Per anni, l'Europa ha osservato impotente, da un gradino sotto, il dominio assoluto dei giganti tech nell'arena digitale. Un mercato, quello digitale, che sembrava non stare mai fermo, dove quattro colossi – Meta, Google, Amazon e Apple – non si limitavano a giocare, ma possedevano lo stadio, vendevano i biglietti e scrivevano le regole, decidendo chi poteva entrare e chi no. Le tecnologie americane prima, e asiatiche poco più tardi, hanno dominato capillarmente lo sviluppo tecnologico. Nell’ultima decade l’Europa ha iniziato ad arrancare in maniera sempre più evidente, la necessità di intervenire stava diventando pressante. I tempi erano maturi. In molti richiedevano l’intervento delle istituzioni e una maggiore regolamentazione.

Per capire la portata di questa svolta, bisogna guardare al passato recente. Tra il 2014 e il 2019, la Commissione Europea ha tentato la via classica dell'antitrust ex post: intervenire a danno fatto. Il risultato? Un fiasco. Casi emblematici, come la multa da 2,4 miliardi a Google Shopping nel 2017, hanno dimostrato l'inefficacia del vecchio metodo: processi infiniti, ricorsi eterni e pratiche scorrette che continuavano imperterrite. Per aziende con fatturati da capogiro, quelle sanzioni non erano punizioni, ma semplici "pedaggi autostradali" da mettere a bilancio mentre il monopolio si consolidava. Il digitale correva troppo veloce per la burocrazia: quando arrivava la sentenza, il mercato era già irrimediabilmente compromesso.

La Rivoluzione preventiva del DMA

La lezione è stata imparata. Con il DMA (Regolamento UE 2022/1925), l'Europa ha cambiato paradigma passando a regole ex ante. Non si aspetta più l'abuso: lo si previene. Designati ufficialmente come gatekeeper nel settembre 2023, giganti come Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance (TikTok), Meta e Microsoft sono stati costretti a rivedere i loro modelli di business.

Oggi, nel 2026, l'impatto è tangibile. La Commissione non si è limitata a osservare: ha aperto procedimenti specifici contro Google, ad esempio, per violazioni delle nuove norme. Le regole imposte sono state chiare: stop all'auto preferenziazione dei propri servizi e obbligo di interoperabilità. Dunque, i gatekeeper non possono più favorire i propri servizi. Ad esempio, a Google non è permesso privilegiare i suoi risultati di ricerca a discapito delle piattaforme rivali, né Amazon può spingere i propri prodotti nel marketplace a scapito di altri venditori. Inoltre, le piattaforme devono rendere i loro servizi compatibili con quelli esterni in modo fluido e sicuro. Ciò include comunicazioni tra app di messaggistica, come WhatsApp con Signal o iMessage con Android, ed email, oltre a sideloading di app su iOS e pagamenti di terze parti su App Store senza restrizioni. Non solo, i gatekeeper devono condividere dati aggregati o necessari con utenti business e concorrenti, che lo richiedono, senza usarli in modo anticoncorrenziale come strumento di potere.

Un piccolo passo, dunque, che ha permesso al mercato europeo di tornare a respirare, una boccata per volta. I dati preliminari del 2025, infatti, dipingono un quadro incoraggiante. La concorrenza tra le app nell'Unione Europea è cresciuta del 15% rispetto agli Stati Uniti. Non sono solo numeri: sono venditori su Amazon che ora possono promuovere i propri siti senza temere ritorsioni; sono inserzionisti su Meta e Google che finalmente hanno accesso ai dati reali delle loro campagne; sono utenti liberi di scaricare app al di fuori degli store blindati di Apple o Google. Il DMA prevede multe fino al 10% del fatturato globale annuo per le prime violazioni, che possono raddoppiare al 20% in caso di recidiva sistematica, accompagnate persino dalla possibilità di smembramenti forzati per i trasgressori ostinati.

Questo cambio di passo non è avvenuto per caso. È il frutto di un mix esplosivo. Da un lato, la pressante necessità politica di forgiare un Mercato Unico Digitale inattaccabile: l'Europa, nonostante i suoi 450 milioni di consumatori, languiva con appena un misero 4% del mercato tech globale. Leader come Margrethe Vestager e Thierry Breton hanno martellato sul tasto dell'"autonomia strategica", trasformando il DMA in un'arma per riconquistare sovranità digitale e favorire unicorn europei come Spotify o Klarna. Dall'altro, una pressione incessante dal basso: ONG e collettivi come hanno inondato la Commissione di denunce, mentre imprese europee come Booking hanno testimoniato in audizioni infuocate come l’auto-trattamento preferenziale dei gatekeepers americani le stesse soffocando.

Il cosiddetto "modello Bruxelles" sta emergendo come faro globale per la regolamentazione digitale. Questo approccio proattivo, basato su regole chiare "ex ante" per prevenire abusi, ispira già giurisdizioni ambiziose come India, Australia e persino Giappone, che stanno varando norme analoghe per arginare il potere dei colossi tech e favorire ecosistemi più equilibrati. Ma la sfida non si ferma qui: con una revisione normativa in corso che scruta da vicino l'Intelligenza Artificiale generativa, l'Unione Europea si appresta a estendere le tutele del DMA anche ai nuovi orizzonti del metaverso e dei servizi AI. L'obiettivo è proteggere le piccole e medie imprese da predazioni sleali, garantire ai cittadini un controllo reale sui propri contenuti e dati sensibili e prevenire monopoli degli spazi digitali.