Il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse rapivano l’on. Aldo Moro e trucidavano i cinque uomini della sua scorta: Iozzino, Leonardi, Ricci, Rivera e Zizzi.

In quel preciso momento io mi trovavo a Londra, in cerca di me stesso, dimenticando l’Italia e l’ipocrisia dei suoi politici di allora; deluso dal movimento del ’68 (al quale avevo preso parte attiva solo negli anni immediatamente seguenti il 1968); sconcertato e scontento delle involuzioni violente di alcuni gruppuscoli impazziti, capeggiati da sanguinari terroristi, intrisi di idee rivoluzionarie confuse e di teorie già superate dalla storia.

Io rifuggivo la violenza per carattere, per indole e per convinzione e ancora meno e giammai avrei preso le armi per sparare contro il fratello.

Avevo fatto il militare per pagare il mio debito di solidarietà allo Stato e per accontentare mio padre, che mi avrebbe voluto avviare alla carriera militare (un regalo che non mi pento di avergli fatto; lui ne avrebbe meritato di più e di maggiori). Lì mi avevano insegnato a sparare, ma in cuor mio speravo che mai nessuno, un giorno, mi chiedesse di sparare anche contro degli altri esseri umani.

La vita dell’uomo è sacra: Dio la dà e solo Dio la può togliere! Guai all’uomo che osa togliere la vita a un altro uomo. E guai a quei politici che allora non fecero il possibile per salvare la vita al povero Aldo Moro! A tal proposito, forse ci avrebbe potuto dire molto più di qualcosa, Giulio Andreotti, l’ultimo dei cavalli di razza della vecchia Democrazia Cristiana. Lo affido nei miei pensieri alla misericordia divina, come si conviene per chiunque abbia lasciato questa valle di lacrime e non sia più in grado di difendersi.

Non ho amato, soprattutto da giovane, né lui, né la democrazia cristiana e né la classe politica di quegli anni. Sino al 1978 il potere era stato gestito dai democristiani che, intelligentemente, avevano aperto sin dai primi anni sessanta ai socialisti di Nenni (Craxi sarebbe arrivato al potere dopo quasi un ventennio da quella prima apertura a sinistra).

Di fatto il potere appariva come fossilizzato nelle mani dei potenti democristiani e ciò creava nell’opinione pubblica e in particolare nell’animo di noi giovani di allora, l’impressione che questi cavalli di razza fossero attaccati al potere in maniera morbosa e che il cambiamento non fosse possibile; non appariva infatti percorribile alcuna alternativa agli stantii governi monocolori, quadripartiti o pentapartiti, di ispirazione atlantica in politica estera e fautori del più becero assistenzialismo, dell’affarismo e del clientelismo in politica interna.

Non c’era alternativa allo strapotere democristiano, più o meno diluito in salsa socialista, repubblicana, liberale o socialdemocratica.

Poi venne il tentativo di Aldo Moro di sbloccare a sinistra, questa volta in direzione dei comunisti. Il secondo tentativo di grande coalizione o compromesso storico dopo quello del secondo dopoguerra (adesso questi accordi si chiamano molto meno elegantemente “inciucio”, forse in sintonia con il miserevole livello dell’attuale classe politica, in rapporto a quelle dei tempi andati).

Ma a qualcuno, evidentemente, quel tentativo di portare i comunisti nella stanza dei bottoni non piacque (si ricordi che nel 1978 la cortina di ferro era ancora in auge, e i due blocchi, quello occidentale e capitalista e quello statalista di stampo sovietico si fronteggiavano fieramente per la supremazia). Sappiamo tutti come finì quel tentativo. E la fine che fece il povero Aldo Moro. Non do giudizi, mi ripeto, sui defunti.

Ma la storia ci mostra che Aldo Moro poteva essere salvato e che egli fu lasciato a morire. Forse Giulio Andreotti avrebbe potuto spiegare perché fu lasciato morire.

O forse la verità sta scritta in uno di quei 3.500 faldoni che costituiscono l’immenso archivio che il divo Giulio ha lasciato ai posteri.

Io so solo che il sangue innocente di Aldo Moro, come lo statista pugliese aveva profetizzato nelle sue lettere dal carcere delle brigate rosse, è ricaduto su tutti quelli che pur potendolo, non mossero un dito per salvarlo da quella orribile prigione.

Basta scorrere le cronache politiche e giudiziarie dei primi anni novanta, a partire da quel fatidico 17 febbraio 1992, quando esplose la stagione di Tangentopoli, con l’arresto di Mario Chiesa. Tutta la classe politica della Prima Repubblica fu spazzata via dal ciclone di Mani Pulite, il pool di magistrati che si costituì nella procura di Milano attorno alla figura di Antonio Di Pietro. Altri pool si costituirono in altre procure in tutta Italia, ma l’epicentro del terremoto restò Milano.

Quella incredibile e irripetibile stagione ha il sapore di una Nemesi, come se la maledizione di Aldo Moro fosse ricaduta veramente su quei politici ignavi, che scelsero la bieca ragion di stato e il proprio tornaconto personale, invece di scegliere di salvare la vita del loro collega, prigioniero di un sogno barbaro e folle. Scrivo queste cose perché a distanza di molti anni dal crollo miserando di quella prima repubblica ad opera di Mani Pulite, il giudizio su quella vicenda giudiziaria, a mio parere, va sottoposto a un’attenta revisione. Lascio agli storici di professione l’analisi di quella dolorosa vicenda.

Io manifesto la sensazione che la furia di quei magistrati, al di là dell’anatema lanciato su quella classe politica dal povero Aldo Moro, fu sostenuta e giustificata dal giustizialismo popolare. L’opinione pubblica era avvelenata contro quei politici così criptici, misteriosi e silenziosi, che davano l’impressione di volere nascondere troppe cose, di cui Giulio Andreotti fu il rappresentante più emblematico.

Preghiamo per i morti ma manteniamo viva la nostra memoria e sforziamoci di formulare un ponderato giudizio storico, come compete ai vivi.