Le donne sostengono la metà del cielo.

(Mao Zedong)

Sono conosciuta con il nome di Sayyida al Hurra e sono nata tra il 1485 a Grenada e il 1493 a Chefchaouen, lasciamo che il mistero continui. Il mio nome di battesimo, altro mistero, è Lalla Aicha bint Ali ibn Rashid al-Alami, Aisha o forse Fatima. La mia è una nobile famiglia andalusa legata al sufismo. Ho ricevuto un'istruzione brillante. Eccellevo nelle lingue, parlavo fluentemente l’arabo, lo spagnolo e il portoghese. Uno dei miei insegnanti di teologia, che in seguito divenne uno dei sette santi di Marrakech, mettendomi una mano sul capo, disse che avrei raggiunto grandi traguardi.

Sposai giovanissima Abu Hassan al-Mandari, governatore di Tétouan, il porto principale del Marocco dove venivano smistate le merci provenienti dall’entroterra e anche base tattica per le incursioni marittime contro il porto settentrionale di Ceuta, controllato in diversi periodi da potenze rivali musulmane, Nasridi e dai portoghesi, rivali cristiani che nel 1400 hanno attaccato Tétouan riducendola in macerie.

La città rimase abbandonata per quattro decenni finché non fu ricostruita da un capitano di Granada, al-Mandari. Altro mistero riguarda proprio il mio sposo al-Mandari. Era lui il mio sposo? Il fondatore di Tétouan o suo figlio, o suo nipote? Ero comunque indipendente dalla supervisione e dall’approvazione maschile. Avevo carattere e presenza di spirito che mi hanno resa una leader politica, sapevo cosa fare in diverse circostanze e gli uomini avevano fiducia in me.

Per questo motivo, quando morì, nel 1515 venni nominata governatrice della città, con il soprannome di Sayyida al Hurra “La Signora libera”. Un soprannome famoso nella mia attività di corsara. Mi chiamarono anche l’indomabile Regina dei Mari. Non ho mai dimenticato il senso di perdita e sradicamento e la crudeltà degli spagnoli durante la Reconquista nel 1492, e, approfittando dei continui attacchi iberici, misi in piedi una temibile flotta che seminò caos e distruzione negli eserciti nemici. Ero in prima linea insieme ai miei uomini ad assaltare le navi avversarie, con successo, e la mia fama si diffuse in tutto il Mediterraneo, con pretendenti sempre più ambiziosi a chiedere la mia mano.

Il più importante fu Ahmed al Wattasi, l’allora sultano del Marocco, di cui accettai la proposta ma gli chiesi di lasciare Fès, allora capitale, e trasferirsi a Tétouan.

Mai successo in tutta la storia marocchina; lo feci per mostrare la mia indomabile natura e per far comprendere ai miei sudditi che non avrei rinunciato a loro e al mio potere, anche a costo di far scomodare il sultano in persona. Il matrimonio fu prevalentemente di natura politica e ciò mi permise di stringere alleanze sempre più strette con uno dei più celebri uomini di mare che la storia ricordi: Hayreddin Barbarossa, il più grande corsaro della storia ottomana.

Aveva conquistato l’Algeria ed era particolarmente attivo nella guerra agli spagnoli, cosa che ci permise di incontrarci. Fra noi nacque da subito una fortissima alleanza dovuta sia alla lotta comune contro Spagna e Portogallo sia alla particolare situazione politica interna al Marocco. Controllavamo il Mediterraneo, lui la parte orientale e io quella occidentale.

Pur essendo la dinastia regnante, i Wattasidi contavano sempre meno all’interno del paese e sarebbero presto stati schiacciati da una nuova famiglia: i Saadiani, che nel 1549 conquisteranno Fès, dimostrandosi fin da subito più tolleranti con gli iberici che con gli ottomani, spingendoci a una collaborazione sempre più intensa. Altro mistero riguarda la fantasticheria su una possibile relazione fra me e Barbarossa, non ci sono prove concrete, anche se è certo che la nostra conoscenza era profonda e che entrambi avessimo una grande stima l’uno dell’altra.

Ultimo mistero della mia vita riguarda la mia detronizzazione. Si narra che a causa dei disordini politici dell’epoca, nel 1542, qualcuno della mia famiglia cospirò contro di me, il mio figliastro o forse mio genero. In un colpo di stato a Tetouan, mi costrinsero a deporre la corona e a ritirarmi a vita privata nella città di Chefchaouen dove passai quasi altri venti anni della mia vita in pace e in tranquillità con mio figlio. Fui sepolta vicino a Bab Sebta, una delle porte della città, ma la mia tomba col tempo scomparve. Assomigliava al santuario di Lalla Fatima, una santa locale. Ho anche un mausoleo a Chefchaouen, nella mia vecchia casa che oggi è meta di pellegrinaggio.

Gli storici affermano che sono stata l’ultima donna sovrana islamica a detenere il titolo di al-Hurra. Non ho lasciato scritti ma la poetessa Wallada, mia conterranea andalusa, ha riassunto, con molta eleganza, nei suoi versi, il mio potere e parte della mia vita. Fu anche lei una ribelle, rinunciò alle sue ricchezze e smise di portare il velo prediligendo abiti su cui venivano ricamate le sue poesie.

In un presente molto lontano dal mio vissuto passato, mai avrei immaginato di vedere oggi il mio nome legato a delle battaglie finte. Sì, quelle che io ho combattuto per i mari nel XVI secolo, nel Mediterraneo, sono oggi inscatolate in un oggetto che simula guerre, attacchi, navi corsare nelle maree del potere. Li chiamate videogiochi.

Sono una donna di ieri ma mi piacciono le donne di oggi, corsare della società che si stanno appropriando delle loro vite, non più naufraghe in balia degli eventi gestiti dal mondo maschile. Aventi tutta, corsare.

So quello che voglio,
ho uno scopo,
un’opinione,
una fede e un amore. Lasciatemi essere me stessa, e sarò contenta. So di essere donna, una donna con una forza interiore
e tanto coraggio.

(Anna Frank)