Nasci senza consenso, vivi senza garanzie,
costruisci cattedrali su fondamenta fragili.
Ami, sbagli, resisti, lasci tracce nel passare,
e il tempo le divora senza neppure guardare.
Fa rabbia dover morire e lasciare ciò che sei stato,
ogni volto, ogni sogno, ogni attimo conquistato.
Ma voglio credere a un luogo oltre questo confine,
dove ritrovarci tutti, finalmente, nel tempo infinito…

Venire al mondo è un atto che sfugge a ogni logica umana. Accade senza che tu lo chieda, senza che tu possa opporti, senza che tu ne abbia memoria. Un solo istante biologico, un incontro infinitesimale tra milioni di possibilità e tu esisti. Non come idea, non come progetto, ma come corpo che respira, come cuore che batte, come mente che lentamente si accende. Da quel momento nulla è più reversibile. Sei qui. E il mondo, da quell’istante, non sarà mai più lo stesso.

Non scegli di nascere, eppure ti trovi immerso in una rete di eventi, legami, coincidenze che ti precedono e ti superano. Nasci in un tempo preciso, in una famiglia precisa, con un patrimonio genetico che non hai negoziato, con inclinazioni, fragilità, paure che ti abitano prima ancora che tu possa nominarle. E subito, anche se non sai ancora formularla, nasce una domanda che accompagnerà tutta la tua vita come un’ombra silenziosa: perché proprio io. Perché questa vita. Perché questo corpo. Perché questo carattere che a volte senti come una condanna e altre come una forza.

La filosofia ha tentato di rispondere, da secoli, con il rigore dei sistemi e la pazienza dei concetti. Kant ha chiamato in causa la libertà, quella strana facoltà che ci rende responsabili pur senza aver scelto di nascere, come se l’etica fosse una bussola consegnata a posteriori, quando il viaggio è già iniziato. Schopenhauer ha scoperchiato il meccanismo più crudele, parlando di una volontà cieca, impersonale, che ci attraversa e ci usa, generando desiderio, mancanza, dolore, e lasciandoci l’illusione di essere padroni di ciò che in realtà ci muove. Jung, con uno sguardo più intimo e notturno, ci ha invitati a voltare lo sguardo verso l’ombra, verso tutto ciò che rimuoviamo, temiamo, neghiamo, perché solo riconoscendola possiamo evitare di esserne divorati dall’interno, come da una presenza silenziosa e affamata.

Eppure, quando ti trovi davvero davanti al fatto nudo del tuo esistere, quando non stai leggendo, studiando, riflettendo, ma semplicemente sentendo, ogni architettura teorica comincia a scricchiolare. Non c’è più il conforto delle parole ben costruite, né la distanza rassicurante del pensiero astratto. C’è il peso concreto del tuo inizio, di quell’attimo originario che non ricordi ma che ti ha gettato qui, in questo corpo, in questo tempo, in questa storia, senza domanda preliminare, senza consenso, senza spiegazioni allegate.

In quel momento la libertà di Kant appare fragile, quasi paradossale, perché come essere davvero liberi se il primo atto decisivo, l’essere nati, ci è stato imposto. La volontà di Schopenhauer smette di essere un concetto e diventa una pressione reale, un’urgenza che pulsa nel sangue, che spinge a desiderare, a temere, a soffrire, anche quando la ragione vorrebbe tregua. E l’ombra di Jung non è più una categoria psicologica elegante, ma una presenza concreta, che si affaccia nelle notti insonni, nelle paure improvvise, nella rabbia muta di chi intuisce che sotto la superficie ordinata della vita c’è un abisso che chiede di essere guardato.

Resta allora solo il tremito autentico. Quello di chi si accorge, senza filtri, di essere qui. Di esistere. Di occupare uno spazio nel mondo e nel tempo senza averlo richiesto. Un tremito che non è ancora pensiero, non è ancora filosofia, ma è più vero di qualsiasi teoria. È il punto in cui l’uomo smette di spiegarsi e comincia, finalmente, a sentirsi.

Cresci. Il tempo inizia a muoversi e non si fermerà più. Non lo senti subito. Da bambino il tempo è largo, quasi infinito. Poi, lentamente, accelera. Diventa un fiume che scorre sotto i piedi, poi una corrente che trascina, infine qualcosa che ti precede sempre di un passo. Ogni giorno, ogni gesto, ogni scelta, ogni errore, ogni felicità incide la tua vita e allo stesso tempo incide quella degli altri. Questo è un punto che spesso dimentichiamo, ma che è forse il più vertiginoso di tutti.

Eppure, mentre tutto questo accade, i ricordi di quei primi momenti non ci sono più. Non esistono. O forse sì, sepolti in qualche cassetto remoto della memoria, in una piega nascosta del cervello che non sappiamo più aprire. Ma salvo rarissime, inspiegabili riemersioni, nulla affiora davvero di quei tempi. Nessuna immagine. Nessuna sensazione. Nessuna emozione. È come se una parte della nostra vita fosse stata vissuta da qualcun altro. C’è stata, ci ha costruiti, ma non possiamo più abitarla. Ed è anche questo a rendere il tempo così crudele: non solo passa, ma cancella le tracce del suo stesso passaggio.

La tua esistenza non riguarda solo te. Se tu non fossi nato, se quell’istante iniziale non si fosse compiuto, il mondo che conosciamo oggi sarebbe diverso. Non migliore, non peggiore. Diverso.

Le persone che hai incontrato avrebbero fatto scelte differenti. Alcuni amori non sarebbero nati. Alcune ferite non sarebbero esistite. Alcune parole non sarebbero state dette o sarebbero state dette da altri, in altro modo, in altro tempo. Anche chi ti ha solo sfiorato, anche chi ti ha incontrato per un istante, ha deviato il proprio percorso a causa della tua presenza.

Una decisione presa, un lavoro accettato o rifiutato, un viaggio fatto, una rinuncia, un errore. Tutto questo ha prodotto conseguenze che continuano a propagarsi anche ora, lontano da te, fuori dal tuo controllo. Il mondo che esiste oggi è anche il risultato del fatto che tu sei esistito. Questa responsabilità silenziosa rende l’essere nati qualcosa di enorme, quasi insostenibile.

Eppure, mentre tutto questo accade, diventa sempre più chiaro che nulla è eterno. Ogni istante è fragile. Ogni relazione è precaria. Ogni possibilità è irripetibile. Viviamo come se il tempo fosse garantito, ma non lo è. Basta un attimo per capirlo. Basta un evento improvviso, un incidente, una diagnosi, una caduta. Il corpo umano, che ci appare così solido, così affidabile, è in realtà un equilibrio delicatissimo.

Il corpo è insieme un miracolo e una minaccia. Un prodigio di precisione assoluta che vive sospeso sull’errore. Ogni organo dialoga con l’altro in un equilibrio che non ammette distrazioni. Ogni cellula svolge un compito silenzioso, incessante, vitale.

Santiago Ramón y Cajal lo aveva intuito osservando il cervello: non una massa indistinta, ma un intreccio di neuroni unici, irripetibili, ciascuno con la propria storia, le proprie connessioni, il proprio ruolo. Nessun neurone è davvero sostituibile. Nessuna sinapsi è casuale. È da questa architettura fragile e geniale che nascono i ricordi, il linguaggio, il pensiero, l’idea stessa di identità. Eppure basta pochissimo perché tutto si incrini. Una caduta. Una lesione. Un’interruzione anche temporanea. E improvvisamente ciò che credevamo solido vacilla. Le parole non arrivano. I volti si confondono. Il tempo perde continuità. Non sei più esattamente tu, anche se sei ancora vivo. È in quei momenti che comprendi quanto l’identità non sia un dato acquisito, ma un equilibrio continuamente rinegoziato.

Il corpo, che ci sembra fedele, è in realtà implacabilmente neutro. Funziona finché può. Poi smette. E tra tutti gli organi vitali ce n’è uno che non ammette deroghe. Il cuore. Non ha un doppio. Non ha una riserva. Non ha un piano B. Se si ferma, tutto finisce. Senza trattative. Senza appelli. Senza possibilità di rimandare. Non siamo immortali. Non siamo eroi leggendari. Non siamo Highlander. Siamo creature a tempo determinato, anche quando fingiamo di dimenticarlo.

Ed è qui che nasce la paura più profonda. Non quella astratta della morte come idea filosofica, ma l’angoscia concreta della fine. Io non la penso soltanto. La sento. La sento nel corpo. Nel respiro che a volte si accorcia senza motivo. Nel battito che, all’improvviso, diventa presente, quasi rumoroso. In quella consapevolezza improvvisa e scomoda della mia vulnerabilità.

E insieme alla paura nasce una rabbia feroce. Non infantile. Non isterica. Lucida. La rabbia di chi capisce che tutto questo è magnifico e allo stesso tempo spietato. Che ti viene dato un corpo straordinario senza alcuna garanzia sulla durata. Che impari ad abitarti proprio quando cominci a intuire che potresti perderti.

Perché dobbiamo finire. Perché tutto ciò che amiamo, costruiamo, difendiamo, deve dissolversi. Perché non possiamo scegliere il momento, le condizioni, la modalità. Perché dobbiamo attraversare l’ignoto senza sapere cosa ci aspetta. Questa rabbia non è solo paura di smettere di esistere. È paura del dolore, della perdita di controllo, della solitudine, dell’umiliazione della sofferenza. È la rabbia di sapere che il corpo può tradirti, che la mente può spegnersi, che potresti non essere più tu. È la rabbia di non poter scappare, di non poter rinviare, di non poter dire “non adesso”.

Quando ho compiuto cinquant’anni, questa consapevolezza mi ha colpito come un impatto fisico. Non è stato un pensiero, è stato un sentire. Ho guardato il tempo alle mie spalle e ho capito che non era più una promessa, ma una quantità già consumata. Non una possibilità, ma una sottrazione. Ho sentito una tensione profonda, un dolore sordo, una morsa che stringeva l’anima.

Da quel momento qualcosa si è incrinato. Non si è più ricomposto. Gli anni successivi non hanno attenuato quella percezione, l’hanno affinata. Ogni stagione che passa la rende più nitida, più concreta, più presente. La boa che allora intravedevo lontana, oggi so che non è più un’astrazione. È lì. E, senza clamore, continua ad avvicinarsi.

Vorrei fermare tutto. Vorrei nuotare controcorrente. Vorrei negare l’evidenza con la forza di un gesto, con l’ostinazione di un rifiuto. Ma il tempo non negozia. Non ascolta. Non arretra. Scorre!

E mentre scorre, porta via non solo i giorni, ma le illusioni di poterli trattenere. Ogni istante che passa si allontana per sempre e con esso cresce una rabbia muta, un senso di sconforto che non urla ma pesa. Non è disperazione, è lucidità forzata. È sapere che il conto continua, anche quando fingi di non guardarlo. Ed è forse questo che fa più male: non la fine in sé, ma l’attesa consapevole di qualcosa che sai essere inevitabile.

La filosofia e la psicologia hanno provato a offrirci strumenti, mappe, tentativi di orientamento in questo territorio instabile che è l’esistere sapendo di dover finire. Epicuro sosteneva che la morte non dovrebbe spaventarci, perché quando ci siamo noi non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo più noi. Un ragionamento limpido, quasi rassicurante. Eppure questa logica si frantuma nel momento in cui la paura smette di essere un concetto e diventa una sensazione fisica. Quando ti prende allo stomaco, quando ti toglie il fiato, quando irrompe senza preavviso nel cuore di una notte qualunque. In quei momenti la filosofia sembra arrivare sempre un passo dopo.

Schopenhauer ha avuto il coraggio di guardare la vita senza veli, descrivendola come un pendolo che oscilla incessantemente tra desiderio e dolore. Desideriamo ciò che non abbiamo, soffriamo quando lo perdiamo o quando scopriamo che non basta. In questa visione cupa, ma lucidissima, riconosco una verità scomoda: il dolore non è un incidente del percorso, è parte strutturale dell’essere vivi.

Jung, invece, ci invita a non fuggire. A guardare in faccia la nostra ombra, a riconoscere le paure che ci abitano, perché ciò che viene rimosso non scompare, ma agisce nell’ombra, deformando le nostre scelte, i nostri legami, il nostro modo di stare al mondo. Ma guardare l’ombra non significa sconfiggerla. Significa solo smettere di mentire a noi stessi.

Freud ha intravisto nell’angoscia di morte una forza motrice profonda, spesso inconscia, capace di orientare le nostre decisioni più intime. Non solo l’istinto di vita, ma anche la consapevolezza della fine plasma i nostri desideri, le nostre ambizioni, perfino i nostri amori. E le neuroscienze, oggi, spingono il discorso ancora più avanti, descrivendo la coscienza come il prodotto emergente della materia, come il risultato di circuiti neuronali che generano il senso di identità, di continuità, di presenza.

Pensiero, memoria, emozione diventano processi. Funzioni. Attività elettriche e chimiche. E allora la domanda si fa ancora più vertiginosa: se tutto ciò che siamo nasce dalla materia, cosa accade quando la materia si spegne?

Ed è qui che ogni teoria si arresta. Perché oltre quel confine nessuno è mai tornato a raccontare.

Nessuna filosofia, nessuna religione, nessuna scienza può affermare con certezza cosa ci attende. Si parla di aldilà, di giudizio, di reincarnazione, di ritorno alla natura, di dissoluzione nel nulla. Ma sono narrazioni. Tentativi umani di dare forma all’ignoto.

Nessuno, nessuno, può dirci cosa accade davvero oltre quel limite. Ed è in questo silenzio definitivo che la paura trova il suo spazio più vasto, perché il silenzio non risponde, non consola, non corregge. L’uomo resta solo, nudo, esposto davanti alla propria finitudine.

L’ignoto non è parziale, non è sfumato: è totale.

Nessuno è tornato a raccontarlo. Nessuno ha portato prove definitive di un’anima che sopravvive, di una coscienza che continua, di un aldilà che accolga o giudichi.

Le religioni parlano, le filosofie ipotizzano, la scienza osserva fino a dove può. Poi si ferma. E oltre quel punto resta solo l’immaginazione umana, che tenta di colmare il vuoto con narrazioni necessarie.

Le tradizioni orientali evocano la reincarnazione, i cicli dell’esistenza, la migrazione dell’essere da una forma all’altra. Sono visioni profonde, complesse, a tratti affascinanti. Offrono una continuità, una possibilità di ritorno, un senso che non si esaurisce in una sola vita. Ma restano ipotesi. Costruzioni simboliche. Nessuna verifica. Nessuna conferma.

La mente razionale, davanti a ciò che non può essere osservato, misurato, dimostrato, si arresta. E in quell’arresto non trova pace. Trova tremore. Perché non sapere è più difficile che sapere il peggio.

E allora la domanda si allarga, si espande, diventa insopportabile. Perché alcuni vivono esistenze relativamente serene, mentre altri attraversano la vita come un campo di macerie. Perché alcuni nascono protetti, amati, sostenuti, e altri vengono gettati nel dolore fin dal primo respiro. Perché la sofferenza non è distribuita in modo equo, perché colpisce a caso, perché sembra non seguire alcun criterio morale. Non esiste una legge chiara che governi tutto questo. Non esiste una giustizia evidente che possa essere indicata senza forzature.

L’universo, osservato senza filtri, appare spesso indifferente. A volte casuale. A volte spietato.

Ed è qui che il cuore umano si ribella. Non con argomentazioni, ma con un grido muto. I perché si moltiplicano. Non cercano più risposte, perché intuiscono che non ne arriveranno. Restano sospesi, irrisolti, senza consolazione. E forse è proprio questa la ferita più profonda dell’essere umano: non tanto il dolore in sé, ma il fatto che il dolore non abbia una spiegazione che lo renda sopportabile.

La mia paura e la mia rabbia non si annullano. Convivono. Respirano con me. Ma insieme a loro esiste anche qualcos’altro. Esiste la meraviglia. Esiste la gratitudine. Esiste la consapevolezza che proprio perché tutto è fragile, tutto conta. Ogni gesto, ogni incontro, ogni parola ha un peso.

La paura della morte non deve paralizzare. Può diventare una spinta. Un invito feroce a vivere più intensamente, a sentire di più, a non rimandare ciò che è essenziale.

Forse il senso della vita non sta nelle risposte definitive, ma nell’atto stesso di interrogarsi. Nel non smettere di guardare in faccia l’angoscia. Nel non anestetizzarsi. Nel lasciare un segno, anche minimo, anche imperfetto.

La morte ci impone un confine, ma è proprio il confine a dare forma, profondità, valore a ciò che siamo.

Ogni vita è unica. Ogni esistenza è irripetibile. Nascere e morire non sono solo eventi biologici o concetti filosofici. Sono la cornice di un’esperienza che merita di essere vissuta fino in fondo, sentita, raccontata. E nella consapevolezza della nostra fine, del nostro corpo che si consuma, del tempo che scorre senza pietà, troviamo forse la nostra forza più autentica. Vivere pienamente. Interrogarsi fino all’ultimo respiro. Affrontare l’enigma dell’esistenza con coraggio, con rabbia, con paura e con quella voglia ostinata, disperata, umanissima di restare.

Anche solo un minuto in più.