Con il mio precedente articolo su Parigi1, avendo detto di preferire Londra alla capitale francese, avevo suscitato lo stupore e il disappunto di alcuni lettori, a riprova della persistenza del “mito”, a mio avviso esagerato, della cosiddetta ville lumière.
Ebbene, lo ribadisco, trovo Londra più varia, vivace e variopinta di Parigi. Anche a Londra, come a Parigi, di veramente antico rimane poco: l’abbazia di Westminster, la torre di Londra, la reggia Tudor di St. James, la splendida chiesa in stile normanno di St. Batholomew the Great, o la Banqueting House, unica porzione rimasta della reggia tardo-rinascimentale di Whitehall, affrescata da Rubens.
Ma a Londra, almeno, la distruzione della città antica è dovuta a una calamità, il grande incendio del 1666, e non, come a Parigi, all’idiozia delle marmaglie rivoluzionarie. La Londra antica poi è stata rimpiazzata dall’armoniosa architettura georgiana in mattoni rossi, dai bianchi colonnati dei palazzi in stile regency o dal pittoresco neo-gotico vittoriano, non dai grandi edifici grigi e tutti uguali che hanno riempito gli scriteriati sventramenti del Barone Haussmann.
Infine, se nell’Ottocento Londra e Parigi potevano essere paragonate per dimensioni, storia e irraggiamento culturale, oggi la capitale inglese, enorme e tentacolare, ipercosmopolita e multiculturale, dinamica e culturalmente stimolante, è, assieme a New York, l’unica vera città-mondo esistente. Ed è un fatto che la City sia in pieno boom, che il panorama di start up tecnologiche non abbia rivali in Europa, che la scena artistica e culturale sia la più ricca e interessante al mondo. Anche la gastronomia, contrariamente a un luogo comune diffuso, è probabilmente la migliore del pianeta. Inoltre, ogni zona di Londra ha la sua personalità, la sua storia, il suo ritmo. Non ho mai smesso di pensare che Londra sia la città più eccitante al mondo, in cui c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.
Ma per giustificare questa mia preferenza ho bisogno d’altro. Se per descrivere Parigi avevo scelto la grande epoca romantica, per Londra mi avvalgo del suo scrittore forse più rappresentativo, Charles Dickens. Come lui, ho girato la città in lungo e in largo; i miei due figli vi abitano da dieci anni e li ho visitati ripetutamente. Posso quindi dire di conoscerla (quasi) come le mie tasche.
Charles Dickens
Quando ero ragazzo Dickens era molto popolare, tutti avevamo letto David Copperfield, Oliver Twist, La piccola Dorritt o i Racconti di Natale. Oggi, con la dilagante incultura promossa dalla rete, temo che il pubblico, escluso quello anglosassone, lo abbia un po’ dimenticato.
La critica ha innanzitutto celebrato Dickens come scrittore realista e inventore del romanzo sociale: le sue opere descrivono le privazioni, lo squallore e la fatica della Londra vittoriana, denunziano gli abusi a cui erano sottoposte le classi popolari e richiamano l’attenzione sui problemi della miseria. Al tempo di Dickens la popolazione di Londra crebbe da un milione a più di 6 milioni, con conseguenti seri problemi di sovrappopolamento. Malgrado la ricchezza della città, i problemi relativi ai trasporti, alla distribuzione idrica, alle periferie rappresentarono sfide enormi.
Più di 400 fogne scaricavano nel Tamigi, tifo, vaiolo e colera divampavano. L’aspettativa di vita per un operaio era di soli 22 anni, il lavoro minorile e la prostituzione imperversavano. Dickens descrisse tutto questo.
Lo scrittore non smise mai di protestare nelle sue lettere, discorsi, romanzi, saggi e scritti giornalistici contro il degrado e i ripugnanti bassifondi e l’inerzia di governo e parlamento al riguardo. Ma non vanno dimenticati, di Dickens, la genuina vena comica, la passione per il pittoresco e il suo interesse per l’eccentrico e il bizzarro.
Nessuno conobbe e descrisse come lui la vita colorata e felice della Londra di ogni giorno. Rendendo protagonisti in modo vivido classi ed individui che gli scrittori precedenti avevano ignorato: piccoli negozianti, agenti di borsa, impiegati comunali, vetturini, sarte. Ebbe ad esclamare:
Che inesauribile fonte di osservazioni sono le strade di Londra!
Ma il vero Dickens, secondo me, è quello “visionario”, quello in cui gli oggetti, l'ambientazione, il paesaggio urbano acquistano un forte rilievo simbolico. Basti pensare al carcere o al tribunale, presenti ossessivamente in tanti romanzi o alla nebbia in Casa desolata, che ha una solidità quasi fisica e occupa ogni interstizio della città, e ancora all’enorme cumulo di rifiuti, il vero protagonista de Il nostro comune amico. In questo senso, Dickens fu il primo romanziere che, anticipando Baudelaire, comprendesse la poesia d'una grande e sinistra metropoli moderna.
Si prenda ad esempio questo suo pezzo giornalistico, su di un giro in barca sul Tamigi (lo cito in inglese, per mantenerne la sonorità, la traduzione è mia, con l’aiuto di Deepl Translate):
Every colour but black seemed to have departed from the world. The air was black, the water was black, the barges and hulks were black, the piles, were black, the buildings were black, the shadows were only a deeper shade of black upon a black ground (…) Uncomfortable rushes of water suggestive of gurgling and drowning, ghostly rattlings of iron chains, dismal clankings of discordant engines formed the music that accompanied the dip of our oars at their rattling in the rowlocks. Even the noises had a black sound to me.
[Ogni colore tranne il nero sembrava essere scomparso dal mondo.L'aria era nera, l'acqua era nera, le chiatte e le navi erano nere, i pali erano neri, gli edifici erano neri, le ombre erano solo una tonalità più scura di nero su uno sfondo nero (...) Inquietanti scrosci d'acqua che suggerivano gorgoglii e annegamenti, spettrali tintinnii di catene di ferro, cupi rumori metallici di motori discordanti formavano la musica che accompagnava il tuffo dei nostri remi cigolanti negli scalmi. Anche i rumori mi sembravano neri.]
Dickens e Londra
Dickens aveva un intenso bisogno di Londra: faceva dei «bagni di folla»: percorreva le strade di notte (da cui la sua opera Night walks), immergendosi tra la gente eternamente in moto, e caricandosi dell'elettricità delle grandi moltitudini, che attraversavano incessantemente la città. Quella Londra non aveva colori, era gelida, nera, tetra; eppure soltanto in quel labirinto i sogni dello scrittore potevano alimentarsi, soltanto in quell'ammasso di rifiuti e di fango il suo sguardo trovava l’ispirazione. Camminava da solo, quasi come un uomo sotto ipnosi. E nessuno fu più allucinato di lui.
Come scrisse il critico Pietro Citati della Londra di Dickens:
Mentre faceva giorno, il velo impenetrabile della nebbia si stendeva sopra le cose, e la notte tornava ad addensarsi. Una nebbia giallo-oscura copriva tutta Londra e diventava sempre più marrone, finché nel cuore della City era di un color nero-ruggine (…) Quella città spettrale era un labirinto. Il viandante o il vagabondo che avesse voluto raggiungere una qualsiasi meta doveva brancolare per ore nei vicoli, nelle viuzze traverse, nei cortili e nei vicoletti: c'erano ponti che non conducevano da nessuna parte, strade dove ogni circolazione era impossibile, forme incomplete, intelligibili solo in sogno.
Quella Londra “nera” e vittoriana ho voluto anch’io ricercare, novello Dickens (?) a passeggio per l’immensa metropoli. Ecco allora il Tamigi, che, come si è visto sopra, ai tempi dello scrittore aveva un aspetto spaventoso: cupo e segreto, carico di forme indistinte e inquietanti.
Oggi è molto cambiato, è stato completamente ripulito (ci sono perfino i cigni) e sulle sue rive sono sorti i grattacieli di Canary Wharf, la “nuova” Londra dei giovani rampanti della City, ma percorrendo le sue sponde fangose verso i sobborghi di Chiswick o Richmond vi si trovano ancora ponti rugginosi, vecchi pub e magazzini portuali, barche a remi decrepite e pali d’ormeggio ammuffiti. E poi il quartiere legale, a ridosso dello Strand, coi suoi labirinti di tribunali: l’Old Bailey, the Royal Courts of Justice, Chancery Road, l’Inner e Middle Temples, Grey’s e Lincoln’s Inns (il padre di Dickens fu condannato e incarcerato per debiti).
Tra i miei luoghi preferiti, le vetuste, bisunte librerie antiquarie di Charing Cross che evocano atmosfere da La Bottega dell’antiquario ; e i mercati : Borough market, sotto i piloni del London Bridge e fra gli angiporti di Southwark, un tempo per grossisti di frutta e verdura, oggi tempio di cibo gourmet; Smithfield Market, mercato all’ingrosso delle carni aperto solo di notte, e i mercati di vestiti usati di Petticoat e Brick Lanes (ma i tradizionali venditori cockney sono stati sostituiti dalla comunità bengalese).
Soprattutto, Covent Garden, l’antico mercato centrale. Se non ha più, come ai tempi dello scrittore il variegato assortimento di odori pungenti di rose, fieno e cavalli, frutta e verdura, resta fulcro vivacissimo del turismo, fra bancarelle d’antiquari, artisti di strada e ristoranti alla moda (quelli che vanno prenotati con settimane, se non mesi d’anticipo).
E ancora Soho, un tempo quartiere della prostituzione, oggi centro della gastronomia, dei locali notturni e dei cinema: per restare in tema dickensiano, vi ho visitato l’ex ospizio dei poveri di St. Barnabas o Seven Dials, famigerato incrocio dove un tempo si incontravano i ladri per progettare i loro colpi. E ancora l'East End, dove si può ripercorrere la storia degli immigrati e dei lavoratori portuali nelle vie di Whitechapel e Spitalfields; un tempo malfamato (fu il “regno” di Jack lo squartatore), oggi ospita gallerie di arte d’avanguardia.
E ancora la stazione in gotico revival di St. Pancras, Waterloo Station e in genere tutte le stazioni ferroviarie e della metropolitana, fantasmagorico intreccio di strutture in ferro e vetro. E i nomi evocatori dei pub: Bulls Head, Ye Olde Cheshire Cheese, Crown and Anchor, The White Lion, Sun in splendour e ancora, e ancora, e ancora… potrei continuare a lungo ma lo spazio non me lo consente.
Per finire, la più dickensiana delle mete, la casa dello scrittore a Bloomsbury, al 48 di Doughty Street. Delle molte dimore che Charles Dickens ha avuto a Londra rimane solo questa, dove visse dal 1837 al 1840. La casa, risistemata con cura come museo, conserva la sua atmosfera letteraria e le decorazioni interne della prima epoca vittoriana. Custodisce inoltre una preziosa biblioteca con le edizioni successive dei suoi libri e molti ricordi intimi della sua vita. Vedere sedia e scrivania, libri e appunti dello scrittore, rende facile immaginarlo mentre perfeziona Il Circolo Pickwick, scrive Oliver Twist e Nicholas Nickleby o inizia Barnaby Rudge, tutte opere create fra queste mura.
Per concludere
Per concludere voglio ricorrere a un’altra citazione, più moderna e “leggera”, da una bella canzone dei Kinks, gruppo rock della swinging London degli anni Sessanta, Waterloo Sunset:
Dirty old river, must you keep rolling
Flowing into the night?
People so busy, make me feel dizzy
Taxi light shines so bright.But I don't need no friends
As long as I gaze on
Waterloo sunset
I am in paradise.
Ecco, a volte anch’io, quando sono a Londra in compagnia dei miei figli, mi sento in paradise.
Note
1 Su Meer edizione italiana del dicembre 2024: Parigi “Romantica”.















