Anni fa lessi un libretto dello scrittore Mario Ferraguti, di quelli di poche pagine, che durano il tempo di un viaggio in treno da Padova a Firenze. Si intitola La Ballata del Vento. Piccolo ma ostinato inseguimento (Ediciclo editore) e mi ha fatto apprezzare il vento più di quanto, in seguito, ebbi modo di fare a Trieste in qualche muscolosa giornata di bora, di quelle che rendono difficili le passeggiate sul lungomare esposto della città. E ricredermi.
C’è un aspetto, del vento, che troppo spesso viene archiviato come fastidio: è un evento atmosferico invisibile che genera disordine, confusione e irritazione. Eppure, il vento – quando, naturalmente, non fortemente arrabbiato – contiene anche elementi di fascino perché contribuisce con refoli e folate, alla limpidezza, alla pulizia, a rendere tutto più chiaro.
Quello che in gergo locale viene riassunto nel motto “…neta fina l’anima drento del la gente” (pulisce finemente l’anima della gente - Un refolo di Bora, Guido Sambo, da un Poco fora man, Società Artistico Letteraria, 1967).
La Bora e il soffio vitale
Tornando al libro di Mario Ferraguti, di esso mi colpì un passaggio:
Ho cominciato a rincorrere il vento quel giorno che mi sembrava avesse la stessa unità di misura dell’anima. L’anemometro. Quello strumento che serve a misurare il vento, che dal nome sembra molto più indicato per l’anima e fa pensare che anima e vento, in fondo, siano fatti della stessa sostanza.
Del resto – aggiungo io – si tratta pur sempre di soffio vitale.
Nella città di Trieste, alla Bora è stato dedicato anche un museo, con la Bora scritta proprio con l’iniziale maiuscola, quasi fosse una persona o comunque una personalità cui portare rispetto. Per preparare meglio chi si approccia alla visita di quei locali dedicati a uno dei quattro elementi della natura, c’è anche una Piccola guida al Magazzino dei Venti a cura di Chiara Ceccalupo; la plaquette si sostanzia in una ventina di pagine e altrettanti indizi per avvicinare il visitatore curioso alle insolite teche del museo eolico.
Un’esposizione bizzarra eppure, proprio per questo, geniale: le legende (e non leggende, si badi bene) parlano di uno starnuto intrappolato in una scatola di fiammiferi; il numero Centoventi che è anche il nome dato a tutti i venti del mondo; le corde della Bora provviste di adeguati paletti: amiche e sostegno dei triestini temerari che se ne vanno a spasso nei giorni di vento.
E poi ci sono gli scrittori e i pittori della Bora, che in essa hanno trovato ispirazione raccontando di ombrelli indifesi e fermando su tela ciò che invece sarebbe in movimento.
Vento, venti e ispirazioni
Proseguendo, un altro indizio collegato alla Bora è la finestra banca a doppi infissi, tanto comune nelle case dei triestini e nata per isolare le dimore dall’insistenza rumorosa e penetrante del vento cittadino. Ci sono poi citazioni letterarie di autori famosi come Stendhal, e di scrittori più recenti come Giani Stuparich che osserva:
Forse molti triestini conservano, dai loro giovani anni, una segreta simpatia per la bora. E quando ne sentono parlar con paura dai forestieri, sorridono con la rassegnata ma un tantino orgogliosa compiacenza di chi ha in casa un mastino temibile. E non è escluso che la bora abbia dato anche lei, tra i fattori climatici della regione, qualche colpo di pollice plasmatore all’indole ei triestini. È sempre arrischiato generalizzare in tale campo, ma seduce il pensiero che quel tanto di scabro e di guardingo, quel gusto del contrasto, quella tenacità disuguale, che c’è in loro, derivi dalla bora.
Nel Museo della Bora, insomma, il vento non è solo un fenomeno meteo; tuttavia, in quanto misurabile, ci sono anche numeri legati ai record per chi vuole scoprire quando la Bora ha soffiato più forte che mai: 171 chilometri orari misurati nel 1954. Ma saranno i materiali e le parole dello studioso Silvio Polli (già direttore dell’Istituto Talassografico di Trieste e autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche) a condurre il visitatore a scoprire che la bora è ciclonica, ma anche anticiclonica, che mai muta dal suo destinato percorso est-nord-est seguendo, nel suo disordine un’ordinatissima strada: dalle valli del Carso fin sulle onde dell’Adriatico.
Il forza invisibile che spinge, l’anima che vola
Le tematiche del museo della Bora esplorano anche artifici come far vedere come nasce un vento per finta o far godere del suo suono melodioso; ci sono riproduzioni di mulini a vento e marchingegni eolici e oggetti personali riconducibili alla Bora, per contrastarla: è il caso di pesanti ferri da stiro usati come zavorre nelle tasche di ragazzini del secolo scorso ma anche dei giornali per foderare come uno scudo il cappotto, modalità tuttora utilizzata. Insomma: in questa particolare sede espositiva si prendono in rassegna i piccoli escamotage come che grandi strategie per convivere con la Bora.
Il giovane cantautore toscano Lucio Corsi, nella sua canzone dal titolo Trieste, ben sintetizza questi concetti:
Per le strade di Trieste vive gente convinta che il vento no, non era un freno ma una spinta. Utile per tenere le nuvole in viaggi, per chi è fermo e non trova il coraggio. Vento che spinge sia le barche che gli uomini. Se non riescono a muoversi.
Invito, quindi, esortazione ad agire. E per concludere con una frase di Hermann Hesse:
Il vento ci mostra quanto possiamo essere forti quando non opponiamo resistenza.















