Il Cardinale Francesco Coccopalmerio (canonista di fama internazionale, nonché Presidente emerito del Pontificio Consiglio per i testi legislativi e creato Cardinale nel 2012 da Papa Benedetto XVI; dopo aver ricoperto il ruolo di docente di diritto canonico all’Università Gregoriana e dopo la nomina a Vescovo ausiliare di Milano nel 1993) ha di recente pubblicato un libro dal dichiarato intento non soltanto di “riassumere” lo stato dell’arte in materia di “sinodalità nella Chiesa”, ma anche di renderne più agevole la comprensione e l’applicazione nella realtà viva delle parrocchie (il titolo dell’opera è: Chiesa sinodale in cammino – Il documento finale del Sinodo dei Vescovi 2023-2024. Una rilettura pastorale, LEV, 2025).
L’Autore – giustamente – si propone perciò di offrire una sintesi interpretativa del Documento finale (approvato dalla XVI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi), con lo scopo di renderlo accessibile anche ai fedeli meno esperti. In altre parole “l’Autore ha in mente – anzi, ha a cuore! – soprattutto i membri delle comunità parrocchiali e, in special modo, degli organismi della sinodalità parrocchiale, in primis il Consiglio pastorale. È allora auspicabile che un libro come questo finisca tra le mani dei parroci e dei loro immediati collaboratori, come prezioso strumento per familiarizzare con i frutti e le sfide del processo sinodale” (così il Cardinale Mario Grech – Segretario generale del Sinodo dei Vescovi – nella bella Prefazione).
Prima di tentare alcune riflessioni su questo importante argomento (per una più ampia visione di antropologia teologica), giova ricordare che Coccopalmerio era già intervenuto in tempi recenti sulla vita sinodale della Chiesa con altre pubblicazioni (in particolare, Il consiglio pastorale parrocchiale, “soggetto comunionale deliberante”: attuazione efficace di sinodalità nella parrocchia, in “Ephemerides Iuris Canonici”, 59 – 2019, n. 2, pp. 665-696; e Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata” o dal consultivo al deliberativo? – A colloquio con padre L. Prezzi, LEV, Città del Vaticano 2021).
Inoltre, vorrei anche sommessamente precisare che la lettura e lo studio del suo nuovo lavoro si renderebbe senz’altro utile anche agli addetti ai lavori, per due ordini di motivi: primo, la chiarezza espositiva, la competenza, la lunga esperienza ecclesiale dell’Autore riescono a offrire una efficace e utile sintesi per una miglior riflessione organica sul tema; secondo, un’opera di questo tenore e di questa “chiarezza divulgativa” riesce ad agevolare la comprensione e la riflessione su alcuni problemi di fondo della Chiesa, favorendo forse il superamento di certi pregiudizi (nella consapevolezza – ritengo – che dietro ad alcuni dibattiti dottrinali si nasconda in realtà una mentalità “vetero-testamentaria”; e come non ricordare – a questo proposito – la battuta che fece il Cardinale Carlo Maria Martini, e poi ripresa anche da Coccopalmerio, secondo cui “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”).
In via operativa, la sinodalità comporta il riunirsi dei fedeli in assemblea ecclesiale ai diversi livelli (centrali o periferici), l’ascolto reciproco (soprattutto tra sacerdoti e laici), il dialogo, il discernimento comunitario, il formarsi del consenso e l’assunzione di una decisione. Perciò, significa la comunione di pastori e fedeli nell’attività di guida e nell’attività di governo della Chiesa. Tuttavia, in senso meno “tecnico” e più profondo ed ecclesiale la sinodalità (che significa “camminare insieme”, perciò vivere comunitariamente il mistero dell’amore verticale verso Dio, e dell’amore orizzontale verso il prossimo) può essere intesa in senso più ampio, come un modo di pensare, di sentire, di conoscere e valutare.
Direi proprio uno “stile ecclesiale”, che mette in chiaro alcuni essenziali principi: primo, la Chiesa è soltanto di Cristo, è cosa “Sua”, ed è lui che la guida (realmente anche se invisibilmente); secondo, è sempre Lui che ha deciso di affidarla a noi, non per necessità ma per farci crescere nella responsabilità e nello spirito di collaborazione; terzo, premesso che l’autorità nella Chiesa è un compito di servizio e non di potere (“non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo”… il più grande tra voi sia vostro servo”, Mt 23,10-11), ciascun membro della Chiesa, in qualunque posizione si trovi, è sempre discepolo e può diventare anche maestro; quarto, sul presupposto dell’Amore trinitario (che rende l’amore non solo un’energia etica ma un fondamento ontologico dell’Essere e di ogni vivente), la vita di ciascuno di noi è intimamente collegata a quella degli altri (ed ecco la splendida realtà della “comunione dei santi” e del profondo legame tra Chiesa celeste e Chiesa pellegrinante).
Come non ricordare l’immagine giovannea della vite e dei tralci (Gv 15,1-17), o la potente immagine paolina del corpo e le membra (1Cor 12,12-27); quinto, è fondamentale nella chiesa la dimensione missionaria per la salvezza delle anime, per cui ogni “discorso” sulla Chiesa deve essere funzionale al raggiungimento di questo “mandato”, al di là degli aspetti organizzativi e/o operativi.
Molto bello, a tal riguardo, il richiamo di Coccopalmerio alla testimonianza del Cardinal Martini, il quale nella sua prima lettera pastorale (nella attivissima città milanese, e del suo vivace presbiterio) parlò della “dimensione contemplativa della vita”, indicando come prima necessità quella di fermarsi, riflettere, pregare, mettendo “il Signore Gesù al centro della nostra vita” e lasciando che sia Lui a prendere possesso di noi (v. F. Coccopalmerio, Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata”, cit., pp. 97-98).
In questa centralità di Cristo si colloca anche la profonda comprensione del nostro essere Chiesa, cioè non uomini soli e sperduti nell’avventura esistenziale e, soprattutto, in quella spirituale, ma reciprocamente sostenuti e incoraggiati, convocati e chiamati, valorizzati per il servizio, affamati di speranza, di amore, di fede, in ascolto della Parola. La Sacra Scrittura ci offre significative perle: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (Salmo 132,1); “perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), sempre nella massima intimità di presenza (“Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”, Ap 3,20), e sempre nella massima apertura agli altri, nella gioia della condivisione e del perdono.
Ritornando agli aspetti più canonistici, “la sinodalità designa poi, in senso più specifico e determinato dal punto di vista teologico e canonico, quelle strutture e quei processi ecclesiali in cui la natura sinodale della Chiesa si esprime a livello istituzionale, in modo analogo, sui vari livelli della sua realizzazione: locale, regionale, universale. Tali strutture e processi sono a servizio del discernimento autorevole della Chiesa, chiamata a individuare la direzione da seguire in ascolto dello Spirito Santo” (p. 18). In buona sostanza – anche in riferimento al Documento finale del Sinodo – la sinodalità ecclesiale si articola in tre elementi: attività, soggetti, strutture. Sul piano dell’attività, la sinodalità comporta “il riunirsi in assemblea ai diversi livelli della vita ecclesiale, l’ascolto reciproco, il dialogo, il discernimento comunitario, il formarsi del consenso… e l’assunzione di una decisione”.
Decisione che deve essere a servizio del discernimento autorevole della Chiesa, che deve interpretare la direzione da seguire in ascolto dello Spirito Santo (p. 23); con l’ulteriore precisazione che la decisione finale dovrà essere utile alla sua missione evangelizzatrice in vista del “bene della Chiesa”, che equivale all’assunzione di “interventi pastorali idonei” (p. 25). Sul piano dei soggetti, qui entrano in gioco i fedeli insieme ai loro pastori (Vescovi e presbiteri), con la specificazione che “sono considerati fedeli coloro che manifestano ai pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e sono considerati come pastori coloro che ricevono dai fedeli il loro pensiero” (p. 28).
Del resto è lo stesso can. 212 § 3 (che riprende il testo conciliare di Lumen Gentium 37,1) che stabilisce che “In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono (che dovrebbe essere un sintomo della loro moralità e fedeltà al Vangelo o, in altri termini, della loro presunta “santità”), essi – i fedeli – hanno il diritto, anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa”.
Anche se – come è stato osservato – andrebbe tolto l’avverbio “talvolta”, in quanto il dovere è permanente in rapporto alla natura di battezzato dei fedeli (e sono solo le occasioni di esercizio che si verificano in taluni momenti specifici); inoltre, proprio per questo loro status, hanno la dote di “intelligenza spirituale” per cui hanno il conseguente dovere di esercitarla (infatti sarebbe preferibile parlare di “capacità” dei fedeli, v. F. Coccopalmerio, Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata”, cit., p. 25), per cui andrebbe almeno invertito l’ordine dei termini: parlando prima del dovere e dopo del diritto (F. Coccopalmerio, Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata”, cit., pp. 26-28).
Infine, sul piano delle strutture possiamo dire che esse (dal Sinodo dei Vescovi, fino al Consiglio pastorale parrocchiale) sono quelle deputate ad essere idonee “strutture di sinodalità ecclesiale” (o “organismi di partecipazione”), affinché venga posta in essere l’attività sinodale – insieme - di fedeli e Pastori. “Dobbiamo subito mettere in evidenza una particolarità delle strutture sopra evidenziate: in ciascuna di esse uno dei componenti, cioè il pastore, ha una posizione di superiorità, dal punto di vista gerarchico, a quella degli altri componenti: il Vescovo diocesano nei confronti dei presbiteri, dei diaconi e dei laici, il parroco nei confronti dei parrocchiani” (p. 32). Fatta questa premessa, va tenuta ferma l’essenzialità della “sinodalità”, vista come “disposizione spirituale”, vale a dire come un modus sentiendi e perciò operandi.
“È un sapere, anzi un sentire, di essere unità nella Chiesa e per tale motivo è un pensare e un operare come unità nei vari settori della vita della Chiesa” (p. 34). Inoltre, va tenuto presente il perenne e imprevedibile soffio dello Spirito Santo (Gv 3,8), per cui ogni fedele ha una sua singolarità e utilità per il bene comune, e i “beni”, i doni che un fedele “può dare agli altri, nessun altro fedele può di per sé darli” (F. Coccopalmerio, Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata”, cit., p. 34). Perciò tra pastori e fedeli si svolge quell’avventura dello spirito, del dialogo, dell’ascolto che rappresenta il fulcro “dell’avventura di sinodalità ecclesiale”.
Infatti, nel n. 82 del Documento finale del Sinodo leggiamo che: “il discernimento ecclesiale non è una tecnica organizzativa, ma una pratica spirituale da vivere nella fede. Esso richiede libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alla novità e abbandono alla volontà di Dio. Non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di pareri individuali; ciascuno, parlando secondo coscienza, si apre all’ascolto di ciò che altri in coscienza condividono, così da cercare insieme di riconoscere ‘ciò che lo Spirito dice alle Chiese’ (Ap 2,7). Prevedendo l’apporto di tutte le persone coinvolte, il discernimento ecclesiale è allo stesso tempo condizione ed espressione privilegiata della sinodalità, in cui si vivono insieme comunione, missione e partecipazione” (p. 37).
E qui sta anche la “chiave” interpretativa della felice battuta secondo cui “possiamo dire che la Chiesa non è una democrazia a patto di riconoscere che essa è molto più di una democrazia, essendo profonda comunione tra tutti i suoi membri”. Pertanto, vivere, ricercare, conversare nello Spirito “significa vivere l’esperienza della condivisione nella luce della fede e nella ricerca del volere di Dio, in un’atmosfera evangelica entro cui lo Spirito Santo può far udire la Sua voce inconfondibile” (p. 39).
La vera ragione (vorrei dire di antropologia teologica) che richiede la massima partecipazione, valorizzazione e ascolto di tutti i membri del Popolo di Dio, poggia non soltanto sulla grande dignità umana di ogni persona, ma proprio sul destino trascendente di ognuno e sul progetto che Dio ha per ciascuno di noi, sempre per l’utilità comune.
E qui non si tratta di “far carriera” o di tenere in alta considerazione soltanto i sapienti (perché “la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini… Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 1Cor 1,25.27) e i “potenti di turno”: anzi la logica evangelica ci insegna a considerare gli altri superiori a noi stessi (Fil 2,3), senza trascurare che Dio “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,51-53). Si tratta, al contrario, di stupirci e di meravigliarci davanti al mistero dell’altro, chiunque sia, perché creato a immagine di Dio.
Perciò la nostra capacità di ascoltare l’altro concretizza la nostra capacità di ascoltare e di amare Dio (per di più tenendo conto che Cristo si identifica nel più piccolo, nel più povero, per cui amando il sofferente visibile amiamo anche in lui il Cristo invisibile, “il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo”, Fil 1,6). Rispetto, infine, al valore degli altri, celebre è l’episodio biblico della scelta di Davide (il più piccolo che stava pascolando il gregge) come re; in quanto “l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore” (1Sam 16,7). E nel dubbio fin dove si debba spingere il “perimetro del nostro ascolto”, ci pare preziosa l’impostazione del Cardinal Martini, il quale sentendo “dentro di sé, la compresenza del vecchio e del nuovo, del cattivo e del buono, del non credente e del credente”, non ha mai escluso il non credente o il diversamente credente, ma lo ha rispettato e ascoltato (del resto come non ricordare la sua istituzione della “Cattedra dei non credenti”).
Nella foto Roberto Carlo Delconte con il cardinale Francesco Coccopalmerio.
In linea generale, la conoscenza del bene della Chiesa, e di conseguenza della decisione da assumere, può essere acquisita sia mediante una attività naturale di intelligenza umana, e sia tramite un’illuminazione dello Spirito Santo (p. 44). Quando pastori (seppur in posizione di “superiorità” e dunque di maggior nobile servizio) e fedeli si ritrovano per dialogare nelle “strutture di sinodalità” (ad esempio, un Consiglio pastorale parrocchiale), si verifica non soltanto un rapporto orizzontale-umano, ma un avvenimento di natura soprannaturale: nel riunirsi e nell’esercizio dell’ascolto (anche interiore) tra pastori e fedeli “si verifica qualcosa di sacramentale.
Si svolge, sì, un dialogo tra persone (visibile), però, nel contempo, un dialogo che attua e trasmette una realtà invisibile, cioè la voce dello Spirito Santo. Visibile-invisibile, quindi sacramentale” (p. 45). In questa “forma di liturgia” (per cui è sempre necessaria la preghiera) – quando pastori e fedeli dialogano nelle strutture di sinodalità - avviene quella unione profonda che si verifica quando “si celebra un sacramentale o l’Eucaristia o qualche altro sacramento” (pag. 46). E proprio la capacità di tutti i fedeli di avere un “istinto” per la verità del Vangelo, derivante dall’unzione nel Battesimo, conferisce il diritto-dovere di poter testimoniare la propria fede e di poter contribuire al bene della Chiesa. Ecco dunque la grande differenza tra una semplice riunione (umana) e la realtà sinodale: la capacità di quest’ultima di aprirsi – individualmente e collegialmente, eticamente e intellettualmente – alla presenza e ai doni dello Spirito.
Ricostruita con rapida sintesi la parabola dell’evento sinodale, resta da compiere un’ultima importante (e forse decisiva) riflessione sull’originale contributo (vorrei anche dire intelligente, concreto, evangelico) che Coccopalmerio offre su un aspetto giuridico-canonistico del processo sinodale. Come abbiamo visto l’attività specifica della sinodalità ecclesiale è quella di ricercare e quindi conoscere quale sia il bene della Chiesa, per arrivare poi ad assumere una decisione attuativa e “materiale”. E il predetto passaggio o percorso “dall’atto di intelligenza-conoscenza all’atto di volontà-decisione” può essere opportunamente chiamato “percorso di deliberazione” sinodale.
Sul punto il nostro Autore si pone questa legittima domanda: “se la sinodalità ecclesiale è la comunione di pastore e fedeli nel compiere i due atti appena sopra richiamati, quello di intelligenza-conoscenza di quale è il bene della Chiesa e quello di volontà-decisione di dare attuazione al bene stesso, risulta, allora, chiaro che si verificherà sinodalità ecclesiale qualora e nella misura in cui pastori e fedeli compiranno insieme entrambi gli atti” (F. Coccopalmerio, Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata”, cit., p. 38). Purtroppo oggi capita che i fedeli compiano insieme soltanto il primo atto di conoscenza, mentre il solo pastore compie entrambi gli atti: il primo (di conoscenza) insieme ai fedeli, ed il secondo (di decisione) da solo.
Premesso il valore prezioso del “parere” nella Chiesa, e la sincera ricerca del più ampio consenso possibile (“senza nascondere i conflitti e senza cercare compromessi al ribasso”), in pratica i fedeli – nelle strutture di sinodalità – possono soltanto esprimere un voto consultivo (v. ad esempio il can. 536 § 2 per il Consiglio pastorale parrocchiale), col risultato che poi il pastore prenderà da solo la finale decisione. Coccopalmerio si chiede allora come sia possibile “intrecciare l’aspetto consultivo e quello deliberativo” del processo sinodale (p. 91).
Se da una parte l’autorità pastorale ha il dovere di ascoltare coloro che partecipano alla consultazione sinodale, dall’altra vige il principio ecclesiologico della “corresponsabilità differenziata” – tra pastori e fedeli – per cui si tratterebbe di riuscire a superare la contrapposizione tra consultazione e deliberazione. In che modo?
In un modo molto semplice ed efficace: rendere deliberativo il voto dei fedeli (e non solo consultivo), ma con l’ulteriore vincolo – per la sua piena efficacia – di dover comprendere il voto concorde del pastore. In sostanza, l’atto di volontà del “soggetto comunionale” è un atto composto, dato dall’unione di più atti di volontà “compiuti da ciascuna delle persone componenti il soggetto comunionale” (p. 95). Tornando all’esempio del Consiglio pastorale parrocchiale, il voto del parroco è vero che ha un valore gerarchicamente superiore a quello del voto degli altri fedeli, tuttavia basta aggiungere la previsione che, nella maggioranza dei voti di tutti i componenti il Consiglio, debba sempre essere contenuto “il voto concorde del parroco” (p. 97).
Senza il voto del pastore, dunque, non vi è maggioranza. Per arrivare a questo si dovrebbe modificare la normativa canonica, modificando il voto consultivo dei fedeli in deliberativo, con quell’unica condizione del concorde voto del pastore. Del resto è già quello che avviene nel caso di un Concilio, dove il can. 341 § 1 riconosce, con forza obbligante, solo quei decreti che siano stati approvati dal Pontefice. Interessante poi la modifica proposta del can. 212 § 3, volta sia a riconoscere pienamente l’abilitazione-capacità dei fedeli di udire la voce dello Spirito Santo; e sia di affermare il dovere-diritto dei fedeli di partecipare alla vita della Chiesa e così alla sua guida (pp. 112-113). Ecco il testo come verrebbe modificato: “§ 1. Tutti i fedeli hanno la capacità di udire la voce dello Spirito Santo e in essa di conoscere il bene della Chiesa. § 2. Per tale motivo tutti i fedeli, in rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, hanno il dovere e il relativo diritto di cooperare al bene della Chiesa, anche nel governo di essa”.
Ci sarebbe ancora un aspetto da chiarire, per comprendere a fondo l’utilità di questo cambiamento. Perché, ci si potrebbe chiedere, riconoscere una differenza – per il fedele – tra un parere, anche di maggioranza, inascoltato, ed un voto poi, nel medesimo modo, non confluito in vera e propria decisione per la mancanza del voto concorde del pastore? In apparenza quasi nessuna tuttavia, sia da un punto di vista giuridico che, soprattutto, ecclesiale vi è una significativa differenza.
Nel secondo caso – qui auspicato – il voto del singolo fedele viene riconosciuto a pieno titolo, in piena dignità e, in linea di principio, perfettamente in grado di contribuire attivamente alla decisione finale. Del resto il singolo fedele potrebbe, in ipotesi, esprimere un voto contrario rispetto al voto di maggioranza con voto concorde del pastore, ma non per questo quella persona perderebbe il peso morale del proprio ruolo e del proprio apporto (per ulteriori considerazioni, v. R.C. Delconte, Sinodalità a responsabilità piena. Sull’ecclesiologia di comunione: alcuni spunti interpretativi giuridico-canonistici, in “Revista Iustitia”, n. 13 – agosto 2022).
Infine, su questo punto trovo illuminante ed efficace lo stesso paragone proposto da Coccopalmerio. Supponiamo che un parroco suoni lodevolmente le campane e inviti i fedeli a partecipare alla Messa, poi li accolga con delicato amore paterno in chiesa facendoli accomodare; ma poi si separi da loro dicendo: cari fedeli, aspettate qui in chiesa, perché io vado in cripta da solo a celebrare la Messa, e voi pregate invece per vostro conto, ci saluteremo al mio ritorno (F. Coccopalmerio, Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata”, cit., p. 54). Il valore della Messa sarebbe uguale, ma il grado di partecipazione e di soddisfazione dei fedeli sarebbe molto diverso.
La sorprendente lentezza con cui viene presa in seria considerazione tale proposta, denuncia con evidenza il pregiudiziale ancoraggio al molo della comoda e pigra tradizione della comunità ecclesiale, che stenta ad aprirsi alla libera navigazione “in mare aperto” (come profeticamente sollecitato da Papa Francesco). Ecco allora – per riprendere una nota battuta – il confronto (spero non lo scontro) tra chi vorrebbe tornare al Vaticano I e tra chi sarebbe già pronto per il Vaticano III (e forse IV); ma, dal momento che la verità sta nel mezzo, sarebbe senz’altro necessario prima di tutto capire e applicare interamente il Concilio Vaticano II, per vivere profeticamente la verità del Vangelo nel dialogo con gli uomini e donne di oggi, per un fresco, coerente, generoso messaggio di salvezza. Ci sembrano essere tre i principali filoni di sviluppo necessari: la piena valorizzazione dei fedeli laici; la realizzazione dell’unione ecumenica, la matura considerazione delle donne.
A conclusione di questa mia “sintesi” (simpatetica) non solo del pensiero di Coccopalmerio, ma direi della visione antropologica e teologica della sinodalità, vorrei lasciare due antichi consigli sulla necessità di acquisire sempre più una “mentalità sinodale”. Il primo, risalente al primo millennio cristiano, suggerisce che “ciò che riguarda tutti va trattato da tutti”; il secondo, tratto dalla Regola di San Benedetto, indica la necessità di consultare tutta la comunità, in quanto spesso “è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore”.















