Nel suo ultimo libro (The New World Order), poco tempo prima di lasciarci, Henry Kissinger confessò gran parte dei suoi crimini e, soprattutto, riconobbe l’inutilità di essi e il fallimento del mondo a guida unipolare USA; vale a dire la necessità di passare a equilibri regionali.

Dunque, il Nuovo Ordine – tra pochissimo vedremo anche le posizioni di quattro protagonisti del momento – dovrebbe prevedere diverse aree di influenza o, più esattamente, di regolazione: la tesi di questo articolo è che, fermo restando quando aveva previsto lo stesso Kissinger – con la sua proverbiale lungimiranza – cioè la prospettiva di multipolarità, tuttavia nessun equilibrio (per come lo possiamo comunemente intendere) è possibile.

Cominciamo col caso, o area, apparentemente meno complessa: le Americhe.

Dottrina Monroe – riveduta e corretta, ma non troppo, da Donald Trump – premettendo: Canada, Groenlandia, Venezuela e Brasile corrispondono a soluzioni non completamente definite e che, quindi, se ne trascineranno altre, evidentemente.

Ma il quadro si complica parecchio se si passa nell’area del Pacifico: Giappone e Corea del Sud si sottometteranno alla Cina (che sente sempre più avvicinarsi Taiwan, tra l’attesa di un bombardamento nucleare e l’altro) e alla Corea del Nord?

E quali novità attendono l’Oceania, o Nuovissimo Continente, e tutta l’area circostante che teme le stesse ingerenze cinesi, ma non ha ancora completamente definito l’ambito delle possibili alleanze? Lasciamo stare l’Asia sud-occidentale definita, più comunemente, Medio Oriente; ma che dire dell’area europea o, meglio, euro asiatica, comprensiva dell’Africa, almeno quella che si affaccia sul Mediterraneo, senza dimenticare quella subsahariana dove i conflitti armati sono la regola e non l’eccezione?

Qui la confusione, o disordine, è massima, grazie ai comportamenti dell’Unione Europea.

Essa, quando era ancora Comunità Economica mancò di cogliere il momento cruciale della caduta del Muro di Berlino: allora, per soddisfare le esigenze di mantenimento conflittuale sempre volute dal Regno Unito, si perse l’occasione di tendere una mano alla Russia non più sovietica; anzi, si spinsero gli ex Paesi socialisti (che fungevano da oggettivo cuscinetto, rendendo meno cruciale l’espediente della guerra fredda) ad abbracciare la NATO, oltre alla cosiddetta Unione Europea; allora sembrava che si prendessero ordini dagli USA, oggi – in pieno scontro bellico con l’Ucraina, conseguente ai fatti successivi al 2014 (Maidan, attentati in Crimea, bombardamenti dei territori filorussi ai confini con la Federazione) – la stessa Unione Europea, sempre eterodiretta, in questo caso dall’onnipresente Gran Bretagna, intraprende azioni del tutto opposte ad una prospettiva di pacificazione accettabile da tutte le popolazioni interessate.

A tal proposito, proprio Friedrich Merz, Cancelliere in carica della Germania, riconosce che non potranno esserci equilibri nell’area europea – diremmo noi, nell’area euroafroasiatica – senza un dialogo, un accordo, una stretta collaborazione, un rapporto di cooperazione con la Russia; qualcuno potrebbe ben obiettare “E allora, non ci si poteva pensare prima di tutto questo macello?”.

Al recente vertice di Davos il CEO di Blackrock (Presidente, per ora provvisorio, del World Economic Forum), Larry Fink, parla di “Capitalismo al collasso”; lo segue a ruota il suo Vicepresidente Philipp Hildebrand che parla, appunto, del fine dell’old world order dopo 60 anni di “onorata gestione”; si aggiunge Christine Lagarde che, pur negando la “rottura dell’ordine mondiale” (tanto non decide lei) ammette che serva – e che manchi – “un piano B o diversi piani B”.

Lo stesso Fink, in qualità di massimo rappresentante del pesantissimo fondo finanziario globale e dell’organizzazione di indirizzo culturale che più ha mietuto consensi – negli ultimi tempi – tra i poteri forti del pianeta, afferma: “Ci stiamo arricchendo enormemente, ma questo capitalismo non fa che, contemporaneamente, allargare il novero dei poveri e peggiorarne la condizione; fino che punto si potrà andare avanti così?” (trad. nostra).

Altrimenti detto: attenzione che qui, se si continua così, salta tutto; si tratta di considerazioni importanti e degne di riflessione; ma quando si passa agli strumenti per risolvere la situazione stessa, Fink non sa andare oltre la diffusione dei benefici collettivi dell’espansione dell’intelligenza artificiale o l’introduzione di tecnologie sempre più efficienti ed alla portata di tutti; il “collasso del capitalismo” richiede il passaggio ad un modello economico diverso, cioè non capitalistico; ma chi ha portato il mondo in tale situazione non può indicare le soluzioni per uscire dal caos, avrebbe detto il buon Einstein…

Ai suoi tempi (di John Maynard Keynes), quello che sconcertò il mondo accademico degli anni ’30 del secolo scorso e lo fece passare per filomarxista, fu l’affermazione che il capitalismo fosse caratterizzato – di regola – da “equilibri di sottoccupazione”; unica eccezione, i periodi di guerra (con le donne in fabbrica e i maschi al fronte); invece, i precedenti difensori delle verità del sistema sostenevano il contrario, vale a dire che il capitalismo tendesse alla piena occupazione, purché non si falsasse la libera concorrenza con le lotte salariali, i sindacati e altre diavolerie contrarie alla libertà delle imprese; va da sé che gli “equilibri di sottoccupazione” possano tranquillamente essere definiti come squilibri che, “di regola”, caratterizzano l’economia di mercato.

Se, dunque, cercassimo di applicare la stessa logica ai tempi attuali, andando anche oltre la macroeconomia, ma invadendo la sfera della geopolitica, ecco cosa avremmo davanti: non il o un (nuovo) ordine mondiale, ma un “disordine” mondiale; e se, inoltre, volessimo intendere tale situazione non per farci belli di una battuta azzeccata, ma per elaborare (almeno i rudimenti di) una teoria, ecco, qui di seguito, cosa dovremmo considerare.

Un ordine mondiale oggi non c’è (e non c’è stato nemmeno nei decenni precedenti); altra questione è se ci potrà essere un ordine mondiale (e su tale aspetto cercheremo di aggiungere qualcosa alla fine di quest’articolo).

Infatti, quanto ci preme qui sottolineare è un parallelo con ciò che fu soluzione per gli equilibri di sottoccupazione che non fu la guerra continua, ma l’intervento (sistematico e non solo in occasione di crisi) dello Stato: non è un caso, ancor oggi, che i Paesi che hanno respinto il ritorno alle economie liberistiche, sono quelli più stabili e che traguardano prospettive non velleitarie di sviluppo.

Siccome non c’è un’autorità od un’entità sovranazionale che possa risolvere la questione (salvo appellarsi all’intervento di Dio o degli extraterrestri), permane che gli attuali equilibri internazionali siano caratterizzati da disordine; quindi possano ben meglio venire etichettati come “Nuovo Disordine Mondiale”. Tale situazione potrebbe venir risolta con un cambiamento di paradigma; ma si tratterebbe di passare dal primato del profitto (che, non facendo differenze tra l’economia reale e quella finanziaria, predilige quest’ultima quando i suoi livelli di rendimento superano quelli della prima) al primato della produzione che implica il pieno soddisfacimento di tutti i bisogni della popolazione.

Ma tale soluzione metterebbe fuori gioco i rappresentanti dell’ordine finanziario costituito; quindi non può esserci una transizione indolore per tutti; consapevoli di queste circostanze, gli attuali detentori del potere possono giocarsi solo la carta dell’accentuazione del conflitto o dei conflitti. Ed è proprio quanto sta accadendo e continuerà ad andare avanti finché qualche forza non riuscirà ad operare in un ambito diverso, vale a dire assegnando priorità alla produzione (di beni e servizi necessari e utili, anche manipolando i livelli di reddito con l’introduzione di mezzi di pagamento – e, quindi, di stimolo al loro approntamento – aggiuntivi e senza creazione di maggior debito).

Ciò che oggi si oppone alla finanza di Davos o del World Economic Forum, ovvero l’America di Trump, la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping, l’India di Modi non mette in discussione il paradigma capitalistico, ma lo difende, pur introducendovi una più equa distribuzione dei redditi, qualche tassazione dei profitti, un efficace e necessario intervento dello Stato, anche nelle attività industriali.

In ogni caso, sebbene sia probabile ed auspicabile che il nuovo ordine multipolare prevalga, tuttavia esso non corrisponderà ad una soluzione sufficiente; ma costituirà un passaggio sulla via di un cambiamento di paradigma che comincerà appena la gran parte dei Paesi del pianeta avrà raggiunto traguardi nella produzione dei beni materiali tali da spingere tutte le popolazioni a guardare oltre; ovvero a guardare al pieno soddisfacimento di tutti i bisogni, anche quelli immateriali, meta non raggiungibile senza abbandonare i paradigmi capitalistici e la prevalenza della finanza nell’economia e nella società.