Non sono un linguista e non sono stato un allievo di Noam Chomsky, il promotore della cosiddetta teoria della “grammatica generativo-trasformazionale” o di altri linguisti del suo calibro, nemmeno di Steven Pinker, linguista anche lui e allievo di Chomsky, autore di un libro noto a molti, dal titolo L’istinto del linguaggio, in cui l’autore sostiene che nell’uomo esiste un istinto ereditario per apprendere una lingua. Non passa giorno in cui, su questo argomento nelle riviste scientifiche, anche di un certo livello, e in quelle divulgative, non escano novità a volte sorprendenti. L’ultima si riferisce alla scoperta secondo cui sarebbe stata una variante, cioè la sostituzione di un amminoacido con un altro, in una proteina, la NOVA1, così come è stata chiamata, ad aver dato l’avvio nella nostra specie, Homo sapiens, al linguaggio articolato.
La teoria è che questa variante innescata nel cervello di un topo (badate bene, di un topo!) abbia alterato le vocalizzazioni di questo animale, anche se io ho sempre saputo e ritenuto che le vocalizzazioni non c’entrino niente con il linguaggio articolato; tra l’altro, anche molti altri animali vocalizzano, gli uccelli vocalizzano, le scimmie vocalizzano, i bambini appena nati vocalizzano, i calcolatori vocalizzano e persino parlano e possono farlo in tutte le lingue del mondo.
Alcuni scienziati informatici hanno persino affermato che alcune intelligenze artificiali siano senzienti e che possiedano, addirittura, una coscienza, che siano nientemeno consapevoli della nostra esistenza e in ultimo (udite, udite!) capaci di minacciare (io non saprei come) gli operatori che hanno l’intenzione di disattivare i loro sistemi, in sostanza di possedere un’intelligenza umana.
Sebbene queste macchine siano intelligenti, ed è vero, la loro è pur sempre un’intelligenza artificiale, non biologica. Alcuni di questi sistemi informatici sono stati utilizzati per decodificare i segnali acustici di certi pipistrelli, balene e persino gatti domestici (quest’ultimo l’hanno chiamato eufemisticamente Meow Talk, e ritenuti in sostanza capaci di capire come gli animali comunicano tra loro e quindi come noi uomini potremmo, poi, comunicare con loro). A quel punto capiremmo veramente che cosa voglia dirci il nostro gatto quando miagola.
Tornando a noi, tra l’altro, le aree corticali che controllano la vocalizzazione sono diverse e si trovano in aree distinte da quelle che controllano il linguaggio articolato dell’uomo che sono principalmente l’area di Wernicke (collocata nella parte posteriore della circonvoluzione superiore del lobo temporale sinistro) e l’area di Broca (collocata nella terza circonvoluzione frontale inferiore dell’emisfero sinistro). Le aree corticali che controllano le vocalizzazioni sono, è vero, anche quelle della corteccia motoria, ma ciò che è più importante sono soprattutto quelle sottocorticali, per esempio nei nuclei di base (nucleo caudato, putamen e globus pallidus) che possiedono praticamente tutti gli animali.
Quando noi esseri umani parliamo, non vocalizziamo nel vero senso del termine; nella vocalizzazione i suoni che vengono emessi sono sempre gli stessi, schematici e ripetitivi (pensiamo al cinguettio di un fringuello durante il corteggiamento), con la stessa frequenza e intensità, al contrario del linguaggio articolato. Inoltre le vocalizzazioni non mutano nel tempo, sono incapaci di creare nuove sequenze ricorsive da elementi discreti, in sostanza le parole, che invece caratterizzano le lingue parlate, se vogliamo, anche del linguaggio dei segni.
Per esempio, l’ASL (American Sign Language) e altri linguaggi dei segni hanno tutte queste caratteristiche. Con il linguaggio dei segni si comunica, in ogni modo, quindi indipendentemente dagli strumenti che vengono utilizzati. Invece delle parole vengono utilizzati dei segni ai quali, come nel linguaggio articolato, i sordomuti danno dei significati, anche se arbitrari.
Con il linguaggio articolato possiamo creare un’infinità di frasi, scrivere libri, pur utilizzando, più o meno, uno stesso vocabolario che, in verità, diventa tanto più ricco quanto più lo si alimenta con molte letture e tanta scrittura. Leggiamo solo una pagina di un libro qualunque e vedremo che alcune parole vengono ripetute almeno una decina di volte, per non parlare delle preposizioni, degli articoli, degli avverbi, dei verbi eccetera. Tutto questo nella vocalizzazione non esiste e partire da questa idea, cioè che con la vocalizzazione si sia dato inizio al linguaggio articolato, è un’idea sbagliata.
In sostanza, l’idea che l’azione di una sola proteina variante, la NOVA1, potrebbe aver dato inizio al linguaggio articolato dovrebbe essere accantonata, nonostante l’impegno dei ricercatori che l’hanno sostenuta. Sarebbe troppo facile attribuire a una piccola variante genetica la responsabilità della nascita di una funzione psicologica così importante, complessa e articolata.
Di varianti genetiche che avrebbero dato inizio al linguaggio articolato ce ne sarebbero altre. Una di queste è quella del gene FOXP2 (Forkhead box P2), l’ipotesi a sostegno della quale è molto più attendibile di quella a sostegno della precedente, la NOVA1, anche se ancora non è stato dimostrato niente o quasi. La presenza nel nostro patrimonio genetico di questa proteina (FOXP2), collocata esattamente nel cromosoma 7, potrebbe essere importante, ma certamente non determinante ai fini della manifestazione e della comprensione di un linguaggio articolato.
Secondo alcuni studiosi, i membri di una famiglia umana che possedeva una variante di questa proteina hanno tutti manifestato delle difficoltà nelle loro espressioni linguistiche. Tra l’altro, per inciso, tracce di FOXP2 sono state rintracciate nei pesci, negli uccelli e persino nei rettili. Però, c’è da dire che entrambe le teorie (della NOVA1 e della FOXP2) non tengono conto fondamentalmente dell’importanza dell’ambiente in cui si nasce e matura una lingua, di cosa in effetti e con quale dominio si controlla l’apparato fonatorio per emettere dei suoni a cui noi diamo dei significati convenzionali.
Per esempio, il suono della parola “casa” che in italiano ha un significato ben preciso, in un'altra lingua, per esempio in quella cinese, non vuol dire niente o chissà quale altra cosa. Poi non è da dimenticare, dal momento che stiamo parlando di bambini che cominciano ad apprendere una lingua, l’importanza del ruolo, o meglio della presenza materna. Durante questa fase dello sviluppo del bambino, cioè fino ai due-tre anni di età, senza la presenza di una mamma che comincia a indirizzarlo a parlare bene, il piccolo potrebbe crescere e poi esprimersi con delle grosse difficoltà.
Una dimostrazione di questo è quella di Victor, il bambino selvaggio, enfant sauvage, come lo ha chiamato il medico e pedagogista Jean Itard (1774-1838) che nel 1800 lo ha trovato in una foresta del Massiccio Centrale in Francia e poi portato a Parigi. Un bambino sopravvissuto e cresciuto in queste condizioni nella foresta senza la presenza di nessun adulto che, riportato nella civiltà in età adolescenziale, non è stato più capace di migliorare la lingua che gli veniva insegnata, il francese. Questa scoperta ha fatto crollare, ma io direi solo in parte, le idee di coloro che ritenevano che il linguaggio articolato potesse essere acquisito solo con l’esperienza, con la cultura e con l’educazione, a qualsiasi età, cosa non valida per il nostro enfant sauvage.
Come possiamo vedere, le idee sull’origine del linguaggio sono ancora confuse e spesso contraddittorie. La contrapposizione tra teorie innatistiche e ambientalistiche è quindi ancora viva. Io credo che Itard, comunque, non avesse torto, ma credo anche che nemmeno Chomsky e Pinker avessero torto. Il punto, come in tutte le cose, e quindi anche nella ricerca scientifica, è che bisognerebbe trovare sempre un equilibrio soprattutto tra teorie estreme, opposte, e quelle sulla nascita del linguaggio articolato nell’uomo lo sono.
D’altra parte stiamo parlando di una funzione psicologica che è la più complessa che si possa immaginare.















