Le prime colline del Parmense che dai contrafforti dell’Appennino emiliano degradano dolcemente nella Pianura padana ospitano, in un suggestivo tratto della valle del Parma a monte del capoluogo provinciale, l’antico borgo alto di Torrechiara, (da Torchiara = luogo della torchiatura delle olive).
Il suo maniero, una delle architetture castellane più belle dell’Italia settentrionale, s’innalza maestoso sui rigogliosi coltivi, che si susseguono a perdita d’occhio.
La sua badia, per secoli luogo di villeggiatura estiva dei monaci e dei duchi di Parma sia Farnese che Borbone, si sviluppa in piano, nelle vicinanze del greto del torrente.
Ad accomunare il castello, il borgo medievale e l’abbazia è un singolare personaggio: Pier Maria II Rossi (1413-1482).
Fu lui, signore di Berceto e feudatario di Torrechiara, a decidere di trasformare il diroccato presidio difensivo, nel XIII secolo già casa-forte posta sulla sommità di un colle terrazzato (a m.278 s.l.m.), in raffinata dimora signorile.
Nato a Berceto nel 1413 da Pietro e Giovanna Cavalcabò, Pier Maria II Rossi sposò a quindici anni Antonia Torelli, dei conti di Montechiarugiolo.
Nominato tra i comandanti dell’esercito dei Visconti, alla morte di Filippo Maria (1447) rientrò a Parma e, ripresi i feudi di famiglia, aiutò Francesco Sforza a diventare signore di Milano, per poi ottenere la signoria di Parma (1449). Nel 1454 si ritirò nel Parmense, a godere i frutti della sua accorta politica e della sua risoluta strategia militare.
A partire dal 1450, per trent’anni, si dedicò alla riorganizzazione dei propri possedimenti, estesi dal Po all’Appennino, lungo le valli del Parma e del Taro, ristrutturando vecchi presidi e fondando nuovi castelli per il controllo di guadi, vie terrestri e fluviali.
Il lungo periodo di prosperità di Pier Maria terminò nel 1476, con l’uccisione di Galeazzo Maria Sforza. Da quel momento i Pallavicino, i da Correggio e i Sanvitale, suoi storici rivali, fecero di tutto per metterlo in cattiva luce alla corte di Milano.
Nel 1480, quando Ludovico il Moro prese il potere, entrò subito in aperto conflitto con Pier Maria che, dopo una strenua resistenza, morì a Torrechiara nel 1482.
A Torrechiara Pier Maria II Rossi fece erigere un castello dalla duplice funzione: residenza romantica da condividere con l’amata Bianca Pellegrini da Arluno e possente costruzione militare per il controllo sullo sbocco del Parma in pianura.
Costruito tra il 1448 e il 1460 il castello, però, per quanto riguarda i dettami della tattica ossidionale nacque vecchio, complice il periodo in cui fu innalzato, caratterizzato da nuove scoperte nel campo degli strumenti bellici che fecero invecchiare di colpo le strutture di difesa.
L’architettura, delimitata da un fossato con ponte levatoio e da quattro torri angolari a forma quadrata, collegate da una doppia cortina muraria a merlature ghibelline, che definiscono un cortile rettangolare, detto Cortile d’onore, (lungo m.26,55 per lato), subì nei secoli poche mutazioni.
Le principali trasformazioni, dall’evidente impianto rinascimentale, sono consistite nella demolizione della parte sommitale delle mura e nell’innesto, sul fronte orientale e sulle torri angolari della seconda cinta, di due corpi di fabbrica con due soprastanti belvedere, da cui si gode un amplissimo panorama.
Di notevole pregio gli affreschi a temi naturalistici, fantastici e grottesche, che ingentiliscono gli interni. Al piano terreno le sale di Giove, del Pergolato, della Vittoria e del Velario sono ornate con pitture attribuite a Cesare Baglione, mentre i decori nella sala degli Angeli richiamano la cupola del Correggio, sopra l’altare maggiore del Duomo di Parma.
Al livello superiore si trovano il grande salone degli Acrobati, dipinto sempre da Baglione e da Giovan Antonio Paganino (ultimi decenni del Cinquecento), le sale dell’Aurora, del Meriggio e del Vespro, impreziosite con spettacolari paesaggi, anch’essi finora riferiti ad artisti della cerchia del Baglione, e la Camera d’Oro, ritenuta la stanza nuziale di Pier Maria e Bianca.
Essa deve il nome alle foglie d’oro zecchino, che un tempo adornavano le splendide formelle quadrate, disposte alle pareti e realizzate in cinque diversi motivi.
Gli affreschi della camera, dipinti tra il 1460 e il 1462 da Benedetto Bembo (1420/25-1493?), documentano le raffinatezze tardogotiche, tipiche del clima culturale nel Ducato Milanese durante gli anni dell’ascesa di Francesco Sforza.
Le lunette della volta raffigurano Pier Maria e Bianca entro una sorta di baldacchino, nel momento dell’innamoramento per mano di Cupido, mentre si scambiano una spada e una corona d’alloro in pegno d’affetto e fedeltà. Sullo sfondo, a destra, si staglia il castello di Torrechiara. Invece le vele mostrano il pellegrinaggio di Bianca che, ritratta nelle vesti di viandante, attraversa dalla pianura alla montagna, di castello in castello, i possedimenti del suo signore.
L’immagine, particolarmente curata nella descrizione dei castelli, oltre a celebrare la potenza dell’amore e la vastità dei domini rossiani, dal punto di vista iconografico e storico assume una notevole importanza, in quanto buona parte delle rocche raffigurate sono andate in tutto o in parte perdute.
Benedetto Bembo, Pier Maria Rossi e Bianca Pellegrini, Camera d'Oro. Castello di Torrechiara.
Non a caso la rappresentazione più antica e sicuramente più fedele dell’organizzazione architettonica del castello di Torrechiara e del suo intorno paesaggistico si trova proprio in questo ciclo pittorico.
Il fortilizio vi è raffigurato circondato da una triplice cerchia di mura. Entro la cinta più esterna si sviluppavano le case del borgo, disposte in file con strade principali parallele tra loro, dalla base della rocca, a sud, in direzione nord, seguendo l’andamento di minima pendenza del terreno.
La chiesa, dedicata a san Lorenzo, si trova all’inizio dell’abitato, sul lato est. In origine aveva la facciata rivolta a ovest, in stretto rapporto con il primitivo ingresso al castello, posto anch’esso a ovest e probabilmente mutato tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, ricavando all’interno nuove postazioni per la difesa d’infilata della cortina muraria esterna.
Ora al castello si accede dal versante est, mediante il primo rivellino d’ingresso, limitrofo alla chiesa. Da qui inizia una lunga e ripida rampa coperta, che porta a un piccolo piazzale, in cui si apre il secondo rivellino d’entrata alla rocca, sovrastato da una torre merlata, con porta carraia e porta pedonale.
Giunti nel cortile d’onore, si può accedere anche all’oratorio di S. Nicomede, nella torre a nord-est. Il tempietto ha un portone originale, costellato di borchie con i monogrammi di Bianca e Pier Maria, e affreschi di Cesare Baglione. Pare che i due amanti si siano fatti seppellire qui, come sembra testimoniare la presenza di due lapidi.
La storia della badia di Santa Maria della Neve, situata nelle vicinanze del castello, inizia con una bolla pontificia emessa il 12 aprile 1473.
Con questo documento papa Sisto IV autorizzava Pier Maria Rossi, proprietario dei terreni circostanti, alla fondazione dell’abbazia, istituita il 15 giugno 1473 e aggregata alla Congregazione Benedettina riformata di Santa Giustina di Padova (poi detta Cassinese).
Il primo e ultimo abate, nominato nel 1475 dalla Congregazione di Santa Giustina, fu Basilio de Rossi, cugino di Pier Maria, monaco professo di S. Sisto a Piacenza e in quel mentre abate di S. Pietro a Modena. Alla morte del promotore e in seguito alla crescita del monastero benedettino di San Giovanni Evangelista di Parma, la badia divenne una dipendenza rurale dell’abbazia parmense. Soppressa con decreto napoleonico il 30 settembre 1810, dopo alterne vicende fu restituita ai monaci di San Giovanni il 7 ottobre 1899.
L’intitolazione a Santa Maria della Neve deriva da una festa mariana assai diffusa nel Medioevo, festeggiata il 5 agosto. In questa data, nel 352 d. C., la Madonna apparve a papa Liberio e un’eccezionale nevicata ricoprì il colle Esquilino, tracciando il perimetro della basilica romana di Santa Maria Maggiore. La neve ricorda simbolicamente il candore intatto dell’anima immacolata di Maria.
La chiesa è una delle costruzioni più antiche della fabbrica quattrocentesca. Nel XVIII secolo fu decorata con ornati prospettici e finte quadrature architettoniche, che danno l’illusoria impressione di dilatare lo spazio e racchiudono in forma di ricche incorniciature alcuni cicli figurativi di soggetto benedettino. Probabilmente già conclusa nel 1479, come testimoniano la facciata e il fianco longitudinale sud, presenta una sola navata, coperta da volte a crociera con costoloni e chiavi di volta scolpite, e due cappelle laterali, divise da un pilastro abbellito sulla faccia a nord da un affresco con la Madonna e il Bambino assisi su un trono ligneo, risalente alla fase costruttiva tardo quattrocentesca.
L’opera, dall’impronta salda e solenne nelle fisionomie dei volti e nei volumi delle anatomie e dal goticismo ormai smorzato nei panneggi delle abbondanti vesti, è riferita a Bernardino Loschi (nato nel 1460 ca.) con una datazione di poco successiva al 1487.
Dotata di una incorniciatura a edicola, sembra essere stata concepita per la decorazione di un altare addossato al pilastro, forse commissionato da Antonio da Locarno che, nel lascito testamentario redatto nel 1487, aveva lasciato erede universale dei propri beni la badia, con l’onere di costruire una cappella nella chiesa per celebrarvi quotidianamente una messa.
Passeggiando nel chiostro quattrocentesco, dalla pianta quasi quadrata (23,80 x 23,35) scandita da nove arcate per lato, si può ammirare una secolare campana in bronzo con la firma dell’esecutore, il maestro di arte fusoria Antonio da Ramiano (notizie dal 1443 al 1511), incisa accanto alle insegne araldiche e gentilizie della famiglia Rossi (il leone rampante, due cuori tra corone, la lettera M con il motto “nunc et semper”). Proseguendo fino all’angolo sud-ovest una porticina immette in un ambiente dalle volte a crociera, impreziosito da una Madonna in Mandorla (cm160x61), con elementi del gotico lombardo di gusto cortese.
Eseguita negli anni 1465 – 1470, si ritiene sia il primo dipinto compiuto dal pittore lombardo-cremonese Francesco Tacconi (notizie dal 1458-1500), nel 1475 al servizio di Pier Maria Rossi.
Un passaggio coperto conduce a un delizioso belvedere, il cui stile architettonico tardobarocco richiama la produzione parmense tra la metà del Seicento e la metà del Settecento. Eretto su un promontorio artificiale, perché i monaci potessero ammirare il panorama e osservare al contempo il livello del torrente, tenendone sotto controllo le acque, nel Settecento fu eletto sede di ritrovi dai letterati dell’Accademia di Arcadia. Nella badia è anche possibile ammirare una raccolta di paramenti sacri, arredi liturgici, vasellame e oggetti della civiltà contadina.
Inoltre la comunità benedettina gestisce un laboratorio apistico, in cui tradizione e sapienza antiche si fondono con moderne conoscenze scientifiche, per la formulazione di prodotti cosmetici dai principi attivi naturali. I monaci, infatti, sono depositari di secolari ricette, alcune delle quali risalenti al Duecento e già preparate dai confratelli per la Speziale di S. Giovanni che, fondata nel X secolo e considerata tra le farmacie più antiche d’Europa, si trova nel complesso abbaziale di S. Giovanni Evangelista in Parma.















