Cosa ci può essere di apparentemente più diverso - ma in realtà tangente - di un libro (1975) di una giornalista e scrittrice femminista dedicato a tutte le donne e uno dei più antichi testi in volgare (1224) che celebrano le creature (in particolare, il sole, la luna, le stelle, il vento, l’aria, l’acqua, il fuoco, la madre terra…) e Dio per averle create?
Lei è Oriana Fallaci, scrittrice e giornalista che ha fatto epoca e che con questo breve romanzo in forma di lettera ha messo come epicentro la donna. La donna con le sue dichiarate convinzioni femministe, sì, ma una donna che è, al di là di tutto e prima di tutto, madre. O, potenzialmente tale.
Lui è San Francesco, patrono d’Italia - nel cui Cantico ha messo al centro l’uomo, non solo Dio - e le cui storie sono state affidate agli affreschi di Giotto nella Basilica di San Francesco ad Assisi, costruita tra il 1228 (due anni dopo la morte del Santo) e il 1253, con la consacrazione di Papa Innocenzo IV. Giotto ha compiuto visivamente ciò che Tommaso da Celano (suo maggior biografo), Bonaventura da Bagnoregio, altri biografi e Dante hanno fatto verbalmente; restituendo, tutti, un santo che è anche un ribelle, un guerriero. Soprattutto nell’Alighieri è descritto più vicino agli eroi cavallereschi della Tavola Rotonda che ad un santo vero e proprio.
Dopo una gioventù dedita alle distrazioni dei beni materiali, Francesco ha una profonda conversione e rinuncerà ad essi, sposandosi con la Povertà e ubbidendo ad unico ideale di umiltà e amore: la parola di Cristo.
Avvicinandosi alla figura del Santo d’Assisi, si ha l’impressione di abbandonare quel misticismo e quell’estasi estrema che caratterizzano, invece, tutti i santi. È un santo più “terreno” forse perché ben ha conosciuto i piaceri della giovinezza e se ne è voluto allontanare, allontanandosi così da un’intera borghesia mercantile a cui apparteneva per lignaggio, essendo il figlio di Pietro di Bernandone, ricco mercante.
Due sono gli episodi centrali della sua vita: la spoliazione del proprio mantello per donarlo ad un cavaliere povero e la spoliazione dei beni paterni. Quest’ultimo in particolare, è significativo per come è stato “cantato” da Giotto (1295-1297/1299): Francesco è raffigurato nel momento in cui si toglie le vesti e, maldestramente ricoperto dal vescovo, in contrapposizione all’irato padre.
Alla cura per i dettagli di Giotto non poteva che “dar colore” una piccola scena dentro la scena: due bambini, con le vesti rialzate, nascondono probabilmente dei sassi per lanciarli contro Francesco, ritenuto un pazzo (anche dai suoi concittadini).
Ma nulla scalfigge il suo coraggio, la sua caparbietà fermamente sostenuti dall’amore cristiano (l’agape) e così forte da riuscire a creare una comunità religiosa priva di classi e gerarchie: l’eterogeneità degli appartenenti, dei loro caratteri, delle loro inclinazioni era il collante dei Frati minori, così denominati in rapporto a due fattori:
Fratellanza intesa come liberazione dai legami di una società medioevale aristocratica e classista;
Minorità come liberazione dai legami del potere e del prestigio del potere.
In nome della fratellanza e della minorità, disse al Cardinale Ugolino, futuro Papa Gregorio IX, di fare in modo che i suoi frati non avessero cariche. Servi e padroni, superiori e semplici frati erano e sempre dovevano essere un tutt’uno.
Alla luce di quest’unione e coesione tra fratellanza e minorità bisogna leggere la sua opera più famosa, il Cantico delle creature (o Cantico di Frate sole)1 : un inno a tutte le meraviglie del creato, al Creatore e, di riflesso, anche all’uomo perché figlio di un unico padre, di un unico Dio e quindi partecipe di quell’ elogio.
Le lodi rivolte al Creatore da parte delle creature sono fatte attraverso l’accumulazione degli aggettivi in disposizione paratattica.
Questa tecnica, anche se di estrema semplicità (e da collegare certamente al sermo humilis), produce effetti di alta suggestione, coglie le caratteristiche essenziali delle cose descritte, le isola (e quindi le sottolinea, le mette in particolare evidenza) e le passa in rassegna”2.
Un altro degli eventi più significativi prima della morte - voluta sul nudo suolo - furono le stigmate, “l’ultimo sigillo” (Dante, Paradiso XI, v. 107), ricevute da un Cristo-uccello secondo la visione giottesca.
Scrivo all’indomani delle esequie di Papa Francesco, che ha chiesto di essere seppellito con le sue logore scarpe e nella nuda terra e il paragone, per me come penso per chiunque, è volato a San Francesco ed al suo esempio.
D’improvviso, per un singolare sillogismo, mi è venuto anche in mente uno dei più famosi libri di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, che in tutto il suo gridato femminismo e in tutto il suo urlato laicismo vedo quanto di più vicino al Cantico delle creature e ad un malcelato cristianesimo, o un approssimarsi a tale.
Per i pochi che non lo avessero ancora letto è una straziante “lettera”, un monologo (perché quel bimbo non avrà neanche l’eredità di una lettera), di una donna che, inizialmente, quel figlio nato per una distrazione altrui, non lo vuole e non riesce a convincersene neanche con l’idea, pur mai contemplando il pensiero dell’aborto; anzi, rigettandolo con disperato orrore. Ma, allo stesso tempo, riconoscendolo come unica ed esclusiva possibilità, scelta, prerogativa e diritto femminili.
Col trascorrere del tempo, quel bimbo non voluto, o meglio, inaspettato, diventa suo figlio: un’immagine e un volto che costruisce giornalmente, a cui si affeziona e a cui parla incessantemente. Gli parla con le parole della Scienza, con le parole del cuore e con quelle di una fantascienza (il libro è del 1975) che è oggi realtà: la maternità surrogata.
È già dall’incipit di questa donna (di cui non abbiamo descrizione alcuna, come al pari di tutto il resto. Le descrizioni riguardano solo l’evolversi delle ecografie) che apprendiamo che l’“interlocutore” è suo figlio. Si mostra coraggiosa, forte, potente e incurante di tutto; ma in realtà è la persona più fragile del mondo, piena di un inconsapevole amore. È così fragile perché è stata la gravidanza improvvisa a renderla tale. È così fragile perché è sola.
La donna si interroga continuamente, sempre parlando al figlio, sul senso della vita, della sofferenza, della morte. Della fede come speranza, e della speranza come fede. Tra le righe, a mio avviso, non vi è affatto la negazione di Dio (benché sia una sua aperta e convinta asserzione) e moltissimi sono i richiami ad esso e alla Chiesa, anche nei suoi riti e che le appaiono persino negli incubi.
C’è un legame atavico e intimo con la Religione, il Creatore e il creato perché, forse, che ci si creda, che lo si si ignori, che lo si metta in discussione o lo si rifiuti è proprio quello il primo cordone ombelicale col mondo.
Molti filosofi, scienziati, letterati, intellettuali di ogni tipo e di ogni spazio/tempo, anche atei, hanno analizzato, studiato, indagato questo tema, imperscrutabile parimenti a ciascun uomo, e a ciascuna donna. Come la Fallaci che qui si dibatte, col suo piccolo interlocutore, in ragionamenti che, andando di persona in persona, di nascita in nascita, arrivano all’origine e alla fine del mondo: a un Big Bang creatore e distruttore insieme. Come ogni rapporto umano. Come quello tra lei e suo figlio: “persecutore” ella lo definisce, e “perseguitata” è lei.
Più volte sostiene che è meglio soffrire, meglio morire piuttosto che non essere nulla.
Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l’altrui distrazione.3
E ancora:
Se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente, e niente è peggio del niente: il brutto è dover dire di non esserci stato.4
Non c’è niente di più cristiano in questo e niente di quanto più vicino sostenga Francesco nel suo Cantico: nonostante la bellezza del Creato, siamo oggetto di sofferenza e morte, ma è meglio soffrire e morire piuttosto che non essere nulla. Un niente di chissà quale niente di Universo.
Perché se la Fallaci dice “non cristianamente” che è meglio anche la sofferenza più assoluta al niente, traduce i versi di Francesco quando afferma che in Terra si patiscono dolori e malattie, ma si ricevono anche le forze per affrontali (anche se per il Santo, ovvio, sono quelle donate dal Signore).
E trovo molto spirituale il soliloquio-confessione che la donna intraprende con la sua creatura (“Oggi hai compiuto sei settimane […] sembri già una creatura”5), ponendola già difronte all’enigma della vita, della casualità e della morte.
Certo, in Francesco tutto è animato da una Religione quieta e serena che è “un continuo passaggio dal cielo alla terra e dall’infinità degli esseri creati alla vita spirituale del singolo uomo” 6 e dove non vi è prostrazione alcuna, ma la Fallaci non si discosta da questo concetto, anche quando la sua donna perde il figlio. Quando quell’io narrante diventa un io urlante.
Ne è affranta, devastata -processata difronte ad un immaginario e delirante tribunale- per aver perso quel bimbo (a causa di stress fisici e psicologici) nato per “l’altrui distrazione”, quel bambino invece infinitamente voluto e amato.
In questo processo delirante anche il suo bambino-uomo la condanna con voce virile:
Soltanto io, mamma, posso affermare che mi hai ucciso senza uccidermi […] Laggiù nel nulla non v’è volontà. Non v’è scelta. Non v’è nulla.
Lettera a un bambino mai nato non è solo il resoconto di un dilemma e della difficoltà nel divenire madre, che non s’apprende come un mestiere, che non si veste come un ruolo. È un inno alla maternità, a quel creato che può esistere “per caso, come il Cosmo”, un inno a sopportare affanni e dolori. A superare le fatiche e i lutti. E persino le guerre. In un divenire e in un nascere ciclico dove madre è solo la speranza. Lettera a un bambino mai nato è, per me - con le debite differenze -, il Nuovo Cantico delle creature perché affrontando il niente guarda negli occhi il tutto e seppellendo la morte tende la mano alla vita. Queste sono le ultime parole al suo bambino mai nato, le tante dedicate al perpetuarsi del nascere:
Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Forse muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore.8
Note
1 La figura di Francesco, oltre che essere stata ripresa letterariamente nell’Ottocento, ha avuto un forte impatto nella cinematografia, a livello mondiale. È bene ricordare: Francesco, giullare di Dio di Roberto Rossellini 1950, Francesco d’Assisi di Michael Curtiz 1961, Fratello sole, sorella luna (Francesco) di Franco Zeffirelli 1972, Francesco d’Assisi di Liliana Cavani 1966, Francesco di Liliana Cavani 1972, Francesco di Liliana Cavani (remake del precedente) 1989, Francesco, miniserie di Liliana Cavani2014, Francesco di Michele Soavi 2002, Il sogno di Francesco di Renaud Fely e Arnaud Louvet 2016.
2 Guglielmino/Grosser, Il sistema letterario. Guida alla storia letteraria e all’analisi testuale, Duecento e Trecento, Casa Editrice G. Principato SPA, Milano 1992, p. 411.
3 Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, versione da Voli nell'Universo, p. 2.
4 Oriana Fallaci, Op. cit., 60.
5 Oriana Fallaci, Op. cit., p. 9.
6 Guglielmino/Grosser, Op. cit., p. 414.
7 Oriana Fallaci, Op. cit., p. 3.
8 Oriana Fallaci, Op. cit., p. 69.















