La società dell’antica Mesopotamia era basata, specialmente durante l’Età del Bronzo (III – I millennio a.C.), su un’economia agricola, imperniata sulla produzione di cereali (in particolare, orzo) e gestita in larga misura dalle Autorità centrali, ovverosia i Templi ed il Palazzo Reale, le cosiddette Grandi Organizzazioni che detenevano il potere politico, concentravano le risorse e redistribuivano le derrate alimentari.
In un contesto del genere, l’accumulo di debito in capo ai soggetti privati poteva essere non soltanto, e non primariamente, il risultato di transazioni puramente commerciali, ma derivava soprattutto da “prestiti di sussistenza”, aventi ad oggetto in particolare sementi oppure orzo per il consumo, e da “arretrati fiscali” che si andavano formando nei periodi di crisi, in relazione a stagioni caratterizzate da cattivi raccolti, siccità ed altre cause che impedivano di conferire la quota di prodotto dovuta a titolo tributario.
La pressione esercitata da questi debiti, che venivano spesso contratti con funzionari statali (oltre che con grandi capitalisti privati), generava una rapida e ricorrente situazione di “schiavitù per debiti” che - mantenendo asserviti i debitori, e le relative terre e famiglie, che rimanevano vincolati al servizio del creditore fino all’estinzione delle obbligazioni assunte -, minacciava la libertà e la capacità produttiva della popolazione agricola di base.
Proprio in risposta a questa tensione socio-economica di natura “sistemica” emerse e si affermò, quale meccanismo di riequilibrio, l’annullamento generale e periodico dei debiti (misarum, in accadico, lingua semitica, corrispondente all’assiro-babilonese), pratica istituzionale che risulta perpetuata per circa un millennio in tutta la regione mesopotamica, come viene attestato da circa trenta proclamazioni effettuate tramite decreti reali emessi tra il 2400 ed il 1400 a.C.
L’esistenza di una pratica periodica così persistente ed istituzionalizzata dimostra che la crisi del debito era considerata dalle Autorità non come un fallimento finanziario e morale del singolo individuo, ma piuttosto come un esito sistemico ed inevitabile della struttura economica, influenzata da cicliche crisi climatiche e ricorrenti stagioni agricole non proficue: la remissione del debito, pertanto, rappresentava un requisito essenziale per la sopravvivenza del sistema.
Anche le più recenti ricerche di Storia Economica e di Antropologia (cfr., ad esempio, gli studi di M. Hudson e D. Graeber) inquadrano il fenomeno mesopotamico dell’annullamento del debito come uno strumento primario di politica economica e di difesa della sovranità reale: l’atto di cancellazione, infatti, era necessario per prevenire una deriva oligarchica, impedendo che una concentrazione di debiti si traducesse in una concentrazione di terra e manodopera, cedute a tempo indeterminato (dai debitori in schiavitù per debiti) nelle mani dei creditori privati, spesso alti dignitari statali che, in tali condizioni (accumulo di ricchezza e di forza lavorativa e militare), avrebbero potuto attentare al potere centrale.
L’accumulo del debito senza alcun intervento correttivo avrebbe comportato nel corso del tempo una contrazione dell’economia, una paralisi della produzione ed una conversione in schiavitù della maggior parte della popolazione, minando così la stabilità politica e la coesione sociale.
La periodicità del condono, decretato tipicamente ogni sei-dieci anni, evidenzia che il misarum non era una misura di emergenza straordinaria ed isolata, ma era piuttosto una clausola implicita e necessaria nel sistema creditizio agrario mesopotamico, una pratica essenziale che consentiva al sovrano di agire come “arbitro macroeconomico”, ripristinando l’ordine sociale preesistente, garantendo ai contadini l’accesso diretto alla terra e mantenendo l’ordinaria capacità produttiva della base agraria, fondamentale per alimentare il gettito fiscale e la leva militare.
La pratica dei condoni periodici si diffuse soprattutto nel cosiddetto periodo Paleo-Babilonese (XX – XVI secolo a.C. circa), all’interno del quale ricade anche il regno di Hammurabi (1792-1750 a.C.), contrassegnato da quattro remissioni generali dei debiti dei cittadini nei confronti del ceto finanziario dei creditori. Mentre il famoso Codice del 1754 a.C. era un Corpus legislativo di portata generale in materia di proprietà, obbligazioni e contratti, il misarum era un decreto esecutivo che fungeva da correttivo politico-economico rispetto al quadro normativo delineato dal Codice medesimo.
Dopo Hammurabi, il sovrano Ammisaduqa (1646-1626 a.C.) emise - nel primo anno del suo regno - uno dei decreti di annullamento più dettagliati ed illuminanti, che evidenzia la natura coercitiva dell’intervento reale, in quanto non si limitava a cancellare i debiti ma imponeva, inoltre, ai creditori (ed agli esattori fiscali) di restituire le proprietà e di risarcire i contadini fino ad allora espropriati. Il misarum prevedeva, altresì, severe sanzioni per coloro che non avessero rispettato l’ordine reale di restituzione, configurandosi così non come una semplice amnistia passiva, bensì come un riordino attivo e forzato del sistema socio-economico.
Tale provvedimento di remissione stabiliva:
Se un’obbligazione è risultata in preclusione contro un cittadino di Numhia, un cittadino di Emutbalum, un cittadino di Idamaras, un cittadino di Uruk, un cittadino di Isin, un cittadino di Kisurra, o un cittadino di Malgium, in conseguenza della quale egli ha messo la sua stessa persona, sua moglie o i suoi figli, in schiavitù per debiti per argento o come pegno, poiché il Re ha istituito il “misarum” nella sua terra, egli è liberato; la sua libertà è effettiva.
Il termine misarum, corrispondente al sumerico NIG.SI.SA, era una parola accadica con significato di “atto di giustizia”, il cui utilizzo rifletteva l’interpretazione di un editto di condono derivante non da sentimenti di carità, bensì dalla volontà di ristabilire un ordine sociale e cosmico ritenuto equo, cosicché il Re, proclamando la liberazione da debiti e da altre obbligazioni, adempiva il suo dovere fondamentale di garantire la Giustizia per la popolazione.
La remissione del debito veniva realizzata non soltanto con una disposizione verbale ma anche con una prassi materiale e simbolica che ne attestava l’efficacia e l’irreversibilità: si trattava del cosiddetto “lavaggio dei debiti” (hubullum masa.um, in lingua accadica), ovverosia la distruzione fisica della tavoletta d’argilla sulla quale era stato redatto il contratto contenente l’annotazione dell’obbligazione finanziaria; tale procedura di “rottura” del supporto di registrazione del debito realizzava un atto pubblico e definitivo, funzionale ad annullare legalmente la prova del debito così estinto.
L’emissione del misarum era anche un fondamentale meccanismo politico di propaganda reale, legittimazione del sovrano e consolidamento del potere centrale: infatti, il decreto di cancellazione dei debiti veniva spesso adottato strategicamente all’inizio del regno, conseguendo così immediatamente il sostegno e la lealtà della popolazione contadina, fattori cruciali per la stabilità interna e per assicurare la disponibilità di manodopera agricola e di soldati per le campagne militari.
I debiti condonati, oggetto del misarum, erano essenzialmente i debiti contratti per motivi di sussistenza dai cittadini, soprattutto dai contadini, nei confronti di entità statali o parastatali, quali Templi-Santuari, Palazzo reale, ufficiali di alto rango (funzionari che potevano concedere anche prestiti privati come forma di investimento speculativo).
Obiettivo di tale politica non era l’assistenzialismo, ma la protezione della forza-lavoro agricola: il condono determinava la liberazione dalla schiavitù per debiti ed il ripristino del diritto di coltivare liberamente la terra, garantendo così la continuità produttiva e la base contributiva del Regno.
Il settore agrario, comparto economico di sussistenza, era vitale per la sicurezza alimentare e la stabilità sociale: pertanto, era sottoposto a stretto controllo statale e veniva periodicamente riequilibrato, sostenendo a carico dell’Autorità centrale il relativo rischio di credito (annullamento e distruzione delle tavolette di debito verso lo Stato, relative a prestiti “civili” di carattere alimentare e fiscale).
Il settore commerciale, invece, riguardante soprattutto i traffici mercantili a lunga distanza, era lasciato ad una regolamentazione interna più autonoma, che prevedeva tassi di interesse mediamente più elevati (dal 20% al 50%): in questo contesto, le componenti del rischio / profitto erano di competenza del creditore privato e, pertanto, non si riteneva corretto includere nel condono generale anche i contratti di carattere commerciale, che di norma venivano infatti esclusi dal periodico misarum. Il debito commerciale, in definitiva, doveva essere tutelato, in quanto il capitale mercantile era essenziale per l’espansione dell’economia.
Il citato decreto reale di Ammisaduqa (1646 a.C.), il meglio conservato tra gli editti di remissione, stabiliva, da una parte, che, poiché il Re aveva ripristinato la giustizia nel Paese, veniva “spezzata” la tavoletta in cui era registrato il diritto del creditore che aveva prestato orzo o argento (cfr. art. 2), mentre, dall’altra parte, non veniva distrutta la tavoletta del debitore che aveva ricevuto orzo, argento o altre merci a titolo di conferimento in società o per utilizzo in un’iniziativa imprenditoriale (cfr. art. 6), rimanendo così inalterato l’obbligo di restituzione per i rapporti di finanziamento commerciale; inoltre, tale misarum prevedeva sanzioni a carico del creditore che mentiva sulla “causa” del prestito, così come a carico dell’esattore fiscale che non rispettava il divieto di azioni esecutive nei confronti dei contribuenti beneficiari dell’atto di condono (cfr. art. 4).
Una sfortunata eccezione si verificò nel 1788 a.C. e sembra avere danneggiato l’attività del famoso “mercante-banchiere” Dumuzi-gamil: infatti, in quell’anno il sovrano di Larsa Rim-Sin emise un decreto reale di annullamento che insolitamente riguardava tutti di debiti indistintamente, azzerando così sia i prestiti produttivi di natura commerciale sia i prestiti al consumo di privati e famiglie, invece di salvaguardare almeno i contratti mercantili in base all’ordinaria prassi a quel tempo diffusa; di conseguenza, l’antico uomo d’affari andò incontro ad una insanabile difficoltà finanziaria e fu costretto ad affrontare una serie di controversie legali al fine di recuperare le proprie ragioni di credito.
A fronte del sacrificio che veniva imposto ai creditori periodicamente ex lege nelle occasioni di ripristino dell’equità socio-economica, anche lo Stato dava il “buon esempio” con forme di sostegno o contributo pubblico: risultano, infatti, attestati la frequente rinuncia del Re alla riscossione di tasse arretrate e la riduzione delle imposte di locazione a carico di affittuari e concessionari di terre demaniali; anche la stessa “ostessa”, che erogava prestiti di birra nella sua taverna, rinunciava alla restituzione della diffusa bevanda d’orzo, a fronte del condono degli oneri tributari.
La pratica dell’azzeramento periodico del debito non risulta più documentata dopo il 1400 a.C. e la sua probabile cessazione può essere messa in relazione con un indebolimento dello Stato centrale, una maggiore frammentazione politica, una crescente concentrazione di terra nelle mani di grandi proprietari privati, un aumento incontrollato della disuguaglianza sociale.
La tradizione della remissione del debito in Mesopotamia esercitò una profonda influenza sulla successiva legislazione ebraica e, pertanto, può essere considerata la fonte storica e giuridica di istituzioni bibliche quali il riposo sabbatico, la cancellazione settennale del debito, il Giubileo del 50° anno. Il concetto di remissione è stato poi ampliato nella prospettiva religiosa, estendendo il concetto di perdono dal piano finanziario a quello morale e spirituale (“rimetti a noi i nostri debiti”): ciò dimostra come il linguaggio del debito e degli affari abbia plasmato nel corso del tempo le tematiche della moralità e della giustizia umane.















