Nella città di Cagliari, nell’ultimo scorcio del ventesimo secolo, facevo parte di un’importante associazione culturale.
Si chiamava “Azzurri orizzonti-Gruppo Uno-Poeti e scrittori” ed era attiva a cavallo del secondo e del terzo millennio. La presiedeva Luisella Concu.
Circa venti anni dopo, avrei fatto parte, se pur in maniera meno coinvolgente e diretta, di un’altra importante associazione culturale che ruotava attorno alla personalità di Renata. Il Gruppo culturale portava il suo nome “Gruppo Culturale Renata Trivelli”.
Il Gruppo di Azzurri Orizzonti si riuniva in città, in un locale di via Portoscalas, di proprietà della presidente. Venivamo convocati il venerdì o il sabato precedente e ci riunivamo la domenica pomeriggio, di regola due volte al mese, nel corso dell’anno, escluso il mese di agosto. Ricordo che mi arrivava puntualissimo un lungo fax di convocazione che riportava tutti gli interventi di artisti e scrittori.
Ne facevamo parte in tanti, soprattutto poeti, scrittori, filosofi, studiosi di altre discipline; pittori, scultori e critici d’arte. Eravamo tutti o quasi tutti di Cagliari e ci esibivamo di persona.
All’epoca non esistevano le videochiamate, ma per i poeti lontani (ne ricordo una che risiedeva addirittura in Australia), Luisella, la presidente, ovviava alla bisogna con delle chiamate dal cellulare. Il poeta chiamato restava al telefono per il tempo necessario a leggere la sua poesia. Le letture erano a cura dell’attore Sergio Soi, un fine dicitore, oppure dell’attrice Daniela Sulcis, molto elegante nel portamento e nella lettura. Poi il contatto telefonico veniva interrotto.
Questa associazione annoverava nei suoi ranghi degli studiosi di rilievo.
Si dividevano grosso modo in due grandi correnti di pensiero: quella che faceva, nostalgicamente, riferimento alla cultura iberica e quella che invece riteneva definitivamente preponderante l’attuale esperienza piemontese, attribuendo alla dominazione dei Savoia, l’egida del riscatto dei Sardi dalla loro secolare storia di subordinazione, iniziata invero con la parziale conquista dell’isola da parte dei Romani dell’Impero. Purtroppo nessuno faceva riferimento, ad esempio, al periodo bizantino, necessario preludio al nobile periodo dei Giudicati che in Eleonora d’Arborea aveva trovato la sua alta espressione di autonomia, se non proprio di indipendenza, con l’emanazione della Carta De Logu.
Eleonora d'Arborea aveva promulgato la Carta De Logu per il territorio del Giudicato d'Arborea in un giorno di Pasqua, che nel 1392 cadeva il 14 aprile, come versione aggiornata ed ampliata della Carta emanata precedentemente dai suoi predecessori tra il 1317 e il 1383.
Nel 1421 Alfonso il Magnanimo avrebbe esteso la giurisdizione della Carta di Eleonora a tutta l'isola. Tutti i Sardi riconoscono che la Carta De Logu è il simbolo di sardità e che si tratta di una vera e propria costituzione in lingua sarda che regolò la loro vita sino al 1827.
Dettaglio della prima pagina della Carta de Logu.
Agli occhi di certi intellettuali, probabilmente, l’eroina giudicessa, scontava la colpa di essere di origine catalana (essendo nata in effetti a Molins del Rei, a un passo da Barcellona) e, per affinità, perfino ligure (avendo sposato il genovese Brancaleone Doria), altra potenza imperialista che aveva mostrato grande interesse per la posizione strategica della Sardegna nel Mediterraneo.
Le stesse accuse che, da un altro livello, muovevano alla figlia di Mariano IV d’Arborea numerosi intellettuali sardi che, sul finire del secolo ventesimo, si mostravano molto critici sul modello di sviluppo di stampo capitalistico che continuava a considerare la Sardegna una preda da conquistare e da sfruttare. Tanto più che in quegli anni, sindacati e industriali, le due anime contrapposte del capitalismo, avevano introdotto nell’isola le raffinerie, in un fallito tentativo di trasformare degli abili e millenari pastori, in operai in tuta blu.
Con il risultato che la Sardegna si ritrovava con un territorio inquinato sia dal punto di vista geologico, sia da quello sociologico, con un nugolo indefinito di cassintegrati, resi per sempre incapaci di essere ciò che erano stati per millenni, cioè produttori di latte e formaggio, pur non essendo mai diventati dei proletari con la vocazione per la dittatura del proletariato, o quantomeno, della lotta di classe.
A tal proposito mi viene in mente il grande scrittore Francesco Masala. Ma ce n’erano tanti, anche se non tutti avevano la libertà di pensiero e la carica rivoluzionaria del grande poeta e commediografo Cicitu Masala. Anzi, alcuni di questi intellettuali, si accodavano senza pudore allo sfruttamento delle risorse economiche dell’isola, accomodandosi nei salotti buoni dell’intellighenzia borghese cittadina e isolana.
Io ho sempre ammirato e tuttora ammiro il grande ingegno letterario di Francesco Masala. Ho amato moltissimo le sue poesie, i suoi romanzi e le sue opere drammaturgiche e ho avuto l’onore di conoscerlo e di ascoltarlo parlare di questi intellettuali prezzolati (che lui chiamava dispregiativamente canis de isterzu, cioè servi del padrone). Denigrava anche il Dio Petrolio, come definiva le raffinerie di Sarroch e di Ottana e più in generale il tentativo di industrializzare la Sardegna, che nella sua visione, stavano contribuendo ad estinguere una cultura agropastorale millenaria, in favore di una fabbrica di illusioni, cassintegrati e futuri disoccupati. Le sue previsioni sono state lungimiranti, quasi profetiche.
Ma la sua idea su Eleonora d’Arborea io non l’ho mai condivisa.
È vero che l’eroina sarda era di origine catalana (e pisana per parte di madre), ma essa incarnò lo spirito autentico della stirpe sarda, sia in termini di orgoglio, sia in termini più strettamente politici, con il suo tentativo di affrancare la terra sarda dalle dominazioni straniere, purtroppo fallito a causa della preponderante forza iberica (e forse anche del mancato appoggio da parte di altre componenti della società sarda di allora).
Eppure di questi uomini così intelligenti e preparati, ancorché di idee opposte e contrastanti, oggi non se ne vedono molti in giro per Cagliari, Sassari e dintorni.
Ma forse siamo noi, giovani di ieri, che, impossibilitati a prendere in mano il loro testimone, non siamo tuttavia più disponibili a riconoscere ad altri quella caratura culturale, che invece eravamo disposti a riconoscere ai nostri padri trapassati.
E i nuovi intellettuali dell’era tecnologica che, grazie alla geniale inventiva di Niki Grauso avrebbero trovato spazio, prima nelle stazioni ricetrasmittenti regionali, e più tardi nell’immensità di Internet e della rete, erano ancora di là da venire.
Io, a quel tempo, pur desideroso di ampliare i mei orizzonti e di farmi conoscere come poeta e scrittore, non osavo guardare oltre il Tirreno e ancor meno oltre l’oceano, anche se mi ero nutrito sin dalla mia prima gioventù di letture importanti che spaziavano dai nostri Leopardi, Manzoni, Montale, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Moravia, Umberto Eco, ai grandi pensatori mondiali come Marcuse, Cooper, Fromm, Hesse, Ginsberg, tutta la beat generation e altri intellettuali che allora andavano per la maggiore.
Le punte di diamante degli intellettuali della nostra associazione cittadina erano due: il filosofo e critico letterario Tito Orazio Temistocle e lo storico e giornalista Sergio Giovanni Concas. Il primo vantava dei trascorsi da direttore didattico mentre il secondo ingioiellava il suo curriculum vitae con una lunga militanza in una delle Gazzette provinciali del Nord di maggiore risonanza.
Luisella usava contingentare i tempi con la rigidità di un regista televisivo. Il tempo massimo a disposizione per ciascuno non poteva e non doveva superare i dieci minuti, anche se venivano graditi gli interventi più brevi.
Tutti ci adeguavamo di buon grado, calibrando i nostri interventi, sia che fossero declamazioni poetiche oppure letture di prosa, o magari degli sketch di intrattenimento, di preferenza comici, come quelli che faceva il compianto Livio Sorresu con la sua arguzia, tipicamente cagliaritana.
Qualcuno era deputato da Luisella ad eseguire degli interventi musicali: brani alla chitarra, come quelli eseguiti da Teo Spigno, oppure arie d’opera, o semplici canzoni, con o senza base musicale.
I più riottosi e intemperanti al canone orario imposto inflessibilmente da Luisella erano proprio i due studiosi di spicco del nostro Gruppo.
Il filosofo Tito Orazio Temistocle affrontava delle recensioni di opere liriche oppure di testi di letteratura, per lo più classica, ma anche neoclassica oppure romantica.
Egli partiva sempre da lontano: talvolta dalle fonti greche, altre dalla Bibbia. L’oratore si metteva una mano in fronte, come a ripararsi gli occhi. Sembrava che con quel gesto intendesse scrutare l’orizzonte lontano, quello del suo scibile e della scienza umanistica di cui egli era portatore.
Quando prendeva la parola, accompagnandosi con quel gesto misterioso, tutti tremavamo. Ancor prima che fossero trascorsi i canonici dieci minuti, Luisella già fremeva. Partendo da Aristotele, oppure dall’Ecclesiaste, era difficile che in così poco tempo egli pervenisse a discettare di Omero, del Faust, del Vascello Olandese o dei Buddenbrook di Thomas Mann.
Faceva molte pause durante questa sua dissertazione. Allora Luisella, seppure spietata e inflessibile nel rispetto dell’orario, per non interrompere la loro esposizione in maniera brusca e arbitraria, attingendo al suo substrato di diplomazia e di carità cristiana, ci aveva suggerito che ogni pausa, dopo i dieci minuti previsti, sarebbe stata ideale per far partire un applauso. Una volta partito l’applauso liberatorio, Luisella si riprendeva la parola, e l’oratore, anche se confuso e interdetto, era costretto ad accomodarsi, magari ringraziando in maniera poco convinta, o talvolta protestando sommessamente di non aver potuto concludere e chiudere il suo ragionamento.
La stessa infelice sorte toccava all’altro luminare, il professor Sergio Giovanni Concas.
Egli esordiva con il fatidico incipit: “Sarò breve”, per correggersi subito dopo con un
O almeno cercherò di esserlo, visto che l’argomento odierno, nevvero? Richiederebbe un lasso di tempo adeguato…
Luisella sbiancava in viso e mi rivolgeva uno sguardo d’intesa, unendo le mani come a farmi capire di tenermi pronto, in caso di necessità, a fare esplodere l’applauso liberatorio.
Il professor Concas, al contrario del filosofo Tito Orazio Temistocle, aveva un’esposizione molto fluida e scorrevole. Aveva solo un vezzo o forse un tic: mentre parlava, soleva sistemarsi il cappello, in realtà una specie di berritta sarda, scalzandolo appena dalla testa calva per risistemarlo subito dopo.
Era quello il momento ideale per fare scoppiare l’applauso che poneva fine alle sue appassionate prolusioni. E prima che l’applauso scemasse, Luisella era sveltissima a riprendersi la parola e a cederla all’oratore che seguiva, nell’ordine prestabilito. Il professor Concas si guardava attorno confuso e mormorava di non avere tuttavia concluso e che anzi la parte migliore e più importante del suo intervento, doveva ancora venire. Ma poi, rassegnato, mestamente riguadagnava il suo posto tra il pubblico oppure, talvolta, in segno di protesta, abbandonava l’assemblea.
Oggi penso che la nostra beneamata presidente Luisella sia stata troppo severa con i due studiosi di punta della nostra associazione. Anche se io stavo al suo gioco e, non vedendo l’ora di prendere la parola, oppure di iniziare lo spuntino conviviale che ci attendeva alla fine della manifestazione culturale, più di una volta, davo il via all’applauso che decretava il finale di quelle avvolgenti dissertazioni.
E poi la parola di Luisella, nell’associazione, era legge. E non poteva discutersi.
Oggi, che ho più o meno l’età che avevano i due studiosi all’epoca di Azzurri Orizzonti, quando prendo la parola nelle manifestazioni culturali ove sono invitato, dopo essermi levato il cappello, che comunque indosso soltanto d’inverno, premetto tra il serio e il faceto, a beneficio dell’auditorio:
Mi raccomando, qualora mi dilungassi oltre il limite della lecita sopportazione, nelle mie disquisizioni, fate partire un applauso, come facevamo noi ai tempi del filosofo Tito Orazio Temistocle.
L’uditorio sorride sempre benevolo. Ma il moderatore, che conosce le vicende del filosofo, che scrutava con la mano sulla fronte l’infinito orizzonte dello scibile culturale di ogni tempo, con un calcetto sotto il tavolo, con una gentile gomitata oppure interponendosi cortesemente, pone fine alle mie esposizioni, lunghe o corte, spassose o noiose che esse siano. E così io mi salvo dall’applauso liberatore e l’uditorio scampa, alla grande, certe forbite dissertazioni che, seppure interessanti ed elaborate, quando durano troppo, soprattutto a una certa ora, rischiano di sfiancare anche le assemblee più dotte e interessate.















