«Chissà cosa si sarebbero detti, lui e lei.» Quel «lei», sussurrato con un sorriso complice dal professor Gabriello Milantoni durante la sua conferenza su Oscar Wilde, fece scattare nella mia mente un meccanismo antico. Non si trattava solo del rammarico per un incontro mancato tra spiriti affini, ma della constatazione, più amara, di come Ravenna avesse ormai quasi dimenticato quella donna straordinaria. «Ha lasciato un segno più profondo di quanto il mondo abbia voluto ammettere» -proseguì Milantoni - «La sua storia merita di essere raccontata, non dovrebbe svanire nell'oblio così».
Quel pronome, carico di un’intimità atemporale, non alludeva a un’astratta musa, bensì a una figura storica in carne e ossa: Louise Julie Murat, principessa francese, figlia di Gioacchino Murat, re di Napoli, e di Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone.
Mentre lo storico dell’arte, formatosi tra gli archivi dei Principi Colonna, dipingeva a parole la Ravenna ottocentesca che aveva stregato il giovane Wilde nel 1877, emerse un parallelismo elettrizzante. Quella stessa città, ormai da decenni, era infatti la dimora di Louise, giuntavi nel 1825 come sposa del conte Giulio Rasponi. Eppure, non una traccia conferma che i due si siano mai incontrati.
Il professore rivelò come lei, al pari di Wilde, fosse stata folgorata dall’aura mistica del luogo. Ma qui le strade divergevano: se il poeta cristallizzò quell’incanto in versi, Louise lo visse e lo tessé nelle trame sotterranee di politica e cultura.
«Bravissimi i Rasponi - osservò Milantoni con un tono d'ammirazione - ad unirsi ai Murat nel momento peggiore, sfidando le repressioni pontificie. E fu anche un'operazione di straordinario mecenatismo. Se a inizio secolo avevano portato a Faenza un Felice Giani per decorare i palazzi dei Laderchi e dei Milzetti, con Louise compirono un salto qualitativo ancora maggiore. Portarono in Romagna, attraverso di lei, non solo la grande étiquette della corte di Napoli, ma anche un'ondata di arte neoclassica che Ravenna non aveva mai conosciuto. Fu grazie a quel legame che chiamarono a decorare Palazzo Rasponi i più celebri pittori del momento: da Tommaso Minardi a Filippo Agricola, da Pelagio Palagi a Giovan Battista Wicar. Trasformarono così la dimora ravennate in un manifesto di stile e di potere, un faro di cultura europea in una provincia sonnolenta».
La testimonianza più vivida di questo incontro di mondi risiedeva proprio nelle lettere vergate con grafia minuta alle due nuore Costanza e Pucheré Chika, principesse albanesi sposate ai figli Gioacchino e Achille. In quelle missive, Louise confessava emozioni speculari a quelle che, decenni dopo, avrebbe provato Wilde: «Les ombres de Dante semblent encore errer dans ces rues…».(Le ombre di Dante sembrano ancora vagare in queste strade…). La sua statura travalicava i confini dei salotti ravennati. Il suo laboratorio politico a Palazzo Rasponi era crocevia di potere europeo. Per misurarne la portata, un parallelo è illuminante: ricordate Maria Walewska, l’amante polacca di Napoleone da cui ebbe Alessandro? Quel figlio, Alexandre Florian Joseph Colonna-Walewski, divenne Ministro degli Affari Esteri di Francia.
Proprio attraverso quel legame di sangue con Walewski, Louise intrattenne rapporti diretti con tutte le cancellerie d’Europa, agendo da abilissima tessitrice di relazioni. Grazie alle ricerche ventennali di Milantoni, oggi possiamo svelare come la principessa abbia plasmato Ravenna in un crocevia esoterico. È stato lui a decifrare il Grand cabinet de la Reine di Charles de Clarac, rivelando come non fosse un semplice ritratto familiare, ma una mappa cifrata di alleanze e ambizioni.
E in quelle ombre dantesche da lei evocate si celava il segreto. Mentre l’Europa della Restaurazione di Metternich rinsaldava i confini voltando le spalle all’epopea napoleonica, a Ravenna andava in scena una rivoluzione silenziosa. Protagonista assoluta era lei, ultima erede di quel sogno, che seppe forgiare dall’esilio dorato un esperimento unico al mondo.
Il suo legame con Ravenna si cementò nel 1825 col matrimonio con il conte Giulio Rasponi, esponente di una famiglia influente. Fu un'unione che seguì le logiche dell'epoca, ma che presto avrebbe rivelato il suo vero equilibrio di potere: se i Rasponi offrivano radicamento e prestigio locale, Louise portava in dote un accesso senza pari ai circoli del potere continentale. Non fu una donna all'ombra del marito, ma la regista di un'operazione che elevò il nome Rasponi su una scena europea.
Sotto i mosaici di San Vitale, impassibili custodi della storia, Louise, senza trono, tessé una ragnatela d’influenze che da Ravenna si irradiava in Europa. Serate apparentemente mondane nascondevano scambi politici cruciali: un’aria di Rossini poteva celare un’alleanza, una partitura veicolare messaggi cifrati. Privata del potere formale, inventò un’arma più sottile: l’influenza culturale, trasformando la città in crogiolo intellettuale che anticipava l’Europa unita.
Dalle pagine dei Souvenirs d’enfance d’une fille de Joachim Murat, raccolte dal pronipote Jean-Baptiste Spalletti (Parigi, 1929), emerge il ritratto di una donna straordinaria. Quelle lettere in francese alle principesse valacche Costanza e Pucheré Ghika sono più che memorie private. Spalletti le ha trasformate in tesoro storico, arricchito da note minuziose e tavole genealogiche che svelano i complessi intrecci politici e massonici familiari, restituendo vita e profondità psicologica a una figura spesso marginale nella storiografia napoleonica.
Con ironia e disincanto, Louise analizza i cambiamenti epocali della sua era, dal declino dell’etichetta cortigiana, che definiva ipocrita in una corte ormai “borghese” e sommersa nella monotonia delle redingotes, alla banalizzazione della moda sotto Napoleone III.
Le sue descrizioni ci trasportano nelle toilettes di corte luccicanti di ricami. Soprattutto, ci regalano il vivido ritratto del padre Gioacchino, da lei descritto come “il più bel principe d’Europa”, un “centauro napoleonico” immortalato da François Gérard in una tenuta di velluto amaranto ricamata d'argento. Quel dipinto, insieme ad altri arredi provenienti da Napoli, era da lei conservato a Ravenna come una reliquia: l'uomo avvolto in un mantello di ermellino, il tocco di velluto nero ornato di piume bianche.
Oltre alle rievocazioni nostalgiche, emerge un’analisi politica lucida. Unisce alla memoria degli affetti una critica serrata del sistema napoleonico e una riflessione amara sul fallimento del progetto murattiano del 1814-15. Nelle sue parole risuona il dolore per la doppia sconfitta francese: Waterloo (1815) e Sedan (1870), che seppellì il sogno di un ritorno al trono di Napoli.
Nata a Parigi nel 1805 nell’occhio del turbine napoleonico, Louise apprese dalla madre, Carolina Bonaparte, l’arte del potere dissimulato: «Una donna deve sapere più degli uomini, ma mostrare meno». Una lezione che divenne cruciale quando, dopo il crollo dell’Impero nel 1815, l’esecuzione del padre a Pizzo Calabro e l’esilio sotto sorveglianza asburgica ridussero la famiglia alla ristrettezza. In quegli anni di povertà mascherata da dignità, Carolina non perse mai l’obiettivo: restituire ai Murat un ruolo nella storia, e impose a Louise un’educazione da principessa, insistendo su alleanze matrimoniali che ridessero influenza. Fu lì che Louise forgiò il carattere, imparando a destreggiarsi tra le dinamiche del potere con una grazia che divenne la sua arma più affilata.
Quella stessa astuzia le permise, anni dopo, di trasformare Ravenna, con le sue ombre dantesche e i mosaici bizantini, nella tela della sua contro-storia. Figlia di re senza regno, principessa senza trono, seppe forgiare un nuovo modello d’influenza femminile, dimostrando che il vero potere risiede non nei troni, ma nelle menti che sanno cambiare il loro tempo.
La città che trovò era soffocata dalla repressione pontificia intenta a ripristinare l'ordine dopo la rivolta dei carbonari e per pacificare la provincia. Il cardinale Agostino Rivarola, Legato pontificio a Ravenna dal 19 maggio 1824, già al 31 agosto del ’25 aveva in pochi mesi condannato 535 patrioti, vuoi a morte, vuoi all’esilio, vuoi a pene diverse. Ma Louise, erede di un nome che bruciava nella memoria d’Europa, seppe fare di quelle strade silenziose un arsenale di simboli. Ogni pietra raccontava resistenza, ogni sussurro celava una sfida. Ravenna, con memorie sepolte, divenne per lei mosaico vivente, dove tessera dopo tessera ricompose la trama di una rivincita.
La sua stessa presenza era una provocazione. E l’ironia della storia volle che il colpo più sottile al potere papale giungesse nel 1852, mentre Pio IX cercava di cancellare ogni traccia bonapartista. Il fratello di Louise, Achille Napoléon, il cui doppio nome univa l’eroe omerico a colui che aveva umiliato Pio VII, divenne Gran Maestro della massoneria francese. Grazie a questa posizione e ai legami familiari, Louise poté tessere una fitta rete diplomatica con le logge europee, trasformando Ravenna nel cuore pulsante della massoneria continentale.
Non era un caso. Gli insegnamenti della madre, uniti a una solida formazione in storia, lingue e politica, ne avevano fatto una fine stratega. Del resto, suo padre era stato Gran Maestro e decifrava messaggi nascosti nei dispacci. Sfruttò questa conoscenza nel salotto e nella corrispondenza, creando un linguaggio cifrato per proteggere i patrioti. Senza eserciti né proclami, i Murat portavano così avanti la loro guerra d’ombra, infliggendo alla Chiesa umiliazioni simboliche che ferivano più delle spade.
Ravenna l’accolse col suo silenzio carico di storia. Nei suoi scritti, il ricordo è vivido: «Je quittai Florence avec un mélange de crainte et d'espoir. Ravenne m'apparut d'abord comme une ville silencieuse, où les ombres de Dante semblaient encore errer».
La città, malinconica e ricca di memorie, divenne rifugio e sfida. Doveva integrarsi in una società radicalmente diversa dalla corte napoletana. Fu qui che i Rasponi le aprirono un mondo:
«Les Rasponi m'enseignèrent l'art de vivre à l'italienne: les soirées à l'opéra, les visites aux monastères, les longues discussions sur la politique dans le salon vert. Ma mère m'avait préparée à régner, mais ici j'appris à écouter».
Quel salotto verde, intimo eppure storico, divenne il simbolo perfetto della sua metamorfosi: da principessa in esilio a salonnière di potere. Con pragmatismo degno del padre, trasformò Palazzo Rasponi in crocevia di idee, dove patrioti, artisti e intellettuali sussurravano d’unità italiana sotto l’occhio vigile austriaco. Tra quelle pareti, ogni tazza di tè era pretesto, ogni conversazione possibile alleanza.
«En 1831, lorsque les révoltes éclatèrent, Giulio partit rejoindre les insurgés. Je restai à garder le palais, recevant des messagers qui parlaient de 'libertà'. Certains me regardaient avec curiosité: la fille de Murat pouvait-elle comprendre l'Italie?»
Quella domanda le bruciava dentro. I patrioti dubitavano di lei: figlia di un re straniero, cresciuta tra esili e corti lontane, poteva davvero capire l’Italia? Eppure, proprio in quel momento, mentre il marito imbracciava le armi, Louise combatteva la sua battaglia tra i damaschi del salotto verde, circondata da ritratti di Gioacchino Murat e mappe d’Europa, che testimoniavano una verità rivoluzionaria: suo padre, nel 1815, era stato il primo sovrano a proclamare l’unità italiana.
Per questo, non fu mai una semplice protettrice delle arti, ma un’architetta di cultura. I teatri da lei finanziati non erano solo luoghi di spettacolo, ma arene dove l’opera lirica diventava colonna sonora del Risorgimento. E nei suoi salotti, veri laboratori d’idee profumati di cera e inchiostro, le arie di Rossini facevano da contrappunto ai sussurri carbonari.
La sua rivoluzione silenziosa, però, non si confinava tra le élite. Scendendo negli ospedali e nelle istituzioni per i poveri, Louise dimostrò come la carità potesse essere l’ultima forma di sovversione. In un’Italia lacerata, divenne tessitrice di pace: mitigava tensioni sociali con la stessa grazia con cui organizzava serate musicali.
Questo percorso di metamorfosi trova la sua espressione più matura nei suoi Souvenirs. Mentre la madre Carolina morì nel 1839 ancora aggrappata alle ombre del potere, Louise, che si sarebbe spenta mezzo secolo dopo, nel 1889, seppe compiere un’alchimia più sottile: custodire con orgoglio la memoria napoleonica senza mai lasciarsene definire, trasformando un'eredità di conquista in un progetto di rinascita culturale.
Tra memorie e salotti, un oggetto custodiva per Louise l’essenza più intima del suo dramma: il Grand cabinet de la Reine di Charles de Clarac. Quell’acquerello non era un semplice quadro da salotto, ma una finestra sul tempo sospesa tra due esistenze. In quel gioco di specchi si riflettevano mondi paralleli: da un lato Carolina, la regina-madre immortalata nel gesto eterno di voltarsi verso il potere perduto; dall’altro, la piccola Louise, ritratta mentre raccoglieva petali nei giardini di Napoli, inconsapevole profezia della futura custode di memorie disperse. I quattro fratelli Murat, catturati nel fulgore dell’infanzia dorata e moltiplicati all’infinito dai riflessi, diventavano fantasmi di un destino collettivo spezzato.
D’inverno, quando la nebbia avvolgeva Ravenna come un sudario, quell’acquerello diventava l’unica fonte di luce, un sole napoletano sospeso nella Romagna invernale. Gli occhi di Louise, così pragmatici di giorno, si perdevano allora nello sguardo della madre che, nel dipinto, sembrava cercare proprio lei. Dialogo impossibile eppure necessario: la regina che non seppe abbandonare il trono e la figlia che imparò a regnare sull’effimero.
«Ravenna m'a donné ce que Naples et Paris m'avaient refusé: une paix sans gloire. Parfois, devant le tombeau de Dante, je pense à maman et à son rêve d'empire. Puis je rentre au palais, où les rires de mes neveux Rasponi effacent les ombres du passé» - confessava. In quella pace senza gloria risiedeva tutta la sua rivoluzione silenziosa. Mentre meditava sui sogni imperiali materni davanti al sepolcro di Dante, tornando a palazzo ritrovava la concretezza del presente nelle risate dei nipoti Rasponi, eco vitale che cancellava le ombre del passato.
La sua grandezza risiede proprio in questa magistrale trasformazione: Louise seppe distillare i relitti della grandezza napoleonica: un abito di gala, un ritratto, un ricordo d'infanzia, trasformandoli in semi per un diverso divenire. Mentre la madre era morta prigioniera della nostalgia, lei aveva scoperto l'arte suprema del lasciar andare: l'abilità di custodire senza incarcerare, di ricordare senza imbalsamare. Il suo vero trono non fu mai di marmo o d'oro, ma quello scrigno eclettico nella quiete ravennate, dove ogni sera, prima che la candela si spegnesse, congedava con un sorriso malinconico i fantasmi della sua infanzia dorata.
Louise Murat Rasponi non ebbe corone, ma regnò sull'impero di una memoria tenace e vitale. A due secoli di distanza, la sua eredità pulsa ancora non nei monumenti, ma nelle pieghe di un libro aperto, nei riflessi di un mosaico, nel fermento intellettuale che anima luoghi come il Castello di Santarcangelo di Romagna. È qui, nella sede della Fondazione Sigismondo Malatesta, che questo prezioso lascito viene coltivato e rinnovato, attraverso eventi culturali di respiro internazionale.
In un’era dominata dal frastuono digitale, la storia di Louise ci sussurra una verità antica, la stessa che aveva afferrato Oscar Wilde e che dà ragione a Milantoni: le eredità più potenti sono quelle che si tramandano a mezza voce. E la prova che Louise non è svanita nell'oblio, è lì, concreta e silenziosa, nella “Galleria degli Illustri” di Palazzo Guiccioli, sede del Museo Byron e del Museo del Risorgimento.
Accanto al medaglione del conte Giulio Rasponi, brilla, non a caso, quello di Louise Julie Murat. In quel piccolo capolavoro, esposto nel Palazzo che ospitò Byron, si suggella il significato più autentico della sua vita: non una semplice alleanza dinastica, ma un radicamento così profondo da meritare, a secoli di distanza, un posto d'onore nella memoria della città che scelse come patria.
Note
Jean-Baptiste Spalletti, Souvenirs d'enfance d'une fille de Joachim Murat, Perrin, 1929.
Gabriello Milantoni, La figlia del re a Ravenna, «Corriere di Romagna», 2 giugno 2024.
"La figlia del re a Ravenna", [@gabriellomilantoni], Facebook, 15 aprile 2025.














