La signora, vestita di un cappotto e di un cappello marroni, portava per ogni mano una confezione di bottiglie d’acqua e spingeva con un piede una scatola multipack di detersivo per la lavatrice.

A circa due metri di distanza, un ragazzo in abiti da lavoro dedicava tutta la sua attenzione allo smartphone e, poco più in là, un uomo della mia età passeggiava e parlava al telefono.

“Le serve una mano, signora?” E ora arriva il bello della storia.

Tre persone – come in quel gioco delle carte – oltre alla donna, avrebbero potuto porre la domanda: il ragazzo, l’uomo, io.

“Oh, ma ho parcheggiato lontano…” Mi risponde la signora, mentre il ragazzo solleva lo sguardo dallo schermo per riabbassarlo un attimo dopo.

“Non importa, signora, anzi è proprio per questo che l’aiuto”.

Non il ragazzo in abiti da lavoro, non l’uomo, alto, all’apparenza abbastanza forzuto. No.

Perché proprio io?

Mi sono autoeletta salvatrice nel triangolo di Karpman?

Avrei potuto non farlo, la signora avrebbe calciato la scatola fino all’auto e avrei evitato una fatica.

Insomma, avrei fatto uno swipe e la signora sarebbe uscita di scena.

Gli studi dicono che la persona media passa circa 3-4 ore sullo smartphone ogni giorno: immagini bidimensionali che scorrono davanti ai nostri occhi e che ci abituano a comportarci da semplici spettatori. Come detto, possiamo fare uno swipe e ciò che non ci piace o che ci disturba sparisce. Ma è dura far scorrere nella realtà ciò che non vogliamo vedere. E allora basta uno sguardo fugace alla signora per poi tornare a rifugiarsi nel caleidoscopio dei social media.

Sia chiaro, utilizzo anch’io lo smartphone e allo stesso tempo mi sforzo di restare presente a me stessa, al mondo, agli altri.

Queste scatoline sono diventate uno scudo o una scusa, un pretesto o una giustificazione, lo strumento della deresponsabilizzazione. Quando il mondo diventa uno sfondo, un semplice scorrere di sagome, figure e colori indefiniti, è difficile sentirsi ingaggiati dall’altro e si sta perdendo la capacità di vedere l’altro.

È come se stessimo osservando la vita anziché viverla, in corpi ripiegati su se stessi che perdono l’attenzione e la presenza una goccia alla volta, come contenitori crepati.

È un fenomeno sociale che si sta trasformando in una postura interiore. E ogni postura interiore, nel tempo, diventa una scelta di vita.

Le ricerche psicologiche mostrano che maggiore è il numero delle persone presenti, minore è la possibilità che qualcuno intervenga ad aiutare in caso di necessità. Altri studi dimostrano che questo Bystander Effect può essere favorito dalla presenza dello smartphone, che accentua l’osservazione passiva della situazione e spinge a filmare piuttosto che agire. Non è semplice indifferenza, è sospensione dell’azione e la brutta notizia è che, mentre noi scegliamo di metterci in standby, il mondo continua a girare.

Più scorriamo le home dei social in coda al supermercato, mentre attendiamo l’autobus oppure a casa con la nostra famiglia, più ci alleniamo ad autoescluderci dalla realtà. E il tempo, proprio come l’autobus, passa senza che ce ne accorgiamo.

Oggi più che mai, in un mondo di spettatori, abbiamo bisogno di molti Isaia pronti a dire: “Eccomi, manda me!” (Isaia, 6:8).

La citazione è biblica sì, ma la religione è esclusa perché il focus è rispetto al posizionamento umano: è un’assunzione volontaria di responsabilità nei confronti della vita. Rispondere “manda me” è un atto umano che mostra presenza, rispetto per sé e per gli altri e volontà di lasciare un piccolo segno nel mondo. Mi piace pensare che, se ognuno di noi lasciasse ciò che incontra sul cammino meglio di come lo ha trovato, allora il mondo sarebbe un posto più accogliente, meno spaventoso, con qualche Isaia in più e qualche smartphone in meno.

Non ero la più forte, non ero la più adatta, non sono una Wonder Woman, ho solo visto una persona e non solo una scena e, senza pensarci troppo su, ho risposto alla questione: “Chi manderò?”. Ero presente, ecco cosa può fare la differenza.

“Dio ti benedica”, ha detto la signora dopo che ho messo la scatola nel bagagliaio; ancora una volta il punto non è la religione, è l’essersi viste reciprocamente come esseri umani.

Ti invito a riflettere:

Quante volte resti in standby? Quante volte ti nascondi dietro allo schermo? Quante ti senti completamente invisibile mentre qualcuno è accanto a te con il corpo e lontano con la mente?

Cosa succede, invece, quando scegli di esserci? E cosa quando, nonostante l’emozione travolgente, scegli di vivere il momento?

Sembra così innocuo mettersi in standby, è solo un attimo, un piccolo calcetto al momento presente per spostarlo un pochino più in là. Ma la vita non aspetta che siamo pronti. Le occasioni per esserci – per gli altri e per noi stessi – potrebbero non ripresentarsi l’attimo dopo. Intanto scorrono mentre teniamo lo sguardo basso, in attesa che sia qualcun altro a fare la prima mossa.

Scegliere di vedere l’altro cambia anche chi guarda e in un mondo dove tutto è sotto alla luce dei riflettori, abbiamo bisogno di tornare ad apprezzare le sfumature, di incontrarci, guardarci negli occhi e riconoscerci.