel libro, ma ci ha reso senz’altro più ostili e diffidenti gli uni con gli altri. Lo stesso Saramago, nel discorso di assegnazione del Premio Nobel (1998), rimarcò, molto prima del Covid, che la società contemporanea non vede, è cieca perché è venuto a mancare il senso di solidarietà tra le persone.

È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria.1

Certi passaggi del libro che, la prima volta, mi erano parsi davvero fantascientifici, hanno assunto un risvolto reale con la lettura a distanza di un decennio e dopo l’epidemia di Covid. Il ministero annuncia che bisogna “mettere in quarantena tutta quella gente, secondo l’antica prassi ereditata dai tempi del colera e della febbre gialla”2, e sembra di rivivere proprio certi momenti.

Il romanzo narra di un’epidemia di cecità. Una cecità che non avvolge nel nero, ma in un mare di latte: è una cecità bianca. Si diffonde velocemente, come tutte le epidemie, in un luogo che non conosce nome e in un tempo che non conosce date. Rimangono anonimi anche i personaggi; li riconosciamo solo dal ruolo che assumono nella storia: “il primo cieco”, “il ragazzino strabico”, “la ragazza con gli occhiali scuri”, “la moglie del medico”, “il medico” etc.

I ciechi sono posti in isolamento in un ex manicomio, diviso in due ali: l’ala da destinare ai ciechi propriamente detti e quella da destinare ai sospetti ciechi. Il corpo centrale è una terra di nessuno per chi è diventato cieco e per coloro che lo erano già.

Credo che la scelta di utilizzare il manicomio come luogo di isolamento non sia casuale: è un luogo di contenimento, ora, come lo era per eccellenza in passato. E la legge di sopravvivenza che vi vige non è di certo lontana da quella che quelle stesse mura hanno conosciuto anzitempo. È un luogo di abominio, di sopraffazione, di violenza bruta a cui devono sottostare soprattutto le donne con gli stupri a cui sono soggette da una parte dei ciechi, i cosiddetti “ciechi malvagi”.

C’è una sola persona vedente: la moglie dell’oculista, che ha visitato i primi pazienti ad essere diventati ciechi. Si finge cieca per non abbandonare il marito, ma non abbandona neanche gli altri ciechi, sempre disponibile ad aiutare.

Si sente anche in colpa per il fatto che sia l’unica a non essere stata colpita dall’epidemia e indegna perché vede tutto e tutti. È l’unica persona realmente positiva, l’unica realmente solidale.

La solidarietà non conosce veste in questo luogo, è minimamente accennata solo fra donne. È un luogo di barbarie assoluta, dove la sporcizia e il fetore che si sente ovunque sono il riflesso della sporcizia e del fetore interiori.

La disumanizzazione che esplode con l’epidemia, covava già prima del dilagare della cecità perché era l’indifferenza a dominare su tutto. Questo manicomio-lager mette in luce gli aspetti più negativi di chiunque e non sembra esserci spazio alcuno per la salvezza.

Ma, proprio alla fine, tutti i ciechi riacquistano la vista senza una ragione apparente, la guarigione arriva improvvisa come l’epidemia. E, nonostante tutta la barbarie e il pessimismo di fondo, solo nel finale si intravede la speranza; non solo con la fine dell’epidemia, ma anche con quel cielo bianco, descritto nelle ultime righe, che solo la moglie del medico vede.

La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco. È arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.3 Se in Saramago l’indifferenza è assoluta, componente essenziale e fulcro dell’uomo, in Carver abbiamo un ribaltamento di un’atavica indifferenza e insofferenza personale verso i non vedenti.

Un vedente si trova a dover passare un’intera serata con un cieco, amico della moglie che fa la lettrice per ciechi. Non si sente a suo agio, contrariamente al non vedente, e l’ultima cosa che avrebbe voluto è essere lasciato da solo con lui.

Ha sintonizzato la televisione su un canale culturale che trasmette un documentario sulla Chiesa e il Medioevo. C’erano le immagini di una processione annuale in Spagna con diavoli, maschere diaboliche, corna, lunghe code e scheletri.

Poi alla fine del video è apparsa la splendida cattedrale di Notre-Dame a Parigi:

[…] è apparsa quella famosissima di Parigi, con gli archi rampanti e le guglie che puntano alle nuvole. La telecamera è arretrata per mostrare l’intera cattedrale che si stagliava all’orizzonte.4
Poi passarono in rassegna le cattedrali del Portogallo e della Germania.

Ad un certo punto, il cieco - una persona molto cordiale e simpatica - gli chiese:

Ma magari me ne puoi descrivere una tu, eh?5

Il vedente scorbutico, racconta:

Io mi sono concentrato sull’inquadratura della cattedrale sullo schermo. Come si fa a descriverla, anche a grandi linee?6

La difficoltà della descrizione viene sopperita dall’inventiva del cieco che escogita una felice soluzione: farà disegnare al vedente una cattedrale guidandolo con la sua mano.

Su un sacchetto di cartone per alimenti, l’unica “tela” trovata, il vedente comincia a disegnare, incoraggiato, con la sua mano dentro quella del cieco e ad occhi chiusi. La penna ubbidiva ad entrambi.

Non riuscivo a smettere […] Ho ripreso la penna e lui ha trovato di nuovo la mia mano. Ho continuato ad aggiungere particolari. Non sono certo un artista. Ma ho continuato a disegnare lo stesso.7 Insofferente ai ciechi, con tutta una vita di pregiudizi e diffidenza, grazie ad uno di loro riesce a cambiare la sua prospettiva con un sacchetto di cartone, una penna e una mano-guida.

È lui stesso ad ammettere che è un’insolita ed inaspettata esperienza e nella semplicità tipica di Carver viene espresso tutto:

E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato in vita mia.8

Immerso in qualcosa di completamente nuovo che non riusciva ad esprimere nemmeno a se stesso, terminò il disegnò quando fu il cieco ad ordinarglielo.

Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Voglio tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare.9

Era ancora in una bolla, quando il cieco gli chiese il parere sul disegno.

È proprio fantastica, - ho detto.10

Carver, con il suo magistrale minimalismo, in una storia in cui v’è poco da raccontare, mette in scena due dei suoi tanti personaggi che potremmo incontrare nella nostra quotidianità. E qui ha dato vita a una conversione intima, regalando a un personaggio burbero -avvezzo all’ alcool e agli spinelli- un po’ di quello stupore perso, o mai avuto.

Una testimonianza di cecità: un paio di domande a Stefano Manzi

42 anni, non vedente dalla nascita, Stefano è informatico e dipendente INAIL (Istituto Nazionale Assicurazione contro gli infortuni sul Lavoro). Amante ed esperto, anzi espertissimo, di rock. La frase che accompagna il suo profilo WhatsApp è di Neil Young: “Il rock’n roll è qui per restare!”.

La passione per il rock è nata nell’estate/autunno 2016 grazie ad un collega di lavoro che, finché ha lavorato nella sua stessa sede, teneva sul davanzale della finestra una radiosveglia del padre, sempre sintonizzata su Virgin Radio, emittente rock per antonomasia.

Ascoltandola giorno per giorno, ogni canzone gli è piaciuta sempre di più. Alcune le conosceva, altre no, poi pian piano -sentendo i conduttori che spiegavano degli aneddoti della vita dei cantanti, della formazione o disgregazione dei gruppi, successi e fallimenti di questi- l’attrazione è stata quotidiana. Per riportare le sue testuali parole: “Meglio di un colpo di fulmine!”.

Parto dal racconto Cattedrale di Raymond Carver dove si trovano soli in una stanza, un non vedente e un vedente che deve descrivergli una cattedrale attraverso degli elementi che il cieco non può conoscere perché non li ha mai visti. Io capovolgo la situazione. Come descriveresti tu una cattedrale a me o a un altro vedente, senza rifarti a modelli famosi, come Notre-Dame a Parigi ad esempio (e citata anche in Carver), di cui si hanno pregevoli descrizioni in ogni dove. Quali sono gli elementi con cui descriveresti una cattedrale, a livello personale, e non con meri dati oggettivi?

Pensiamo ad un luogo dal soffitto molto alto, con la voce ed ogni altro tipo di suono che si propaga. Lungo tutte le strutture molto alte che ci sono, compaiono i vari colonnati.

Le caratteristiche principali sono, appunto, un tetto molto alto e la vastità dell’ambiente per cui, tenendo gli occhi chiusi e affogando nel nero dei ciechi, si sentono i passi, il vociare dei visitatori e tutto assomiglia a una sorta di eco.

C’è il caratteristico odore delle candele e dell’incenso. Queste sono sicuramente le tipologie di altri luoghi di culto; altri dal soffitto così alto, altri meno. Ed è proprio questa sorta di eco a far sentire gli ambienti più o meno pieni.

Ci sono tante sedie, un altare (come un podio per gli oratori), un bancone dell’acustica. E, prova a spostarti qua e là, troverai due uscite di sicurezza. Occhi chiusi, sempre ed ovviamente, e si sente ancora un vociare indistinto di persone. Ottanta, cento, centoventi persone, approssimativamente, e la calma – improvvisa - quando comincia la funzione e si avverte la loro attenzione e serietà. E, infine, il ritorno alla chiacchiera spensierata dopo il termine del rito.

Il mondo è fatto di pregiudizi e preconcetti, dunque di cecità morale e umana. Cosa diresti tu a un cieco morale e umano? A un vedente cieco perché pieno di pregiudizi e preconcetti? Se l’altra domanda era in relazione all’opera di Carver, questa lo è rispetto a quella di Saramago.

Una persona che vede, ma ha la cecità mentale e morale è perché non conosce o ignora. Direi che la cecità morale è di chi non vuol conoscere la diversità oltre la punta del suo naso, oltre al proprio orticello, oltre a quello che è il suo mondo.

Magari dice, pensa: “La cecità è un problema che non mi tocca”. Invece io posso dire che tanti ciechi morali sono quelli che dovrebbero garantire l’accessibilità completa dei servizi, delle strade, dell’edilizia urbana, dei prodotti informatici, domotici… Di tutto! Ma spesso non è così.

Per contro ci sono eventi come Accessibilty Days, a metà maggio, il giovedì e il venerdì di ogni anno, ci sono tanti webinar su argomenti di tecnologia, tanta sensibilizzazione e informazione.

Questo per cercare di ridurre sempre più al minimo, si spera, questi preconcetti. I quali possono emergere persino già nell’ambito scolastico, come è capitato nel caso del sottoscritto: io ero molto più legato alla maestra di turno, anche nell’intervallo, rispetto ai miei compagni o ad altri coetanei.

La maestra ci stimolava a parlare, ad aprirci e ad allenare l’empatia e la capacità d’ascolto. Soli tra coetanei era molto più difficile perché là interveniva proprio la cecità morale e mentale e avvertivi l’atteggiamento del vedente: “Che argomenti posso far emergere con un cieco? Di cosa discutere? Di cosa parliamo? Come spiego una distanza etc.?”.

Molti hanno il (pre)concetto di cecità come fosse qualcosa di plurimo, quando invece è solo la mancanza della vista. Ci sono, però, tanti strumenti compensativi e c’è chi riesce ad utilizzarli al meglio facendo una buona percentuale di cose.

C’è chi trova più difficoltà ad inserirsi, o perché ha perso la vista da grande o non è mai stato indirizzato sin da giovane, o perché non se la sente di adoperarli o non è a conoscenza di nuovi strumenti che possono aiutare anche a fare le cose più comuni.

Anche l’AI, ben utilizzata, permette di far accedere a chi non vede informazioni un tempo più complicate da raggiungere o che richiedevano molti più passaggi.

Al cieco morale direi: “Entra nel mondo dei ciechi reali, allena il tuo orecchio per ascoltare. Quando entri nel nostro mondo, chiudi gli occhi, respira un po’, pensa a come ti senti e rifletti sulla sensazione che provi in questi tre/quattro minuti.

Prova a far scorrere nella tua mente un unico pensiero: adesso come mi sento? Come mi sento come cieco o con una persona non vedente, al lato, difronte, al tavolo di un bar?”.

E direi ancora: “Prova, tu, persona che vedi, tu che non hai tanta conoscenza della cecità a immergerti nel mondo dei “diversamente uguali” o “ugualmente diversi”, come preferiamo chiamarlo.

Dovremmo tutti quanti essere consapevoli e accogliere i nostri limiti e le nostre insicurezze e anche l’umiltà di dire: “Non mi tengo tutto per me, ma ciò che serve lo condivido con gli altri, in ogni modo”.

Una cosa che mi ha sempre incuriosito, a proposito dell’immaginazione legata alla cecità, è sapere come vi immaginate i colori. Tu che sei cieco dalla nascita e quindi i colori non li hai mai visti, mi incuriosisce sapere che cos’è per te un rosa, un bianco, un blu etc.? Ciò che ti chiedo, visto che sei un esempio vivente del dolore, della sofferenza di un bambino che non ha mai conosciuto i colori, non potendo disegnare un cielo veramente blu, celeste, con le nuvole bianche… Come li immaginate? Li associate a qualcosa?

Per la persona che non vede, il colore rimane fondamentalmente, dal punto di vista lessicale, né più né meno che un aggettivo qualificativo; benché risulti molto utile conoscere il tipo di colore, non foss’altro per organizzarsi: i colori equivalgono agli oggetti ed al loro posizionamento.

Come posizionare gli indumenti, sapere che tipo di indumento si sta per indossare è “conoscere” il colore. Sapere il colore di un oggetto è essenziale se si condivide la scrivania in un ufficio, ad esempio. O anche a casa: sapere così quali sono gli oggetti propri e quelli altrui.

Si può associare il colore anche alla forma: nel mio caso, in ufficio, il portapenne di color marrone ha una forma più longilinea, quello di colore grigio ha una forma più corta. Oppure, il mio portapenne marrone è posizionato in verticale, quello del mio collega, che è di color grigio, lo è in maniera orizzontale. Al di là del colore, si possono trovare dei posizionamenti o dei segni convenzionali per distinguere i propri oggetti o per sapere che cosa si ha dentro un armadio, dentro un mobiletto, sopra una scrivania, una tavola etc.

Tu che sei un amante ed esperto di rock, non potendo vedere i video, “dai” delle immagini alle canzoni?

Quando ascolto una canzone, una musica, l’associo sempre a degli avvenimenti, a delle circostanze accadute. Ė sempre il mio vissuto ad accompagnare la musica che ascolto e amo. Ringrazio Stefano per averci regalato il suo prezioso esempio e per averci fatto capire che la cecità è da esplorare.

[…] la cecità è una questione privata fra un individuo e gli occhi con cui è nato. (José Saramago, Cecità)

Note

1 José Saramago, Cecità, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2010, p. 37.
2 José Saramago, Op. cit., p. 41.
3 José Saramago, Op. cit., p. 276.
4 Raymond Carver, Cattedrale, Giulio Einaudi Editore 2014, p. 221.
5 Raymond Carver, Op. cit., p. 222.
6 Raymond Carver, Op. cit., p. 222.
7 Raymond Carver, Op. cit., p. 224-225.
8 Raymond Carver, Op. cit., p. 226.
9 Raymond Carver, Op. cit., p. 226.
10 Raymond Carver, Op. cit., p. 226.