Io applico quell’agape shopenhaueriana,
cioè quella compassione che non è cristiana
in nome di Dio, diciamo che è più stoica
anzi è più gnostica.

(Carmelo Bene, “Nessuno contro tutti”)

L’arte deve superare se stessa! Ecco perché tocca a noi
una volta fuori di noi essere un capolavoro: “uscire fuori
dal modo”, come diceva San Juan de la Cruz, “per pervenire
là dove non và più modo”, quello che gli gnostici auspicavano,
volevano, esigevano dall’informe

(Carmelo Bene, “Nessuno contro tutti”)

Nei suoi due stravolgenti interventi televisivi al Maurizio Costanzo Show del 27 giugno 1994 e del 23 ottobre 1995 Carmelo Bene mette in scena se stesso ma non come semplice personaggio o attore ma quale “poetica in corso”, poiesis che si mostra nella sua immediatezza totalizzante; quale “divenire del capolavoro”.

Carmelo si rivela anche un astuto e tenace lottatore e “animale da palcoscenico” capace di sfruttare in modo performativo e scenico le debolezze, confusioni e pregiudizi dei suoi interlocutori e del pubblico nel suo complesso. Un pubblico che frustra, strapazza e confonde, spezza in due e insulta, ammaestra da lontano e affascina come un incallito seduttore.

Ma quali sono i nodi essenziali di questo “teatro del teatro” dove Carmelo riesce nell’intento di apparire del tutto unito alla sua opera e quindi sfavillante come un gioiello solitario nel mito neo-romantico dell’Incompreso e dell’Irrappresentabile?

Carmelo opera in modo radicalmente invertito rispetto all’ermeneutica delle domande dei suoi interlocutori: a chi gli chiede significati oppone se stesso quale flusso di significanti, a chi lo sacralizza parla di se stesso quale deserto, a chi indaga il linguaggio lui oppone l’assurdo quale essenza della vita.

Non c’è modo di chiuderlo in uno schema di riconoscimento né in una funzione sociale: Carmelo “appare alla Televisione” ma rifiuta ogni dinamica televisiva, ogni condivisione narrativa, vanifica ogni strizzata d’occhi sorniona e complice.

Per la prima volta si agita sulla scena televisiva un nomade, un’anomalia, un “mostro” non addomesticabile che rifiuta i sottotraccia delle domande che lo irritano perché presuppongono un teatro che non è il suo teatro, una vita che non è la sua vita. Bene parte ab ovo, all’Inizio: noi siamo nel linguaggio.

Il linguaggio quale liquido amniotico che ci forma tramite l’ascolto e il tema dell’ascolto, della phonè è il tema fondamentale della sua opera che si vuole anti-simbolica, anti-umanistica e anti-rappresentativa sulla scia di Lacan e di Deleuze. Sembra di essere non su “Canale Cinque” ma al Gran Teatro dei Burattini di Mangiafoco quando Arlecchino riconosce Pinocchio tra il pubblico e si scatena subito il putiferio perché il caos interrompe la meccanica consueta della commedia e della rappresentazione.

A chi crede di vedere un personaggio o una recita, Bene vomita violento il suo rifiuto dell’ontologia e della trascendenza (che non sia gnoseologicamente kantiana) come la povera ingenua Sonia Cassiani che si vede violentemente mandata verso Heidegger. Anche Rodolfo di Giammarco equivoca nel confondere la scena quale contesto pubblico con l’assenza di rappresentazione e di azione nell’opera processuale di Bene dove Aiòn espelle kronos e l’Atto che è, possiamo dire: accadimento nell’oblio di sé caccia via l’azione, cioè ogni decorso morale e discorsivo-narrativo.

Bene cammina su una sottile lama di ghiaccio, montaliana quanto landolfiana, tra “l’infelicità che non è infelice” e la felicità che si dà solo nel suo differimento e non è felice, sulla scia del Freud dell’“Al di là del principio di piacere” e alla ricerca di una coscienza totale e pura, priva cioè di determinazioni relazionali. Da una parte Bene non vuole uscire dal liquido amiotico del linguaggio, dall’altra lo vuole traforare, dissolvere, ricreare, obliare; agendo prima e dopo le parole in modo da “non appartenere più al discorso”.

Carmelo, non possiamo dire che non sia stato chiaro:

sono un deserto che parla ad un altro deserto e non più al deserto dell’altro.

E ancora:

Carmelo è importante soltanto come deserto, per quello che non è.

La via scelta è quella del rifiuto dell’Io borghese e dell’a-teologia negativa per immergersi nell’a-peiron di un In-dicibile in atto. Solo nel deserto ecco balenare la possibilità del perdersi del senso del limite, l’evaporazione delle maschere, il senso dell’abbandono, del non esserci possono farsi una forma paradossale di abitazione. La sua colpa?

Essere stato autentico e immediato dentro quel modulo televisivo che è del tutto sostanziato dalla simulazione, dalla rappresentazione e dalle funzioni pratiche di consumo. Ecco la ragione del perenne cortocircuito che sono stati i due suoi interventi a “Uno contro tutti” al Maurizio Costanzo Show.

Solo nel deserto l’eccesso può espellere l’opera come il serpente muta pelle e appare esperibile allora:

chiudere gli occhi e guardarsi dentro, ecco nel buio, nel grande teatro che è appunto solo il vuoto e il buio.

L’“immediato” di Bene è l’ebrezza di Dioniso, il perdersi nei boschi notturni, l’uscire dalla storia nel gioco e nella danza, lo svanire del presente quale “arbitrarietà del punto”, lo s-progettare nell’impensabilità dell’Atto. Carmelo come sciamano ci guida verso l’esperienza dell’irrappresentabile, lo stato sfuggente ed enigmatico di chi vive la crisi e la contraddizione, il dire quale oblio del detto.

Il suono fa scomparire il testo”: perché non fu capito? Lo sciocco guarda il dito (l’attore, il volto) ma dimentica sempre la luna (la poiesis, la manìa). Come il Maestro della canzone di Paolo Conte che frusta con fierezza la sua orchestra così Carmelo Bene fece del suo corpo un’incessante orchestra sirenica e fece bene a mostrarsi duro e feroce contro la mediocrità ipocrita e vile della massa riassunta nel falso idolo del pubblico televisivo che lui sovranamente calpesta.

Si avvicinò ai carismi di Bene quale Opera solo il giovane Giordano Bruno Guerri quando lo definì: un reazionario dionisiaco. Ma Carmelo, ora che lo leggiamo per i tipi di Luni, nel testo dei due video che ho studiato e amato fin da giovane, fu chiarissimo nel mostrare in adamantina trasparenza la sua Opera: creare una simbiosi, un’alchimia tra l’epos e il lirico. E ci riuscì perfettamente, pur restando inattuale e incompreso.

A noi il piacere di gustare di nuovo l’acuta e sana sadicità con cui massacra e sfianca l’ingenuo Lunardi (che poi si assopisce) e la tenacia seduttiva con cui sottomette l’ostico e intelligente Almansi che nello show del 1995 sarà costretto ad ammettere che Carmelo Bene “è un problema della psicopatologia della vita eterna”. Non male per un critico, forse l’unico, che si arrese alla fine alla grandezza dell’Artifex gnostico.

Gli gnostici assolutizzarono alcuni passi del Vangelo di Giovanni dove il concetto di “mondo” (kosmos) viene posto quale potenza oppositiva a Cristo e che Cristo vince (Gv. 16,33). Se il κόσμος quale sistema di potenze alienanti è cattivo Cristo resta comunque l’Autore della vita (ἀρχηγόν; Atti 3,15) perciò il pensiero gnostico dilata al massimo questa divaricazione tra mondo/cosmo (malvagio) e vita (buona) secondo la quale occorre quindi dissolvere il cosmo e superarlo per entrare nella vera vita e tornare all’origine divina.

L’opera di Carmelo si rivela gnostica anche in questo: nell’estremizzare l’“essere nel mondo” ma non “del mondo” (Gv. 15,19) per cui la sua opera da una parte si creava quale scena vuota, quale mondo autogeno e alternativo e dall’altra teneva a distanza ogni riconoscimento rappresentativo quanto funzionale e mimetico. Il pubblico, basito, reagiva con il nome di “genio” perché non aveva a disposizione altri termini qualificativi per cercare di delimitare tale insostenibile alterità e irrelazione performante chiamata Carmelo Bene.

Era “genio”? Sì, nel senso di artefice che trasmetteva e metteva in scena un senso intenso di auto-genìa. Sì, nel senso di daimon, cioè rapimento estatico per via estetica, ebrezza ninfica e silenica ma orbata volutamente dai meccanismi di induzione generativa.

Bastano queste due sue incursioni televisive per mostrare che una profonda intensità può vincere e restare se stessa anche dentro il liquido amniotico totalizzante del grembo televisivo…