Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe… ... Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale)
Confesso che provo una sottile invidia nei confronti di chi con assoluta sicurezza profetizza sul mondo che sarà tra dieci o vent’anni. Dubito che i moderni profeti abbiano capacità divinatorie superiori agli aruspici etruschi, che leggevano i segni del futuro nel volo degli uccelli e nelle viscere degli animali sacrificati a qualche divinità. L’invidia è per la loro indubbia genialità nell’aver intuito: a) che non possiamo fare a meno del futuro; b) che il futuro acquista valore in proporzione alle incertezze e alle paure del presente.
Ognuno di noi — ragionano questi profeti — ha bisogno di una quota minima di futuro per dare senso alle proprie azioni. Decidere vuol dire produrre un effetto destinato a comparire nel futuro: tra un attimo, tra un giorno, tra un anno, o anche quando non ci saremo più. Per giudicare la qualità di un’azione devo farmi un’idea del mondo in cui produrrà i suoi effetti: sarà uguale al presente, oppure diverso? E quanto? Insomma, il futuro è essenziale per dare forma all’azione presente: è una sorta di addensante del pensiero, come la fecola di patate in un buon budino al cioccolato.
In periodi di grande trasformazione della società, della tecnologia e dell’economia, la previsione del futuro non è più riconducibile ad una previsione lineare del tipo “Se faccio l’azione A, allora ottengo l’effetto B”. Ci troviamo nella condizione in cui il futuro si apre a ventaglio: se faccio A, potremmo avere B, oppure C, oppure D, oppure altro ancora.
Non a caso, chi si occupa di futuro con un certo rigore metodologico ha abbandonato da tempo l’idea positivista di prevedere un solo futuro già tutto scritto nel presente, e, più saggiamente, ha virato verso una più cauta descrizione anticipata di molteplici futuri possibili. Nulla di più. Viviamo nel tempo della complessità e dobbiamo rassegnarci all’incertezza.
Tuttavia, una saggia cautela viene puntualmente disattesa. Negli ultimi mesi, accademici, ricercatori e guru dell’informatica hanno fatto a gara nel prevedere l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa sul lavoro. I pareri coprono tutte le possibilità e ogni profeta è arcisicuro delle proprie previsioni. Gli apocalittici prevedono, a breve, la perdita di milioni di posti di lavoro e, nel lungo periodo, la quasi scomparsa del lavoro umano. All’opposto, gli ottimisti ritengono che la paura sia eccessiva e, come in passato, spunteranno nuove professioni, connesse alla creatività, alla cura e alla solidarietà tra le persone. I più temerari danno i numeri: il 60% dei posti di lavoro delle economie avanzate sarà toccato dall’AI, il 75% degli informatici, il 50% dei lavori impiegatizi junior, e così via.
Previsioni così difformi ci dicono soltanto che il cambiamento è tanto profondo da impedirci di sapere che cosa accadrà. D’altra parte, non abbiamo esperienza di una tecnologia analoga. C’è chi richiama le macchine a vapore, l’automobile, l’elettricità, la stampa e, più di recente, i computer e la rete internet. Ma sono paragoni che reggono solo fino a un certo punto. In tutti quei casi, la tecnologia lasciava spazio a nuovi lavori che le macchine, per loro struttura, non erano in grado di svolgere. Al contrario, se ci domandiamo quale lavoro la tecnologia AI non potrà mai svolgere, la risposta diventa imbarazzante: non lo sappiamo.
Fino a qualche anno fa eravamo certi che l’empatia e la compassione fossero capacità solamente umane. Poi, dai laboratori di ricerca, sono emersi agenti empatici e robot capaci di dialogare con gli anziani; infine, i più giovani hanno cominciato a usare gli LLM come amici a cui confidare paure e da cui ricevere conforto.
Anche la creatività non se la passa bene. Pensavamo che la genAI, come ogni sistema formale, non potesse essere creativa. Dopotutto, J.R. Lucas, nel 1961, sosteneva che qualsiasi macchina fisica è l’implementazione di una macchina logica e che, per funzionare, deve essere consistente: di fronte a premesse contraddittorie, la macchina si blocca. Al contrario, la mente umana riesce a gestire contraddizioni e paradossi: un uomo di 185 centimetri, in molte situazioni, può essere chiamato “alto”; se però gioca in una squadra di pallacanestro, può apparire “basso”. In sostanza, noi utilizziamo vari schemi per dare forma all’esperienza, e non necessariamente tali schemi sono coerenti. Putnam osservava che ciò che ci salva è proprio il fatto di essere macchine inconsistenti, ed è proprio la capacità di gestire molti schemi difformi e di generarne di nuovi la fonte della nostra creatività.
Ebbene, la genAI non è una macchina formale nel senso di Gödel e Lucas. Ha imparato a dedurre ‘schemi di pensiero’ dai testi che le abbiamo fornito in addestramento, e a smontarli e ricomporli per inventarne di nuovi. Proprio ciò che chiamiamo creatività. Chi avesse ancora qualche dubbio è invitato a leggere la seconda parte del libro di Benjamin Labatut, Maniac, dove si racconta la drammatica storia del sistema di intelligenza artificiale AlphaGo, che sconfisse Lee Sedol, mitico campione di Go. Scrive Labatut:
Quando in futuro gli storici guarderanno indietro alla nostra epoca cercando di identificare il primo barlume di una vera intelligenza artificiale, potrebbero trovarlo in una mossa ben precisa nel corso della seconda partita fra Lee Sedol e AlphaGo, giocata il 10 marzo 2016: la mossa 37. Era diversa da qualunque altra cosa un computer avesse mai fatto prima. Ed era anche diversa da qualunque cosa un essere umano avesse mai preso in considerazione. Era qualcosa di nuovo, una totale rottura con la tradizione, una deviazione radicale da migliaia d'anni di esperienza accumulata. (p.314).
Rileggiamo: “era anche diversa da qualunque cosa un essere umano avesse mai preso in considerazione.” Se non è creatività questa, allora cos’è?
Finché qualcuno non fornirà una dimostrazione convincente di ciò che queste macchine non possono fare, sarà prudente astenersi da previsioni che potrebbero essere smentite il giorno dopo. L’atteggiamento migliore è quello suggerito da Eugenio Montale nella poesia “Non chiederci la parola”, in Ossi di seppia (1925): non cerchiamo la parola che “squadri” il mondo rinchiudendolo in astratte certezze, ma, piuttosto, rivolgiamo l’attenzione verso ciò che non siamo e ciò che non vogliamo, cercando di comprendere ciò che le nuove macchine ci dicono a proposito delle abilità cognitive che abbiamo creduto distintive dell’umano. E farlo nell’unico modo possibile: sperimentare.
Riferimenti
Le previsioni sugli effetti dell’AI sul lavoro sono facilmente rintracciabili in rete. I pareri e i dati riferiti nell’articolo sono tratti dal supplemento IT di Repubblica del 23 aprile 2026.
Labatut, B. (2025). Maniac. Milano: Adelphi.
Lucas, J.R. (1961). Minds, Machines and Gödel. Philosophy, 36(137), pp. 112–127.
Montale, E. (1925). Ossi di seppia. [Ed. di riferimento: Milano: Mondadori, 2003].
L’affermazione di Putnam, H. è riportata da Lucas (1961).















