Mauro Gottardo è il nuovo presidente dell’associazione Mancikalalu con sede a Padova che si occupa in India dei bambini e ragazzi con disabilità e delle loro madri che vengono, per questo, in molti casi abbandonate dai mariti. Gottardo, noto fotografo, per anni si è occupato di documentare le notizie dei principali quotidiani del Veneto, lavora per l’emittente televisiva Tv2000 e ha curato anche documentari e foto servizi per i frati francescani di Assisi.

Sono diventato presidente a fine febbraio, ero già vice presidente. Ho iniziato a collaborare con loro nel 2019 perché mi avevano ingaggiato per il mio lavoro di fotografo e videomaker. Ero quindi stato in India per 18 giorni per documentare i progetti dell’associazione che si occupava di un orfanotrofio in loco. Ci occupavamo di sostenere le spese sanitarie e questi due progetti si sono conclusi negli anni, adesso siamo concentrati su una città a sud dell’India, Pondicherry.

Ti sei sentito chiamare dall'India? Un paese certamente affascinante ma pieno di contraddizioni.

Devo dire che non mi sono innamorato dell’India, però mi sono innamorato dei progetti. All’inizio, anzi, ho detestato l'India. Non mi è piaciuto come paese, però mi sono rimasti nel cuore i ragazzi che ho conosciuto, mi sono reso conto che potevamo davvero avere un impatto sulle loro vite, un impatto importante. Negli anni sono diventato volontario e poi, un po’ alla volta, mi sono appassionato e oggi sono diventato presidente dell’associazione.

Cosa intendi per volontario?

Cercavo di dare una mano con quella che è di fatto la mia professione. Dall’Italia mi occupavo di preparare il materiale documentale fotografico e video. A Natale vendiamo i panettoni, stiamo sostenendo l’apertura di un negozio con oggetti indiani realizzati dalle Donne del Progetto L.E. Femme che abbiamo creato lì.

Ci conosciamo da anni, da giornalisti abbiamo documentato tanti eventi. Tuttavia quello che ho sempre notato in te era comunque l'impegno di fotografo abbinato a quello sociale e anche spirituale per certi aspetti, perché tu hai fatto anche delle cose importanti con i frati di Assisi. Insomma, hai una doppia anima, da dove nasce questo interesse e impegno?

Per me è una cosa naturale. A 14 anni facevo già volontariato, è una cosa che è sempre stata dentro di me. Davo il mio aiuto in un centro diurno per ragazzi disabili, sono andato in vacanza con loro e anche altre cose. Non so, l'ho sempre vissuto come un insegnamento, l’ho sempre visto come una restituzione, una cosa che viene anche dai miei genitori. Per me è la cosa più normale del mondo, sento di aver ricevuto tanto ed è normale voler condividere.

Certo. Quali sono i prossimi progetti dell’associazione? Hai parlato dell’apertura di un negozio a Padova.

Sì, apriremo il nostro primo negozio permanente. In questo modo cercheremo di finanziare i progetti che adesso abbiamo in essere in India. Siamo una realtà piccola che però esiste da 20 anni ormai. Ci occupiamo soprattutto di bambini, ragazzi con disabilità, li aiutiamo nella formazione, nelle pratiche sanitarie, cerchiamo di dare loro un futuro e ovviamente anche alle loro madri che spesso vengono abbandonate dai compagni e dai mariti quando scoprono che il loro figlio ha una disabilità.

Questi sono gli aspetti più drammatici dell’India.

In India la malattia, la disabilità, è purtroppo ancora uno stigma sociale: se hai un figlio con disabilità viene considerato una sorta di castigo divino, sovente la mamma col figlio viene esclusa dal contesto familiare. È un dramma sociale che avviene indipendentemente dalla casta.

Si tratta di un dato culturale che necessita di essere superato, ma come tutte le cose ci vorrà del tempo.

È proprio così. Abbiamo conosciuto questa donna meravigliosa che è la direttrice e fondatrice della Satya Special School, una scuola speciale. È indiana ed è una donna estremamente lungimirante. Abbiamo iniziato, quindi, a collaborare con lei e abbiamo lavorato insieme per rispondere ai bisogni del territorio. Tra i progetti realizzati c’è l'unità di terapia mobile. Inizialmente era un furgoncino, adesso è un pullman con dei terapisti specializzati che vanno nei villaggi in cui le persone non possono permettersi neanche di andare in città per far fare le terapie ai ragazzi e ai bambini. Vengono fatti la fisioterapia, la logopedia e tutto ciò che può aiutare a valorizzare il potenziale del bambino, la sua autonomia e la sua capacità di comunicare.

E come è andata?

Abbiamo visto dei miglioramenti incredibili. Si pensi che prima erano spesso lasciati così, per terra, e quindi questi bambini avevano anche smesso di relazionarsi e perdevano capacità anche dal punto di vista cognitivo. Invece grazie alle terapie, si sono visti dei miglioramenti enormi. Stiamo parlando di persone povere che vivono nei villaggi, che non hanno neanche la possibilità di frequentare delle scuole. Questo lavoro che nel nostro piccolo stiamo svolgendo aiuta la famiglia ad avere gli strumenti per prendersi cura del figlio e soprattutto ha un impatto sulla comunità, perché quando questo pullman arriva nel villaggio, la gente capisce che questi medici e terapisti indiani sono davvero lì per aiutare e comincia a fidarsi. Abbiamo anche creato un progetto ad hoc per aiutare le mamme dei bambini a trovare un lavoro per riuscire a mantenersi.

Molte di loro sono anche formate professionalmente, ci sono infermiere, ma non riescono a conciliare il loro lavoro perché devono occuparsi del figlio o della figlia con disabilità. Le abbiamo aiutate a inserirsi in un laboratorio professionale, insegniamo loro diversi mestieri e diamo loro la possibilità di svolgerli. Al momento stiamo formando e sostenendo 75 donne.

Sono le piccole cose che costruiscono quelle grandi, goccia dopo goccia.

Sì, questo è il nostro desiderio anche se in Italia dell’India si sa poco. Vorrei cercare di contagiare e interessare più persone possibile come è accaduto a me perché quando conosci una realtà e vedi gli sguardi delle persone non riesci più a rimanere indifferente. Il fatto di legarsi con empatia fa sì che ti prendi cura e che ti rendi conto che non ci si può girare dall'altra parte. Mi piacerebbe che si parlasse di questi progetti, raccontarli in modo tale che le persone si affezionino e si sentano parte di una realtà bella, perché dona speranza. Per questo stiamo raccontando a più persone possibili, non tanto di Mancikalalu, ma delle storie di speranza che anche noi abbiamo incontrato in India. Se volete potete leggerle sul nostro sito web.

Immagino la vulgata, devo pensare all’India quando qui c’è già tanta gente che sta male, l’avrai sentita mille volte.

È vero. Ma molto spesso è la scusa di chi non fa niente nemmeno qui.

Mi sembra la risposta più giusta.

Note

1 Mancikalalu.