Trascorsi neppure due anni dalla scomparsa di Leo, un nuovo evento misterioso collegato al monte Orru giunse a turbare l’isola.

È la storia di Antonio Mura, conosciuto dagli amici come Toni. Se, nel nostro gruppo, Leo aveva sempre rappresentato la trasgressione, Toni era invece sempre stato il ragazzo modello, intelligente, amato da tutti nonostante la sua introversione, recluso a studiare anche quando fuori era bello, ironico, pallido, brufoloso e con i capelli unti come tutti i secchioni.

Mentre noi andavamo ancora in giro con i pantaloni corti, Toni aveva trovato già il modo di farsi prestare un vecchio box-officina da uno zio e lì si rifugiava a creare le sue invenzioni o a riparare ogni sorta di elettrodomestico, cosa che l’aveva reso benvoluto in tutto il quartiere. Come nel caso di Leo anche Toni non aveva perso tempo, mentre noi ci vantavamo di fare vela a scuola lui già aveva cominciato a lavorare come meccanico e a studiare alla sera purtroppo ad un certo punto l’abbiamo perso di vista perché ha cominciato a frequentare l’università a Cagliari, allora tornava a casa solo nei fine settimana, per salutare i suoi genitori, soprattutto stare con Nelli, la sua amata sorellina disabile.

All’università l’hanno capito subito di avere a che fare con una testa fina, già pochi giorni dopo la sua iscrizione infatti è cominciato il balletto di docenti e ricercatori, tutti a cercare di ingraziarsi il ragazzo prodigio per farsi belli o per poi rubargli le idee. Fortunatamente Toni è riuscito a dribblarli tutti e con un'abilità e uno scatto degni del grande Gigi, una volta conseguita la laurea in fisica, ha salutato tutti e se ne è andato negli Stati Uniti. Lì l’accoglienza è stata di tutt’altro tenore, tappeti rossi ovunque e proposte di impiego nei laboratori più prestigiosi.

Noi amici, convinti di averlo perduto, ci siamo ben presto rassegnati, abituati a ricevere di tanto in tanto le immagini del suo nuovo mondo americano dove nelle foto appariva felice, più sorridente di come ce lo ricordavamo, spesso ritratto in ambienti aperti, sullo sfondo di grandiosi scenari naturali. Era strano immaginarlo lì, lui che per anni era stato solo nella sua cameretta a studiare.

Passarono gli anni e venne il giorno in cui suo padre morì e l’anziana madre si trovò in difficoltà a gestire la figlia disabile, così Toni decise di tornare. Lo ritrovammo grandetto, serio e compìto, fisicamente cambiato, più robusto e con qualche capello in meno. Anche il suo abbigliamento sembrava aver subito una mutazione, pareva più curato, l’abbinamento camicia/pantaloni per la prima volta non sembrava casuale. Ci raccontò molte cose interessanti sulla vita negli USA, soprattutto ci parlò di un certo Ighina, un geniale ricercatore italiano che aveva incontrato nel deserto dell’Arizona, l’inventore di una serie di macchinari avveniristici che secondo Toni avrebbero risollevato le sorti del mondo.

E di quell’Ighina e delle sue teorie mirabolanti Toni non smise di parlare un attimo da quando rimise piede in Sardegna anche se noi amici, che lo ascoltavamo incuriositi ed entusiasti, non capivamo un granché delle sue teorie. Tra tutte le invenzioni del nostro amico geniale ce n’era una però che ci incuriosiva particolarmente, era chiamata “Stroboscopio solare”, l’idea originale era del famoso Ighina ma Toni l’aveva perfezionata e ora ne decantava i pregi assolutamente convinto che con quell’invenzione le sorti economiche dell’agricoltura isolana sarebbero state salve per sempre. Lo stroboscopio solare avrebbe risolto definitivamente l’annoso problema dell’acqua. Faceva tenerezza ma anche impressione vedere il nostro amico quanto s’infervorava nel tentativo di convincere gli scettici contadini campidanesi.

Una volta ci volle impressionare, era estate, in un giorno di sole implacabile, piazzò il macchinario vicino al campetto arso dove ci ritrovavamo a giocare a calcio e lo azionò a nostra insaputa. Per quanto incredibile possa sembrare a sentirla raccontare, successe qualcosa di incredibile, quella che pareva una giornata col cielo terso, destinata a permanere, durò invece pochi minuti, il sereno si incrinò e venne giù uno scroscio d’acqua che lasciò tutti di stucco. Le ambizioni del nostro inventore iniziarono ben presto a crescere, venne il giorno in cui si presentò in Regione. Ad attenderlo là, però, tra lusinghe e strette di mano, ci furono alcune tra le più cocenti delusioni della sua vita; nessuno prese sul serio le sue idee, addirittura ci fu chi senza vergogna lo congedò frettolosamente con le seguenti parole:

“Dottor Mura, qui nessuno ha veramente intenzione di risolvere il problema dell’acqua perché significherebbe dover rinunciare alle sovvenzioni, ai cospicui aiuti economici provenienti dallo stato, grazie ai quali mangiamo tutti. Oltretutto si tratta di una pioggia di denaro in costante aumento, l’unica pioggia che ci interessa…”

Frustrato e demoralizzato, Toni interruppe le ricerche, promettendo a se stesso che non avrebbe mai più inventato nulla, parallelamente cominciò a dedicare tutto il suo tempo allo studio degli extraterrestri, in particolare al fenomeno delle “adduzioni”, letteralmente rapimenti di esseri umani da parte di creature aliene, una materia ancora sconosciuta in Sardegna.

Noi amici pensammo inizialmente che questo interesse fosse il frutto di letture, conoscevamo Toni e lo sapevamo un formidabile divoratore di libri, purtroppo però, dopo poco, scoprimmo che la questione degli extraterrestri era per lui una assoluta priorità, perché non solo credeva all’esistenza degli alieni ma era assolutamente convinto che questi fossero già presenti tra noi, che da tempo fosse in corso una vera e propria colonizzazione terrestre, che esistesse addirittura un nuova razza mista alieno-umana. Ipotizzò di essere egli stesso frutto dell’incrocio con gli alieni. La passione del nostro amico non tardò a turbare il clima altrimenti spensierato del nostro storico gruppo di amici. A nulla valsero i tentativi di distoglierlo dalla sua ossessione monocorde, certi giorni pareva veramente che il nostro Tonio appartenesse a un altro pianeta.

Ci fu un’unica parentesi, purtroppo molto breve, durante la quale sperammo in un cambiamento e fu il periodo in cui venne in Sardegna una certa Zoey, una ragazza dell’Ohio, compagna di studi di Toni. Furono per tutti noi giorni lietissimi, finalmente anche Toni acconsentì a venire al mare. Zoey, che era bianchissima di pelle e molto alta di statura, sfoggiò dei costumini rosa confetto che la resero agli occhi di tutti una specie di fenicottero, soprattutto se paragonata alle nostre ragazze, tutte piccole e scure, “simili a cornacchie gracchianti” come disse un giorno Toni e non fu una delle sue uscite migliori. Partita Zoey, il nostro amico ripiombò nel suo delirio extraterrestre.

Un giorno decidemmo di fare una gita tutti assieme in cima al monte Orru, Toni quel giorno pareva in buona, c’erano anche Ciccu e Paddori, avevamo una borsa frigo con le birre, io avevo pane Civraxiu appena sfornato e un bel pezzo di salsiccia. Giunti in cima, rimanemmo a lungo a goderci la vista – si riusciva a scorgere Cagliari! Poi decidemmo di scendere. Come una nuvola può giungere a oscurare il sole, così qualcosa improvvisamente alterò l’umore di Toni, il quale ad un certo punto divenne inquieto e iniziò a guardarsi in giro con circospezione condividendo solo a tratti il frutto delle sue osservazioni. Poi di colpo ci guardò e disse:

“I vulcani spenti vengono spesso scelti come basi di atterraggio, non sarei sorpreso se mi dicessero che il Monte Orru è da tempo un punto di riferimento per gli abitanti di Orione…”

Io e Ciccu – Paddori era più indietro – dopo esserci scambiati uno sguardo interrogativo, decidemmo di lasciar cadere quelle parole e continuammo a camminare. Pochi minuti più tardi, lungo il sentiero, incrociammo una comitiva di ragazzi, saranno stati almeno sette o otto, tipi curiosi, devo ammetterlo, avevano tutti lo stesso taglio di capelli con la frangia molto corta, anche i maschi. Ci passarono accanto senza salutare ma fissandoci a lungo con inquietanti occhi di ghiaccio. Ebbi un brivido.

“Li avete visti anche voi?” Chiese Toni, gongolante, dopo aver visto le nostre facce stupite...
“A giudicare dal taglio di capelli mi sembravano dei Pleiadiani” ironizzò Ciccu, maliziosamente...

Toni, offeso, non replicò e rimase in silenzio fino al momento in cui giungemmo al campeggio.

Alla sera, dopo cena, quando Bebi propose di andare in spiaggia a vedere le stelle cadenti – era il periodo giusto – la pronta adesione di Antonio mi colse di sorpresa. Ci trovammo così improvvisamente immersi nell’oscurità della notte – eravamo un bel gruppetto - c’erano anche delle nuove amiche cagliaritane per questo io, Ciccu e Paddori eravamo in allerta massima - venne a crearsi un’atmosfera di pura magia, il mare era calmo e quasi impercettibile, un sottile venticello giungeva dall’entroterra carico di effluvi aromatici così intensi da stordire e sopra le nostre teste c’erano mille universi luminescenti che avrebbero ispirato anche la persona meno dotata di fantasia o spirito poetico.

In mezzo al nostro gruppo si intravide ad un certo punto la sagoma di Toni con il braccio teso a indicare qualcosa in direzione del monte Orru e a seguire udimmo tutti la sua voce alta, esclamare:

“L’avete vista? Era verde! Ho visto una stella cadente verde! È il segnale! Sta avvenendo qualcosa di importante lassù, lo sapevo! Lo sapevo!”

Ci fu un minuto di silenzio, poi la situazione degenerò, Ciccu sbragò ed esplose cominciando a insultare pesantemente Toni, io e Paddori inizialmente cercammo di mediare, poi di fronte all’intransigenza orgogliosa e testarda di Toni ci gettammo anche noi nella mischia esprimendo tutta la frustrazione e la stanchezza accumulata in giorni e giorni passati a subire i discorsi deliranti del nostro amico. Le ragazze cagliaritane fiutarono subito la tempesta in arrivo e declinarono l’invito a restare la notte, Bebi fu colta da un’improvvisa emicrania, Aleni si allontanò con la scusa di una telefonata, chi di noi rimase in spiaggia alla fine si lasciò andare a male parole e minacce fino a quando sfiniti e senza un saluto ognuno andò per la sua strada e si ritirò a dormire.

Il mattino seguente ci ritrovammo tutti in spiaggia verso le undici, Toni a qualche metro di distanza con lo sguardo fisso verso il mare, io e Ciccu poco distanti a parlare, alla ricerca di una soluzione al conflitto in corso. Fu a quel punto che Ciccu mi propose di buttarla sul ridere e mi disse di voler fare uno scherzo al nostro amico malmostoso.

Da un paio di giorni, sempre alla stessa ora si presentava al chiosco della spiaggia uno straniero, un tipo secco secco, con un grande cespuglio di capelli scuri in testa. Poiché l’uomo in questione rassomigliava moltissimo ad un certo George Adamski, un americano autore di best seller di ufologia e notissimo contattista di alieni – Toni ci aveva spesso mostrato i suoi libri pregandoci che li leggessimo – Ciccu pensò di approfittarne e senza perdere altro tempo, si avvicinò a Toni e indicandogli quello che evidentemente era il sosia di Adamski gli disse:

“Toni, ti devo delle scuse, ieri sono stato un po' duro con te. Hai visto che è arrivato il prof. Adamski? Avevi ragione, se un personaggio di quel calibro è qui vuol dire veramente che il monte Orru è un luogo di incontro con gli alieni, proprio come hai intuito tu!”

Il viso di Toni fu attraversato da un'impercettibile espressione di soddisfazione. Ma non disse nulla. Quello che nessuno riuscì a spiegare fu come mai Toni non si precipitò da Adamski se non altro per stringergli la mano. Invece si limitò a salutarlo da lontano e poi in tutta fretta corse in campeggio a smontare la sua tendina e una volta pronto, con lo zaino in spalla venne da noi per salutarci e dirci che era in procinto di risalire sulla cima del monte Orru, questa volta da solo.

Prima di abbracciarci ebbe per tutti parole di affetto e gratitudine.

Ciccu, imbarazzato, capì di aver esagerato ma non seppe trovare le parole per avvertire Toni dello scherzo. Inoltre nessuno osò ricordare a Toni che il prof. Adamski era morto nel 1965.

Toni fu visto imboccare con decisione il sentiero verso l’antico vulcano e poi scomparve. Le ricerche, come per Leo, durarono parecchie settimane; due anni dopo il tribunale di Cagliari emise una dichiarazione formale di morte presunta.

Ancora oggi, quelli come me che lo conobbero e si ritrovano nella zona di Capo Orru alla sera, guardano il cielo con un misto di inquietudine e tenerezza sperando segretamente di poter cogliere un segno del loro amico.