Peso stimato ad oggi oltre 100 chili. Antonio, come tutti i cacciatori di Quirra, non vede l’ora che riapra la caccia per fargli la festa. Durante la stagione scorsa era convinto di averlo preso, era riuscito a sparargli due volte e già se l’era immaginato bello steso sul cofano della sua jeep, invece il bestione era rimasto fermo immobile fingendosi morto e poi di colpo si era impennato e con un balzo era scomparso nella macchia lasciandosi dietro uno strascico di cacciatori annichiliti.

Che si tratti di un esemplare eccezionale è ormai chiaro, lo è stato fin dai primi avvistamenti risalenti ormai a diversi anni fa. “Dalle nostre parti i cinghiali non superano mai i 40 kg” dice Marco Forru, guardia forestale e cacciatore. “Al di là della ragguardevole mole ciò che più impressiona – aggiunge il Forru – è il suo comportamento imprevedibile e aggressivo. Chi l’ha visto dice di essere rimasto letteralmente paralizzato dallo spavento. Chi invece ha avuto con lui un incontro tanto ravvicinato da poterne incrociare lo sguardo ammette che da allora non dorme più sonni tranquilli.”

Tra i cacciatori sono in molti a confermare una caratteristica curiosa di questo animale, la presenza intorno ai suoi occhi di un profilo nero, usanza maschile diffusa nell’antichità tra i popoli antichi del Mediterraneo. Per questo motivo, da qualche tempo, il cinghialone viene anche detto “Il Punico”.

Personalmente ho sempre amato la carne di cinghiale ma a caccia no, non ci sono mai stato. Oggi la carne non mi va più così tanto. Da quando poi mi sono messo insieme a Elinedda ho ridotto drasticamente il consumo di proteine animali. Lei, come me, fa parte di un'associazione chiamata Sardegna Viva che promuove lo studio e la protezione della biodiversità dell’isola. La maggior parte di noi associati è vegetariana. Fin qui non ci sarebbe nulla da obbiettare, il problema è che Elinedda è figlia di Antonio Frau, sì proprio lui, il cacciatore. Per questo motivo da qualche tempo a casa sua le discussioni sono sempre più accese.

Ho conosciuto Eli recentemente in università, fin dalle prime battute ho capito che i nostri retroterra famigliari erano diversi, lei figlia di agricoltori/pastori della zona di Quirra, io figlio di genitori medici con villa al Poetto. Per questo, forse, ci siamo subito piaciuti moltissimo. I miei hanno provato a dissuadermi dal frequentarla, ma non ci sono riusciti. Non sono bastati i sottili ammonimenti di mia madre – “la zona di Quirra è depressa con gente strana, malaticcia” – di mio padre – “rischi di contaminarti” - o di mia nonna (!) “Attentu a sas feminas de Quirra po itta funti tottus bruxias!” (attento alle ragazze di Quirra perché sono tutte streghe).

Al momento la mia unica preoccupazione riguarda la prospettiva di conoscere i suoi parenti e ciò crea in me una terribile ansia. In più c’è la questione della caccia che si sa qui in Sardegna rappresenta un rito maschile atavico – sfiga spaziale la data della mia visita programmata nel prossimo week-end coincide con l’apertura della stagione venatoria – non so proprio come affrontare la cosa perché credo che a questo punto sia impossibile tirarsi fuori, un mio rifiuto ora mi metterebbe in pessima luce di fronte a babbu Antoniu, diversamente se facessi, come si suol dire, buon viso e cattivo gioco Eli mi disprezzerebbe a vita, dandomi dell’ipocrita e del conservatore. Ora capisco perché ho posticipato a lungo la visita a Quirra.

“Wow! E questa macchinona da dove salta fuori?”
“È l’auto che danno a tutti i dirigenti dell’ospedale... vista l’occasione ho pensato di chiederla in prestito a mio padre per il nostro weekend... per viaggiare comodi. Sei contenta?”
“Sì, boh, credo che il tuo Pandino sarebbe stato più indicato, a Quirra le strade non sono asfaltate granché...”
“Oh! A questo non avevo pensato. Comunque non è un problema, questa è una 4 ruote motrici, va ovunque. L’anno scorso con i miei sono stato a Bormio e sullo sterro non abbiamo avuto alcun problema.”

“Ha ha… non vedo l’ora di vedere la faccia di zio Efisio quando arriveremo alla stalla con questo bolide...”
“Chi è zio Efisio?” “È uno dei sei fratelli di mio babbo, all’inizio erano otto con zia Adelina, poi Remo e Fosco sono morti e ora sono rimasti in sei.” “Madonna che famiglia! In confronto a casa nostra siam quattro gatti... dimmi un po', i tuoi zii abitano tutti a Quirra?”
“Oh no... zio Efisio è l'unico che è rimasto a lavorare con mio padre, intendo dire a occuparsi della campagna e degli animali. Gli altri sono sparsi un po' per tutta la Sardegna. Zio Nello, per esempio, fa il maresciallo alla base militare di Perdasdefogu, zio Franco è muratore, zio Italo, invece, fa il pizzaiolo a Nuoro.”

“E tua zia Adelina? L’unica femmina...”
“Beh lei è sempre stata la più coccolata, essendo femmina e per di più ultima nata, puoi immaginare. Quante glie ne hanno fatte, povera Adelina… anche se, va detto, si è sempre fatta rispettare.”
“Che fa di bello tua zia?”
“È una collega dei tuoi genitori…”
“Ma no! E dove lavora? Intendo dire in quale ospedale?”
“No, no... lei lavora a casa sua...”
“Ah! È un medico di base?”
“No, lei sta a casa sua e ogni tanto la vengono a cercare. Anche quando ci sono animali che stanno male…”

“Ok! Ho capito. È una veterinaria. Animali piccoli o grandi?”
“Lei cura animali ed esseri umani, non fa distinzione...”
“Beh, non esageriamo… non mi sembra una cosa possibile.”
“Sì, amore, è possibile se sei...”
“Se sei…?”
Sa Bruxia!”
“Ma no, dai! Ma quelle sono favole per bambini, non mi dirai che tu...”
“Che ti devo dire? Un giorno la conoscerai, anzi, se abbiamo tempo passiamo a trovarla. Non vive lontano dai miei… ha una casa vecchia molto bellina, tutta piena di erbe e di gatti, sì, soprattutto gatti. Zia Adelina ama i gatti.”

“Vediamo se c’è tempo... qui con tutti i parenti che ti ritrovi sarà un miracolo se avremo un minuto per stare da soli…”
“Senti ma allora perché non andiamo a farci un bagno prima di arrivare? Dai, esci qui a San Priamo, voglio farti vedere una spiaggia dove andavo da bambina.”
“Aspetta che metto il navigatore...”
“Ma quale navigatore, non ti serve il navigatore, qui basta riconoscere le rocce sulle montagne, ecco la vedi quella lassù a forma di elefante? L’uscita della superstrada è tra duecento metri...”
“Boh, proviamo. Avevi ragione, che spazi incredibili... È proprio una zona della Sardegna che non conoscevo, toga, toga veramente.”

“E allora? Vogliamo parlarne di questo mare turchese?”
“Niente male direi, però non raggiunge i livelli della Costa Smeralda...”
“Eh ma allora sei proprio fissato con sta Costa Smeralda. Guarda che la Sardegna è tutta bellissima...”
È tutta bellissima, però tu in Costa Smeralda ancora non ci sei mai stata e insisti a non volerci andare... ogni volta che ti invitano punti i piedi come un asino…”
“E ho ragione! Perché è diventata un posto per milanesi, è risaputo ormai. A me non basta che il mare sia turchese, capisci? Quello che per me fa un posto bello è tutto l’insieme, è il modo con cui si è costruito rispettando l’ambiente, è la gente locale che lì ci vive e che non è costretta ad andarsene perché tutto costa una follia, è il ritmo del Tempo. Io quando vado a fare la spesa dal macellaio non voglio sentire parlare inglese, io voglio trovare la vecchina che parla sardo come me e che scherza con gli altri clienti e che per fare ciò è capace di stare venti minuti ad aspettare il suo turno e non scalpita, non si agita, non s’affretta, perché il punto è proprio quello, la fretta non ha senso, non siamo mica a Milano...”

“Ti capisco ma anche no. Mi sembra che esprimi l’atavica paura della maggioranza dei sardi per tutto ciò che è nuovo o diverso, convinti che l’irremovibilità delle tradizioni sia la strada più sicura. Così però si rischia di diventare un museo antropologico, anzi archeologico, a me invece piace la modernità, io amo l’aeroporto di Olbia con il suo traffico internazionale, io ammiro i giovani imprenditori che mettono il Cannonau in barrique di legno francese e ne fanno un prodotto nuovo, un vino ricco, raffinato, invece di limitarsi e andare alle feste di paese a tracannare certi vinacci fatti in casa convinti che quelli siano gli unici vini esistenti al mondo...”

“Ehi attento che oggi a pranzo dovrai bere il vino di babbo, non credo sia previsto altro.”
“Ma sì, lo sai che per te sarei pronto a fare qualsiasi cosa...”
“Anche il bagno senza costume?”
“Ah quello non l’ho mai fatto, ma credo di farcela. L’importante è che poi non ci arrestino.”
“Chissà!? Tutto può essere. Può anche succedere che ci sequestrino la macchina...”
“Oh no, mio padre questa non me la perdonerebbe...”
“Stupido! Ti prendo in giro! Dai, parcheggia qui. Facciamoci un bagno prima che quelle nuvole laggiù oscurino il sole definitivamente.”

Il mio esordio in famiglia non è stato dei migliori. Giunti con imperdonabile ritardo a causa di un gregge di pecore che ci ha bloccato la strada per oltre mezz’ora – non ho osato chiedere a Eli se il gregge appartenesse a suo padre – appena entrati nel cortile di casa siamo stati circondati da una moltitudine di persone, galline e cani abbaianti di ogni taglia. Un uomo basso e tarchiato dalla testa calva ma con un vezzoso codino corto sulla nuca ci è venuto incontro sorridendo. Dopo aver abbracciato ripetutamente Elinedda e avermi squadrato più volte mi ha stretto la mano con tal vigore che poi per tutto il pranzo ho fatto fatica a impugnare la forchetta.

Chetati i cani grazie alle urla incomprensibili ma efficaci di uno dei presenti, abbiamo potuto proseguire verso un ampio patio dove c’erano ancora altre persone, tutte pronte a rispondere con calore ai nostri saluti. Il posto era decisamente ruspante e caotico, ma aveva una sua bellezza. Al centro c’era una grande pianta di limoni, gravida di frutti; sulla sinistra una legnaia e, lungo la parete, un vano adibito a forno, dove si notava una brace ancora accesa e gli spiedi orizzontali, ma la carne era già stata tutta cotta – dentro di me mi sono subito chiesto: da quanto? - la si vedeva allineata in un lungo piatto di peltro poco distante. Elinedda, a differenza di me, sapeva muoversi con disinvoltura in quell’ambiente familiare, così tra un saluto e l’altro l’ho vista defilarsi elegantemente e subito dopo scomparire mentre io mi sono ritrovato solo alla mercé di un gruppo di uomini seduti a gambe larghe, che parevano aspettare solo me.

(Nel frattempo in cucina...)

“Miii, figlia mia, quanto ti sei sciupata!”
“Mamma dai, non iniziare!”
“Vieni, vieni in cucina che Efisio ha portato del pecorino di Osilo, mangiane un pezzo che riprendi subito colore.”
“Uff! Mamma, lo sai che sono vegana, sono due anni che non mangio né carne né formaggio...”
“E che ne so io. Credevo fossi guarita...”
“Scusa mamma, guarita da cosa?”
“Da cosa? Dalla vita in città, si vede che non ti fa bene…”
“Possiamo cambiare discorso?”

“Hai visto chi c’è?”
“Chi c’è?”
“Gavino.”
“E perché l’avete invitato?”
“È lui che ha insistito. È evidente che non ha perso la speranza.”
“Speranza, di cosa, mamma?”
“Speranza un giorno di poterti rendere felice, di fare un buon matrimonio, di mettere su famiglia. È sempre convinto che sei tu la sua predestinata...”

“Ma lasciamogliela questa convinzione... comunque mamma non è stata una buona idea invitarlo...” “E perché? Lui qui ormai è più di casa di te... Ci aiuta sempre, anche ieri con le capre. È uno concreto, Gavino, un lavoratore, parla poco ma...”
“Parla poco ma non ha ancora fatto amicizia con la doccia…”
“Figlia mia, sapessi i problemi che abbiamo avuto con l’acqua l’estate passata, mi sembra proprio che vivi in un altro mondo.”
“Un altro mondo, già…”
“Dai, ruba un pezzetto di salsiccia che ora non ti sta guardando nessuno...”
“Mamma basta! Me ne vado di là a cercare del finocchio e a parlare con zia Mari, lei è l’unica che mi capisce...”

(Nel frattempo nel patio esterno)

“E salsiccia ne avete a Cagliari?”
“Beh a Cagliari ormai si trova un po’ di tutto...”
“Ma una salsiccia così no. Questa la fa Paddori, è insuperabile. Ma tu come mai mangi solo finocchi? E il bicchiere? Ancora vuoto è?”
“Sono vegetariano, non mangio carne e preferisco bere solo acqua o tisane di erbe...”
“Vegetariano? Ma cos’è? È il nome di una malattia?”
“E lasciatelo stare, non vedete che è timido. Arrivare dalla città, qui è tutto diverso, ha bisogno di ambientarsi un po'… però il capretto arrosto dopo lo mangi vero?”
“Sarei più felice con un'insalata, se poi ci sono delle patate meglio ancora… ma non vorrei disturbare…”

“Oggi abbiamo fatto anche il maialetto… se la caccia nei prossimi giorni sarà buona ti mettiamo in valigia un bel pezzo di carne di cinghiale da portare ai tuoi genitori. Ti abbiamo già inserito in ‘sa cassa manna’ domani, sarai tra i battitori. Ci divertiremo.”
“Ehm, non so ancora quale sia il nostro programma per domani, dovrei chiedere a Eli, comunque vi faccio sapere...”
“No, non hai capito, sei già dentro, sei nel gruppo. Guarda che sarà un giorno storico, un giorno che dopo potrai raccontare ai tuoi amici di Cagliari. Ma tu hai mai sentito parlare del Punico?”
“Ehm sì, qualcosa mi ha raccontato Elinedda.”
“Ecco, allora domani riapre la caccia e questa sarà la volta buona. Sono anni che cerchiamo di prenderlo. Sarà una grande festa per tutti. Anche per lui... ahahah. Un altro goccio?”

“No, grazie, prendo ancora un po' d’acqua… se c’è…”
“Ah ma allora convinto sei, ma non hai paura di arrugginire con tutta quell’acqua? Non ci siamo ancora presentati, io sono Efisio. E tu dovresti essere ‘Il Principino’... almeno così ti conosciamo noi qua…”
“Sono Alessandro...”
“Principino Alessandro ahah... adesso ti presento gli altri. Il capo supremo ancora non c’è perché ha avuto ancora da fare nella stalla, ma ci raggiunge più tardi, in compenso ci siamo noi che siamo i suoi fratelli. Allora iniziamo con le presentazioni, quello là con la faccia da coglione è mio fratello Nello...”
“Ha parlato quello intelligente...”
“Ma perché non stai zitto? Dovresti essere abituato a ubbidire e a stare zitto visto che hai scelto di indossare la divisa per tutta la vita...”
“Intanto io mantengo una famiglia e vivo in una casa vera, con le finestre, non in una mezza stalla come te...”

“Ma chiudi quella bocca! Ma come ti permetti! Infame! Vuoi che mostro a tutti la lista dei disastri che avete causato voi militari alla nostra povera terra? Tu te ne vieni qua due volte all’anno a mangiare il capretto e te ne freghi di tutto, te ne freghi di noi e di quello che succede. Da quando hanno ripreso a fare le esercitazioni, le bestie hanno ricominciato ad ammalarsi. E lo sai. Non parlo solo del latte che due volte su tre è amaro e si deve buttare, ma della pioggia gialla e degli agnelli deformi. Babbo ha mandato le foto in Regione e sai che cosa gli hanno detto? Che non ci possono fare niente… E tu ancora parli… quindi ora fammi il piacere di chiudere quella bocca...”

“Facciamo le esercitazioni per poter essere operativi in caso di aggressione… per difendere l’Italia. Per difendere anche le persone ignoranti come te che non capiscono quali sono le vere minacce nel mondo.”
“Qui l’unica aggressione che posso immaginare sarà il giorno che saremo soli, quando riuscirò a metterti le mani addosso...”
“Efisio, calmati dai, abbiamo un ospite. Non vorrei che il 'Principino' si impressionasse troppo… continua con le presentazioni… dai.”
“E Italo non c’è?”
“Ha telefonato, ha detto che sta arrivando...”

“Bene, allora ti presento Franco...” “Ciao Franco, piacere, sono Alessandro.”
“Ciao Alessandro!”
“Franco fa il muratore. Non chiamarlo per dargli da lavorare perché ti dirà che è troppo preso. Se hai urgenza di fare lavori lui viene dopo sei mesi... ha ha ha… ma poi vai al bar a prendere il caffè e lo trovi lì seduto con i suoi colleghi...”

“Ma tu, Efisio, sei l’unico che lavora qua? Passi il giorno a lamentarti. Noi ce ne siamo andati da casa e tu hai deciso di rimanere. Se non ricordo male c’è stato un periodo in cui volevi scappare pure tu, si ricordo che volevi andare a Cagliari…volevi fare il barista. E perché non sei andato a Cagliari eh? Te lo dico io perché non sei andato...perché sei un coniglio, ecco perché...Scusa, Alessandro, qua siamo tutti fratelli, ma come vedi non ci capiamo granché, ma è solo perché non ci vediamo spesso, è vero anche che siamo molto diversi. Dimmi, Alessandro, tu cosa fai nella vita?”
“Studio da ingegnere…”

“Oh bene! Allora quando sarai diplomato verrai ad aggiustare il ponte qui sotto che sono anni che è pericolante. Tutte le volte che nostro padre ci passa sopra con il trattore mi viene male... Purtroppo io da solo non posso fare niente, ci vorrebbe un’impresa con i soldi... Ora continuo io con le presentazioni. Quello laggiù che ruba il maialetto arrosto credendo di non essere visto è Gavino...”
“Ciao Gavino!”
“…ciao...” (con la bocca piena)
“Gavino è sempre stato di famiglia anche se non è un parente veramente o meglio vorrebbe diventare parente…”
“E smettila zio Franco, altrimenti me ne vado...”

“Se devi rimanere rimani ma non toccare il maialetto… altrimenti gli altri dopo cosa mangiano? In realtà vogliamo tutti molto bene a Gavino. Ma lo conoscerai meglio perché domani è in squadra anche lui... anzi mi sembra che l’hanno messo in coppia con te. Questo ragazzone qui invece è Dore, che poi sarebbe figlio di mio fratello Nello. Ehi ma quanto ti sei fatto grande, l’anno scorso ti pisciavi a letto e ora sei già pronto per sposarti…ma ce l’hai la fidanzata eh?”
“Non ancora...”

“Ciao Dore, io mi chiamo Alessandro. Quanti anni hai, Dore?”
“Cinque.”
“E a che squadra tieni?”
“Al Cagliari!”
“Ah bravo! Ti piacerebbe venire a vedere una partita allo stadio...intendo dire lo stadio quello vero?” “Si!”
“Allora dai, ci organizziamo, lo dici a zia Eli e poi ci andiamo insieme, promesso! Io ho l’a,bbonamento tutte le volte che gioca il Cagliari posso avere sempre dei biglietti in più.”
“Ma tu sei il ‘Principino’ vero?”
“Pare di sì... ma per favore almeno tu chiamami Alessandro!”
“Papà dice che sei ricco e che quando sposi zia Eli risolviamo tutti i problemi di famiglia”

“Antonio! Ecco l’ultimo dei fratelli…”
“Ehi! Ma non ero il primo? Qui vai via un attimo e ti prendono la carne dalle ossa...piacere sono Antonio.”
“Piacere mio signor Antonio...”
“Le hanno dato da bere questi banditi? Come mai il bicchiere è vuoto?”
“Ho già bevuto, grazie...”
“Franco passa il boccione. Questo è il vino nostro. È Cannonau in purezza. Qui dentro c’è solo uva.”
“Dai, che ne assaggio un goccino...”
“Ecco il goccino” (mi riempie il bicchiere bello pieno e ride guardando gli altri...)

“Questo è un vino che abbiamo solo noi. C’è un signore di Cagliari che ha la villa qui sotto che ogni anno viene a chiedermelo. Vuole solo questo. È un medico, non uno qualunque, lui non beve altro. Assaggia, assaggia...”
“E la mia bambina? Dove è finita l’Elinedda mia?”
“È dentro, con le altre donne!” (voce fuori campo)
“Cosa dici, ci arrischiamo a entrare in casa pure noi?” - babbo Antonio mi lancia un'occhiata sorniona alla ricerca di complicità.
“Aspetta che prima prendo il fucile... Ha ha ha...”