Quando si entra nell’archivio dell’ex manicomio gli occhi smettono di distinguere i colori, e un odore impossibile di piscio e muffa ti strozza la gola
(Pino Roveredo, “Mastica e sputa”)
Pino Roveredo, scrittore triestino vincitore del Premio Campiello 2005 con Mandami a dire, è difficilmente classificabile in un genere, sia per tematiche che per stile. Voce fuori dal coro di intellettuali ed intellettualoidi, ha fatto parlare, in ogni suo libro, le classi più disagiate ed emarginate della società, quelle che lui conosceva molto bene; per il suo impegno di operatore sociale e per nascita.
Pino Roveredo, nato nel 1954 da una famiglia umilissima (suo padre faceva il calzolaio), ha conosciuto tutte le salite della vita: la disabilità sensoriale dei genitori, entrambi sordomuti, e “scelte” pressoché obbligate in certi contesti, come l’alcolismo (eredità di suo padre). L’esperienza del manicomio e quella in carcere hanno, inevitabilmente, segnato e condizionato la sua attività di scrittore sensibilissimo. Non ha mai rinnegato le sue origini e i suoi errori che entrano prepotentemente in ogni sua pagina. E sono proprio queste dolorose esperienze ad averlo portato a seguire emarginati di ogni tipo: alcolisti, drogati, pazzi, carcerati, divenendo di questi ultimi, garante nella sua regione natia, il Friuli-Venezia Giulia.
Nel settembre 2014, l’illustre scrittore ha tenuto dei laboratori di lettura/scrittura nella Casa Circondariale di Badu ‘e Carros, a Nuoro, riservati ai detenuti delle sezioni di alta e media sicurezza. Qui, con l’aiuto di volontari, sono state messe in scena le opere letterarie di Pino Roveredo. Una ventina di partecipanti ha letto e interpretato i suoi testi attraversati, tutti, in un modo o nell’altro, dal dolore anche quando si parla d’amore.
Da quel momento, Roveredo non ha più abbandonato la Sardegna, innamorandosene perdutamente in ogni fibra; fino al suo ultimo respiro, esalato nell’ospedale di Duino-Aurisina il 21 gennaio 2023.
L’ho conosciuto, letterariamente, grazie al consiglio di una fortunata persona che lo conosceva personalmente. E Mastica e sputa (2016) è stato la mia iniziazione a Pino Roveredo. Si tratta di una singolare raccolta di 26 racconti dedicata “A tutti gli ultimi e penultimi in classifica…” e dove i dialoghi si mischiano ai pensieri. Il titolo è ripreso da un verso della canzone Ho visto Nina volare di Fabrizio De André, altro cantore degli ultimi, anche se il canto – in Pino Roveredo – non rimane confinato alle pagine, ma è attivismo nei posti più degradati e sudici.
Trovo che, in questo testo come in tanti altri, lo stile o la tecnica scrittoria, se si preferisce, assomiglino tantissimo alla scrittura automatica e alla penna, spesso straniante come un delirio, di Lawrence Ferlinghetti; dove impegno, disimpegno e sfumature di ogni colore si mescolano e si sposano a creare qualcosa di estremamente nuovo nel panorama letterario italiano contemporaneo. È molto poetico e duro assieme, elemento che apprezzo tantissimo.
Dal linguaggio crudo della strada si passa repentinamente a quello sublime della poesia. Mostra e dimostra come la poesia possa albergare in tutto: nelle strade luminose e accecanti di bellezza e nei vicoli bui dove si sussulta ad ogni passo. In questo posso paragonarlo solo ad Alda Merini con cui ha condiviso l’esperienza luttuosa del manicomio e di una pazzia, tale solo per i medici.
Entrambi sono riusciti a sublimare in parole e versi una delle vicissitudini più tragiche che l’essere umano possa vivere. In un manicomio, in un reparto psichiatrico, il vivere è sopravvivere. Il vivere è non vivere.
Eppure Pino Roveredo, così come Alda Merini, sono stati capaci di dar sospiro e voce ad urla inascoltate, a nomi che si rincorrono negli archivi, a rumori che diventano ossessione anche una volta liberi.
Alda Merini disse che, anche a distanza di decenni, ogni notte prima di prendere sonno, risentiva il suono delle chiavi che chiudevano le porte di quei luoghi abbandonati da qualsiasi forma di consolazione.
Senza dubbio, anche Pino Roveredo ne è, in qualche modo, ossessionato. La sua vasta produzione letteraria e teatrale ha spessissimo come protagonisti i matti, “i miei cari matti”, secondo la definizione di uno psichiatra anticonformista come Vittorino Andreoli. È allo stesso tempo catarsi e volontà di espellere dai buchi neri personaggi e persone dimenticati anche dal tempo e dall’amore di un dio che pretende di essere tale.
Quando Roveredo tratta della pazzia, o presunta, mi sembra che tenda le mani, da una parte, al Mario Tobino de Gli ultimi giorni di Magliano e, dall’altra, al Davide Mencarelli di Nessuno chiede salvezza.
Da una parte, l’autorevolezza e l’umanità di uno psichiatra-scrittore alle porte della Legge Basaglia (Legge 180/1978) e, dall’altro, l’autorevolezza e l’umanità del paziente che si è fatto due settimane di TSO. Vedo Roveredo in mezzo: paziente e psichiatra insieme perché il lavoro che lui ha fatto con “i suoi cari matti” non l’avrebbe mai potuto fare neanche il migliore dei medici.
Al rapporto con la pazzia è dedicato Ballando con Cecilia (2014). C’è un ballo fisico e metaforico assieme. È costruito secondo una pièce teatrale o una sceneggiatura e infatti lo è diventato - spettacolo teatrale e film -, Ornella Vanoni nella parte di Cecilia. La scrittura di Roveredo è, in genere, molto teatrale e cinematografica. Lui stesso, in più di un’intervista, ha dichiarato che il suo stile procede per immagini, eredità della sua prima lingua appresa dai genitori: la LIS, Lingua dei Segni Italiana. La LIS, infatti, ha la peculiarità di tradurre le parole in concetti e non lettera per lettera. Una lingua che Roveredo ha amato moltissimo, anche per la necessità di dover guardare le persone dritte negli occhi.
I suoi genitori, entrambi sordomuti, come ho detto, sono quelli che un famoso film ha definito – già nel titolo – Figli di un dio minore.
Ma “figli di un dio minore” sono soprattutto quegli emarginati a cui si è dedicato alacremente e di cui, per un periodo, ha fatto lui stesso parte. La grandezza di quest’uomo e di questo scrittore è stata proprio la forza di uscire dagli abissi della bottiglia e di aver consacrato tutta l’asprezza e il disagio in pagine di pregio assoluto.
In queste, rivivo anche certi testi del cantautore Rino Gaetano: la disperazione di Mio fratello è figlio unico e l’ironia di Nunterregae più.
Sono un fulgido esempio di ciò, le quasi ultime pagine di Ballando con Cecilia, sorta di Antologia di Spoon River in un ex manicomio, dove la protagonista, 96 anni, ha vissuto “i primi trentasei anni nella presunta libertà dei sani, e gli ultimi sessanta nella restrizione obbligata dei pazzi”1 . Si ha una successione di avvenimenti importanti, ritmati e cadenzati, e miscelati al racconto manicomiale: lista dei partiti politici più importanti; orrore dei campi di concentramento e dei regimi totalitari.
Ricordo delle vittime al fronte e dei plotoni d’esecuzione; la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki; il ricordo di alcuni Presidenti della Repubblica italiana; il Patto Atlantico; la tragedia del Grande Torino (“Ballare sulle ali di un aereo, mentre i giocatori del Grande Torino dribblano gli angeli e rovesciano un dolore in faccia alla Storia”2).
“De Sica e i Ladri di biciclette che pedalano verso un Oscar americano”3; il suicidio di Cesare Pavese; i balli anni Cinquanta; l’inno di Mameli e i personaggi della TV italiana; Fidel Castro, la Rivoluzione cubana e la Legge Merlin (“Fidel Castro ha occupato Cuba, e le case chiuse hanno disoccupato file e file di prostitute...”4).
Macchine truccate, boom economico, l’omicidio di J. F. Kennedy, la morte di Papa Giovanni XXIII. Figli dei fiori e moda anni Settanta (“La droga è una protesta, e Woodstock un palcoscenico di strumenti elettrici senza spartito per cantarla”5).
Concorsi a premi, terrorismo (“Vanno di moda le Spaccate dei Terroristi e le Ballate dei Gambizzati”6). L’omicidio di Aldo Moro, la tragica morte del piccolo Alfredino Rampi in un pozzo; la calunnia e l’arresto per Enzo Tortora; il “Baubau dell’AIDS”7. La mafia e gli attentati a Falcone e Borsellino; Tangentopoli e ancora tanto altro…
Sono pagine che si leggono tutte d’un fiato, senza pause, come un lungo necrologio in ricordo di tanti e di tutto ciò che hanno segnato alcune epoche. Scritte alla maniera del più sublime Gaetano.
Pino Roveredo, come il grande Osvaldo Soriano, si è avvicinato alla lettura molto tardivamente. E l’esperienza mai rappacificata col carcere lo introdusse alla lettura: Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini fu il suo primo libro.
Non apprezzato a scuola, proprio in italiano, la sua vicenda è accomunabile a tanti letterati famosi che furono addirittura rimandati, come Alda Merini e Primo Levi, giusto per citarne due. Forse è anche per questo, e non solo per la sua incredibile modestia, che preferiva definirsi “autista di parole” e non scrittore.
Uno scrittore con una cultura vastissima e un bagaglio di molteplici vite, tante quante sono state le sue rinascite e quelle che ha regalato agli altri. Al proposito, voglio riportare le parole che la Fondazione Campiello gli ha tributato per la sua scomparsa:
Con Pino Roveredo perdiamo uno degli scrittori più importanti della letteratura italiana contemporanea. Un uomo speciale che il Premio Campiello ha avuto l’onore di premiare e che ricorderemo sempre, oltre che per la penna ispirata, per la caratura morale. Il suo impegno sociale e letterario nei confronti degli “ultimi” sarà l’eredità più grande che dovremo raccogliere. Per questo tutta la Fondazione Campiello lo ricorda con grande affetto e riconoscenza.
Già, penna ispirata e caratura morale. Le sue opere sono dei gioielli, a partire dai titoli (Mandami a dire, Attenti alle rose, Capriole in salita, Caracreatura, La melodia del corvo...) che, quasi sempre, vengono inseriti all’interno del corpus testuale a regalare un melodioso refrain. Elementi caratterizzanti sono anche l’anafora, l’ossimoro, il climax: figure retoriche tipiche della poesia, ma che lui adatta magistralmente alla prosa dove anche i puntini di sospensione la fanno da padrone, per rendere più viva la scrittura e avvicinarla quanto più possibile al parlato.
Del suo stile amo moltissimo anche i giochi di parole e l’insistere di un elemento in un romanzo o racconto, come la polvere che investe e viene attribuita a tutto (“faccende polverose”, “non morsicava la polvere”) in Ballando con Cecilia. O gli oggetti caratteristici del carcere, la “casa del giudizio” – ferro, sbarra, catene... – nel racconto L’uomo delle domande (in Mastica e sputa) dove la vita del carcerato viene per l’appunto raccontata attraverso gli elementi peculiari della prigione.
Pino Roveredo, come uomo e come scrittore, non le ha mai mandate a dire, per parafrasare il titolo del suo libro vincitore del Premio Campiello 2005, Premio Predazzo, Premio Anmil, Premio “Il campione”, Mandami a dire. Una voce contro il potere istituzionalizzato e a favore di coloro che non hanno neanche il potere delle proprie vite.
È bello ritrovarlo nelle tante foto e video che Internet ci dona. Scorgere il tormento nei suoi occhi e finalmente catturarne la serenità in una delle sue ultime interviste, Refoli di memoria (2021, su YouTube) dove, da triestino, viene interpellato sulla bora.
Con il sorriso a fior di labbra, e con gioia, risponde che anche la bora non è più quella di una volta e anche Trieste si è adattata, togliendo le famose corde per aggrapparsi e che tanto caratterizzavano la città. Ammette, con molta sincerità, che gli hanno fatto sempre ridere le persone che cadono. E lo dice con il candore di un bambino.
Ho esaminato tante volte le sue foto, non solo quelle sulla quarta di copertina, che sembrano condannarlo alla dannazione, talmente triste è il suo sguardo. Così diverso col trascorrere del tempo. Anche se non ho avuto l’occasione di conoscerlo, voglio ricordarlo con questa bellissima e simpatica espressione che ha parlando del vento più famoso d’Italia. Lo guardo e penso: grazie a lui gli ultimi non sono ultimi.
A Sabrina, Cristina ed Emma per averlo profondamente amato, ciascuna a suo modo.
Note
1 Pino Roveredo, Ballando con Cecilia, Bompiani 2014, p. 31.
2 Op.cit., p. 111.
3 Ibidem.
4 Op.cit., p. 115.
5 Ibidem.
6 Ibidem.
7 Op.cit., p. 118.
Bibliografia
Pino Roveredo, Ballando con Cecilia, Bompiani 2014.
Pino Roveredo, Ci vorrebbe un sassofono, Bompiani 2019.
Pino Roveredo, Mastica e sputa, Bompiani 2016.
Morto Pino Roveredo, lo scrittore triestino che ha messo “gli ultimi” al centro”, su Il Fatto Quotidiano.
Addio allo scrittore triestino Pino Roveredo, articolo su Il libraio.
Ricordo di Pino Roveredo, sul blog La bottega dei Barbieri.
Intervista a Pino Roveredo, su Mangia libri.
Laboratori di scrittura nella Casa Circondariale di Badu ‘e Carros.
Intervista a Pino Roveredo: Grazie alla lingua dei segni mi sono avvicinato alla scrittura.















