L’analisi razionale dell’esistenza non ha rinnovato l’uomo, né lo ha riscattato. Ha piuttosto creato un nuovo tipo di colpevole, ancora più tragico, perché condannato senza possibilità di salvezza. Non solo la redenzione non esiste per lui: non può neppure esistere. La risposta semplicistica, secondo la quale nei momenti estremi emerge il “vero essere”, non ci consola, né ci serve. Chi era “malato” sembra guarito, ma solo per scoprire di essere vivo in un mondo di morituri.
Il concetto biblico di “prossimo” – già travisato dalle retoriche dei regimi – viene ora svuotato del suo senso spaziale: il prossimo è semplicemente colui che non siamo stati, per caso. Solo qualche settimana fa discutevamo di miti, di ideologie e di olocausti. Oggi, dopo appena quaranta giorni nel nostro personale deserto, ci ritroviamo ad essere noi le vittime sacrificali. Se il Getsemani lo leggiamo come un episodio di repressione urbana, allora non ci resta che attendere, con ansia, l’arrivo dell’esercito – pronto a regolamentare la nostra crocifissione quotidiana e domestica.
Apocalissi
Chi come me ha letto Ballard e le sue apocalissi interiori oggi si chiede se gli scrittori non abbiano ormai preso il posto dei profeti. E coloro che credono che il grande Arconte di cui parla Giovanni sia stato sconfitto dalla ragione non hanno capito che quella stessa “ragione illuminata” era in sé figlia della tenebra. La civitas Dei nasce dall’angoscia di dover sfuggire alla storia, dal bisogno di credere che fosse falso quel grido secondo cui “Dio è morto”.
L’ho scritto più volte: per Basilide, uno dei primi gnostici, Dio era ouk on, “non essente”. Non che fosse assente, ma che non potesse proprio esistere in questo mondo corrotto: il vero Dio “non esiste” – almeno non qui.
Nel nostro tempo, assistiamo a una crescente radicalizzazione delle pratiche cultuali. Un nuovo “mattino dei maghi”, in bilico tra complottismo e psichedelia, cerca di dare un senso all’irrazionale attraverso la sua mercificazione. La società dello spettacolo ha bisogno di nuove motivazioni da vendere a una massa in crisi. Il declino del cristianesimo ha lasciato un vuoto che nuove ritualità, spesso ispirate all’antico, cercano di colmare.
Pensiamo al tardo Neoplatonismo, che accompagnò la decadenza dell’Impero romano. In quel tempo, le ultime espressioni spirituali assunsero forme quasi “enteogene”, basate su pratiche definite teurgiche – dal greco theos (dio) e ergon (azione): ossia, l’arte di creare divinità. Secoli dopo, Allan Kardec, ex maestro mancato, tenterà qualcosa di simile con il “teleplasma” – l’energia spiritica resa materiale. Ma Giamblico andava oltre: organizzava sedute spiritiche, materializzava dèi, penetrava i sogni delle sue discepole. E affermava che l’intero cosmo era popolato da divinità.
Neoplatonici
Nel sistema classico neoplatonico (Plotino), l’esistenza era divisa in tre livelli: l’Uno (trascendente), il Nous (intellegibile), e l’Anima (pensiero visibile). I cristiani lo tradussero in Padre, Figlio e Spirito Santo. Giamblico, invece, frammenta questo ordine in ulteriori entità, le “ipostasi”, creando una gerarchia cosmica di esseri: ogni entità al proprio posto. Questa gerarchia proseguirà nei secoli, dando vita alle categorie angeliche e arcontiche che avrebbero protetto e ordinato il mondo.
Anche la New Age ha tentato la stessa strada, con i suoi “maghi della domenica”, sognando a occhi aperti di esorcizzare il visibile. Ma ciò che sta accadendo ci ricorda ancora – e definitivamente – che questo mondo è un inferno. Non è il paradiso che qualcuno pensava di poter transumanare.
Consumatori
Il mercato ha sempre costruito il proprio successo sulla serialità. Anche l’arte, come insegna Andy Warhol, è diventata produzione a catena.
Baudrillard ci ha spiegato come la serialità sia diventata la cifra essenziale dell’opera moderna: se un solo elemento della serie è falso, l’intero ordine si spezza. Un falso Pollock può valere quanto un vero Pollock: ma se il codice di riconoscimento si incrina, crolla anche l’autenticità dell’opera. E poiché non esiste più un dio che garantisca un giudizio assoluto, l’opera d’arte oggi si fonda non su un ordine oggettivo, ma sulla ripetizione stessa, sulla serie. Preservare l’autenticità del segno diventa il compito primario.
È in questo contesto che nasce il culto del marchio, della firma, della griffe: oggi è lei a dare un senso alle nostre azioni. In assenza di favole, di figure divine, è il marchio che ci racconta cosa siamo. Persino il virus è “firmato”: COVID-19. Se la firma ci comunica significati, allora ci può anche dire qualcosa sul nostro stato di salute.
La trasformazione in atto non è solo una crisi: è l’anticamera di un “nuovo ordine”. Non sarà semplicemente il risultato del consumismo o della manipolazione commerciale. Sarà un sistema che unisce benessere e controllo. Se finora il falso era sacrilego, in futuro la verità sarà ridefinita da un nuovo codice etico, da un nuovo decalogo. Un decalogo che prenderà il posto delle antiche tavole: quelle che un dio geloso e ignorante, uscito dai deserti mesopotamici, imponeva come legge assoluta a un popolo privo di libertà.















