Ricky Gianco, per intervistare te bisogna dimenticare: sono talmente tante le cose che hai fatto che la mente si inceppa. Compositore, cantante, chitarrista, produttore discografico, capofila italiano del rock and roll. Debutto da ragazzino nel 1954, a Varazze. Assale un’ansia pazzesca: gli devo domandare questo, e anche questo. Oddio, e quest’altro.

Non me lo dire perché io non capisco come ho fatto. Viene un’intervista allucinante se mi chiedi tutto. Siccome sto scrivendo un libro insieme a Paolo Crespi mi rendo conto che ho fatto veramente un sacco di cose.

Quali sono più vivide nella memoria?

Mah, alcune cazzate. Come quella di non avere suonato nel primo tempo dei concerti dei Beatles in Italia. Il loro unico tour italiano: Milano, Roma e Genova, 1965, mi pare. Io andai apposta per conoscerli a Londra, siamo stati insieme, abbiamo chiacchierato: poi li ho visti in scena e lo spettacolo è stato talmente incredibile dalla bellezza. Il teatro pieno di ragazze più che altro, ma anche ragazzi. Impazziti.

Tanti grandi cantanti inglesi e loro non escono, un’attenzione che cresce. Finisce il primo tempo e arrivano quattro vestiti in modo medievale, uno fa la vecchietta, uno saltella e butta delle cose luminose, un altro subentra e va contro la vecchietta e un altro ancora da dietro cerca di difenderla. Un casino, qualcuno urla “The Beatles”. Boh, e i quattro in costume spariscono. Erano i Fab Four: gli piaceva fare questi giochetti, ma tu pensa. Non ho avuto modo di chiedergli come mai perché, dopo lo spettacolo, sono andato via. Eh, sì, in quel momento, io ero molto più conosciuto di loro in Italia. Avevo avuto sicuramente più successo. Mentre a Londra erano già dei padreterni. Per cui sono stato molto stupido e ho detto no all’apertura dei concerti italiani.

Ah, ora che mi ricordo, dopo la scenetta dei quattro medievali scende in palcoscenico un grosso elicottero di legno, buttano giù la scaletta e cominciano a uscire il pilota, il copilota, lo steward, le hostess, tutti quelli che avevano già cantato. Non se ne poteva più. Finalmente escono loro. Prima Harrison, poi gli altri. E attaccano. Che bello! Io ho pianto durante l’esibizione. Sono molto emotivo, forse mi sfogavo della situazione, dell’attesa, di certo piangevo felice.

Di che avete parlato?

Anche di mangiare. Ho parlato solo con Paul e John - Ringo era seduto con i piedi in alto, non ha detto molto, e George era un po' più in là che maneggiava qualcosa per la chitarra. Ho chiesto a John: “ma voi scrivete sempre le canzoni insieme o anche separatamente?”. Non esisteva nessuno che potesse smuovere Lennon su questo. I brani erano sempre firmati Lennon-McCartney, noi non capivamo… Rispose: "No, no, sempre insieme". Poi: “può succedere, maybe sometimes, che io sia a Abbey Road e Paul in bagno”. E io: “ah, toilette, ho capito”. Prese un'altra pausa e aggiunse: "In Liverpool". Invece di rispondermi che, di tanto in tanto, componevano separati, si doveva inventare che Paul fosse alla toilette a Liverpool. Tutta una contorsione. Fantastico.

Quando stavo andando via ha notato che guardavo i cappellini appesi e mi ha consigliato di prenderne uno perché: “We are in London”. Come se in Italia ci fosse sempre il sole. Vabbè. E in quel momento, Harrison mi ha detto: “Ciao, pizza spaghetti mozzarella" e mi è uscito spontaneo un vaffa. Lui ha sentito e capito.
Ricordi straordinari, comunque.

Una cosa che, invece, hai indovinato?

Tutte le altre (ride n.d.r.). In realtà, no: ce ne sono tante mediocri. Quelle che uno dice favolosa, sono poche. Una roba buona è il disco inciso a Los Angeles con Toto, i Tower of Power e James Burton, nel brano È Rock ‘n Roll cantano anche Gaber, Gino Paoli e Pino Donaggio che non voleva più cantare, ma gli ho talmente rotto…

Poi, nel disco, del ’92 mi sembra, Piccolo è bello, c’è Disneyland, una canzone ironica e politica, ma molto allegra. E li ho fatti cantare tutti: Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti, Lella Costa, la Gialappa’s Band, Teo Teocoli, Gene Gnocchi, Maurizio Ferrini, Paolo Rossi. Come li ho uniti? Forse perché io sono sempre stato quello che sono. Sempre e con chiunque. Tanto è vero che adesso, specialmente quelli di una certa età che incontro per strada, mi fanno i complimenti: “non solo per le canzoni, ma per la persona che è lei”.

Il successo nel successo.

Sì, magnifico. Mi fa molto piacere.

“Il dolore che mi dai, quando ti amo e non lo sai”. Un amore.

L’ho scritta praticamente in una notte, cioè in un giorno e una notte. Mi sono bevuto quasi una bottiglia, io allora bevevo whisky, solo quello torbato. Infatti quando mi vedevo con De André che, notoriamente, beveva bene anche lui, ci facevamo certi trip… Ho avuto la fortuna di non essere ubriaco mai, né di avere mal di testa o la bocca cattiva al mattino. Bevevo senza troppe conseguenze. Però, nell’85, chiacchierando con un amico ho capito che se aspettavo fosse il fegato a dirmi basta, sicuramente sarebbe stato troppo tardi. E ho smesso. Bevo giusto un po’ di vino.

(“Non ero io, quella di un amore”, precisa la moglie di Ricky, Gabriella, che passa n.d.r.).

Non eri tu, però era una che mi ha portato a te: tutto serve nella vita, non bisogna buttare via niente. Gabriella è cambiata un pochino. Per me è sempre bella, dopo quasi 50 anni di matrimonio. Ci siamo sposati due volte. La prima a Las Vegas perché non era ancora divorziata.

Quando esce il libro?

Verso ottobre, credo. Lo pubblica "La nave di Teseo". Da tanti anni, ma tanti, quando, andando in giro, racconto le storie, tutti si divertono e mi dicono che devo scrivere un libro. Pensavo di non scriverlo mai e invece appena finita questa piacevole conversazione con te torno a lavorarci.

In effetti, ascoltarti è divertentissimo.

Tu pensa che, una volta, a Firenze, andai a fare uno spettacolo dove c'era anche Sergio Staino, che era sempre un po' depresso. Dopo teatro siamo andati a mangiare insieme e lui con me si è divertito. Al momento di salutarci mi ha fatto un disegno, un bobo suo. Perché l’avevo sollevato. Carino, un uomo delizioso. Ne ho un ricordo bello, molto bello, mi spiace che se ne sia andato. Ha sofferto negli ultimi anni. La cecità. Un altro è il mio amico Luigi Manconi: non ci vede più, ma continua a essere impegnatissimo. Nel suo libro mi ringrazia per Pregherò.

Gianfranco Manfredi?

Sì, voglio parlare di Manfredi perché è troppo importante. Vorrei dire che la morte di Gianfranco è stata terribile, ma non perché facevamo insieme tanti pezzi. Tremendo è stato perdere l’amico. Perdere gli amici, anche quelli che sono più giovani di te, è insopportabile.

Qualcuno dice spontaneamente che se ne vanno sempre i migliori. Allora io chi sono il peggiore?

(Il 24 marzo è scomparso Gino Paoli; Ricky Gianco ha scritto sul suo sito: “Dopo Gianfranco Manfredi, ora un dolore altrettanto grande, se n’è andato il mio amico Gino. Ci ha unito una vita di canzoni. Per me era come un fratello maggiore. Ciao Gino. N.d.r.).

Gianfranco, l’ho incontrato nel ‘74 quando, insieme a Nanni Ricordi, che avevo conosciuto quando avevo 17 anni, cioè, nel ’60, volevamo fare una nuova etichetta discografica e pensammo di chiamarla "L’ultima spiaggia", nome significativo per Nanni che veniva via dalla RCA. E lì ho conosciuto Gianfranco, ma da subito era come se ci conoscessimo già. Di carattere diverso, fisicamente diversi, ma siamo sempre stati d'accordo su tutto.

Presente, astuto. Non era mai distratto, Gianfranco.

Abbiamo cominciato a scrivere qualche testo perché io allora non cantavo più. Cioè dopo il ’70 mi ero rotto di fare le canzoni che avevamo fatto con Gian Pieretti. E molte erano anche carine, non è che ci sputi sopra. Però, a quel punto, avevo in mente quello che era successo nel mondo. Molti non se n’erano accorti, Little Tony non se n’è accorto mai.

Un po' di coscienza politica, insomma. Gli hippies. L’ignoranza, specialmente la nostra, li chiamava i capelloni. Ma era un movimento contro l’America, no? Poi era “nato” Bob Dylan. Non avevo più voglia di cantare le canzoni di prima.

In quel periodo ho fatto l’"Intingo", una casa discografica con la quale ho prodotto vari gruppi: Alberomotore, Il Canzoniere del Lazio. È uscito Braccio di Ferro. Al tempo volevo scrivere qualcosa di grazioso e intelligente per i bambini condannati allo Zecchino d'oro.

A proposito di infanzia, nel 1987 hai interpretato l’orco in Pollicino, opera lirica contemporanea di Hans Werner Henz, libretto di Giuseppe Di Leva.

Con il costume di Lele Luzzati. L’orca era il famoso mezzosoprano Fedora Barbieri. L’opera è stata replicata dieci volte al Teatro Comunale di Firenze. Il bello è che io considero di non aver mai lavorato.

(“Non avresti resistito tre giorni tu, in ufficio. E non ti lamentare che non hai la pensione”, commenta la moglie Gabriella che ripassa n.d.r.).

Ma quando abbiamo fatto i dischi o la produzione c’era da lavorare anche tutto il giorno. È che io non avevo bisogno di andare a cercare il lavoro per il denaro. Avevo la passione di fare musica e mi stava fruttando anche. Ricordo mio padre dirmi che era arrivata la SIAE ogni sei mesi: 150mila lire, poi 350mila, quattro milioni! Un appartamento, capito?

Non ho la pensione, comunque.

Ti daranno quella sociale, scherza tua moglie.

Basta che si muovano perché tra un po' me ne vado. Ho 83 anni.

Prima, hai nominato De André.

Sì, abbiamo fatto insieme la canzone Navigare. L'avevo convinto. Volevo cantasse con me, ma era un po' orso e gli ho detto: “Magari fai solo il coro”. Andai a prenderlo, suonai al citofono e chiesi a Dori di dire a Fabrizio di scendere. Tergiversava, mi invitò a prendere un caffè, infine lo trascinai in studio. A quel punto fiorì.

Noi siamo andati in Sardegna alla sua famosa tenuta L’Agnata. Anzi, la prima volta stavano ancora in affitto.

E lì, racconta Gabriella, ti sei accorto di quanto Dori amasse Fabrizio?

Dori aveva fatto cuocere il maialetto. E ci fa: “Vado un attimo in paese perché Fabrizio non vuole il maialetto e gli compro un pesciolino”. Bisognava prendere una strada sterrata che non finisce mai, a un palo della luce dipinto di verde girare per Tempio Pausania, poi fare una strada piena di curve: quaranta minuti. Quindi aveva proprio una dedizione per lui. E non è che Fabrizio avesse un carattere semplice.

Però era una bellissima figura.

Bellissima. Non era solo un cantante, capisci? Era un poeta, un intellettuale, uno che aveva una visione, che anticipava. Giustamente anarchico. Una voce particolarissima, infatti si sente anche nel coro di Navigare… L’album era Tandem, con la copertina fatta apposta da Emilio Tadini che, poverino, è morto. Carino che era.

Ma io volevo dire un'altra cosa… Mi è sfuggita. Ho la sensazione di essere diventato come Dario Fo, ma Dario aveva sempre la moglie, la Franca, che gli ricordava che cosa stava dicendo e lui riprendeva. Tu non vuoi fare Franca, eh?

(“No, tesoro”, ridacchia Gabriella n.d.r.).

Non mi ricordo più i numeri da quando c’è il telefonino. Il telefonino è utile, ma nello stesso tempo è un incubo. L'unica cosa giusta è come l’hanno chiamato quando è nato: cellulare. Noi siamo quelli trascinati nel cellulare della polizia penitenziaria, i prigionieri. È la distruzione, l’annientamento dell'essere umano. I giovani non sono più neanche capaci di scrivere.

Una parola sul Clan o sorvoliamo?

Eravamo il primo gruppo di autonomo di lavoro, tutti insieme a casa di Celentano a lavorare, a pensare ai dischi, alle canzoni, alle copertine, agli arrangiamenti, e siamo andati avanti mesi così. Il problema è che, secondo me, c'erano delle cose profondamente sbagliate.

Gabriella, che sta ripassando, dice che hai lasciato il Clan perché non sai sopportare la disciplina.

Ma non è assolutamente vero. Intanto, non sono stato giù ad Amalfi per il film Uno strano tipo. Adriano aveva l'idea che dove andava lui dovevamo andare tutti. Io stavo bene qui, mi ero comprato una fantastica Triumph TR4, avevo una ragazza. Perché andare ad Amalfi? Per vedere lui che girava?

E hai lasciato il Clan dopo questo episodio?

No, ma è successo qualcosa per cui, senza parlarci, ho capito che non facevo più parte del gruppo. Poi, con Adriano, ci siamo incontrati un po' di volte, e qualche anno fa sono riuscito a telefonargli. Siccome c'è Claudia Mori che controlla perché, per carità di Dio, chissà quante persone romperanno, allora ho chiesto aiuto a un’amica che ogni tanto lo sente: Milli, la moglie di Moratti dell’Inter. Adriano è interista. Anche io sono interista, senza essere un fanatico.

E Milli mi ha fatto questo regalo: “Guarda, ho parlato con Adriano, mi ha detto che puoi chiamarlo domani alle 3”. E io il giorno dopo alle 3 l'ho chiamato e lui mi ha risposto.