Mi perdo nell'universo creato dal nostro signore e vivo i migliori anni della mia vita al tuo fianco, sotto la tua protezione, come una perla in un portagioie. Ti prego di accettare la pena di questa tua miserabile schiava che soffre la tua assenza perché è solo al tuo fianco che trovo pace.

(Lettera di Roxelana per Solimano)

Il mio vero nome è Aleksandra Anastasija Lisowska, ma sono conosciuta come Roxelana.

Sono nata nel 1504 in Rutenia, oggi parte della moderna Ucraina. Figlia di un prete ortodosso, vengo rapita dai Tatari di Crimea, giovanissima, tra il 1512 e il 1520, durante il regno di Selim I.

A Caffa, colonia commerciale genovese dove, tra i tanti beni di scambio, venivano inclusi anche gli schiavi, venni acquistata per conto della famiglia reale ottomana.

A soli 16 anni entro a far parte dell’harem imperiale del nuovo sultano, Solimano I il Magnifico, succeduto al padre dopo la sua improvvisa e prematura scomparsa. Solimano è più grande di me di circa dieci anni e il mio arrivo sconvolge gli schemi di secolari regole relative alle relazioni dei sultani.

Un sultano ha relazioni con più concubine, per una maggiore possibilità di avere Şehzades, principi ed eredi al trono. Una volta nato il figlio maschio, il regnante interrompe la relazione con la madre del figlio, lasciandole la possibilità di educarlo e seguirlo nei distretti (o sanjak) di cui sarebbero divenuti governatori. Solimano, seguendo questa regola tramandata negli anni, al momento della salita al trono ha già un figlio maschio, erede: Mustafa, nato dalla relazione con Mahidevran Hatun, che detiene la carica privilegiata di Baş Kadın o madre del figlio più grande.

Ma quando mi conosce, divento sin da subito la sua favorita e ogni regola prestabilita decade. Mi converto all’Islam e Solimano mi dà il nome di Hürrem, o “la gioiosa”. Iniziamo una relazione monogama, durata fino alla mia morte.

Dal nostro amore nascono cinque figli: Mehmed, Abdullah, Cihangir, Bayezid e Selim, destinato a divenire il successore di Solimano.

Nostra figlia: Mihrimah Sultan risulta tra le principesse ottomane più potenti della storia. Dopo la nascita di Mehmed, Solimano, per amore, mi libera dal mio status di schiavitù. Divento una donna libera, e il mio sultano porta la nostra relazione a un livello superiore: nel 1533 mi sposa e divento Haseki, o consorte imperiale, un titolo mai esistito fino ad allora, in quanto i sultani sono soliti sposare nobili principesse straniere.

Tale ascesa non fu ben recepita nell’harem del Magnifico. Mahidevran Hatun vede sfuggirsi l’alto status di Baş Kadın dalle mani e, per gelosia, mi aggredisce fisicamente, picchiandomi selvaggiamente e venendo scoperta da Solimano, lui rompe ogni rapporto con l’ex favorita.

Si narra che la madre del sultano, Hafsa Sultan, muoia dal dispiacere causato dai continui dissapori con me, non accetterà mai la relazione tra me e suo figlio.

Deteneva l’alta carica di Valide Sultan, e alla sua morte, io vengo messa a capo dell’harem, divenendo la consigliera più fedele di Solimano. Numerose sono le lettere che ci scambiamo nei lunghi periodi di assenza del sultano per via delle numerose campagne militari.

Mi faccio carico di riferire i fatti di corte e presenzio ai concili reali di mio marito tramite una finestra velata.

Questa mia importante presenza nella vita politica del sultano diede adito ad accuse pesantissime nei miei confronti. Negli anni, imputarono alla mia influenza sia la decisione di Solimano di far uccidere Ibrahim Pashā, suo amico e fidato consigliere, e sia il primo figlio, Mustafa, per alto tradimento, così da far salire sul trono i nostri figli. Ancor oggi, numerosi documenti sono al vaglio degli studiosi per comprendere la verità: il giovane principe, infatti, era sostenuto dalla potente forza dei Giannizzeri; si cerca ancora di capire se esistesse l’intenzione in Mustafa di detronizzare il padre.

Sono tra le prime a dare piena fiducia a Mimar Sinan, destinato a divenire l’architetto capo dell’impero ottomano. Gli vennero commissionate opere ammirabili ancora oggi: il Complesso Haseki Sultan e l’Haseki Hürrem Sultan Hamamı.

Numerose, sono le struggenti poesie d’amore scritte per me da Muhibbi, il nome poetico scelto da Solimano, che mi definiva come:

Mia amica più sincera, mia confidente, la mia stessa esistenza, mia Sultana, il mio unico e solo amore.

La mia Istanbul, la mia Caraman, la terra della mia Anatolia, il mio Badakhshan, la mia Baghdad e il Khorasan.

Canterò per sempre le tue lodi: io, amante dal cuore tormentato, Muhibbi dagli occhi pieni di lacrime, sono felice.

Nonostante la carica raggiunta, non arrivo mai a divenire Valide Sultan. Muoio in seguito a una lunga e sconosciuta malattia nel 1558, lasciando vedovo l’affranto Solimano, che mi sopravvisse per altri 8 anni. Il sultano non smise mai di amarmi: si narra di come fece distruggere ogni strumento musicale per non disturbare il mio riposo sofferente.

Ho dato il via al periodo noto come “Sultanato delle donne”: anni di intrighi e giochi di potere alla corte ottomana. Una volta rotta la tradizione, anche il successore di Solimano, Selim II, sposò la sua favorita, Nurbanu Sultan. Non mancarono negli anni i colpi di scena: celebre è l’ordine dell’omicidio di Kösem Sultan, amatissima Valide Sultan vissuta decenni dopo di me, da parte di Turhan Sultan, ultima figura ad essere annoverata tra le più potenti Valide del Sultanato delle donne.

Ancora oggi, vengo ampiamente celebrata. A Mariupol, dal 2007, esiste una moschea dedicata alla “Sultana venuta dall’Est”.

In Turchia, in anni recenti, la storia di quest’amore leggendario è stata raccontata ne Il Secolo Magnifico, acclamatissima serie TV giunta fino in Italia.

Nonostante le numerose luci e ombre, la storia tra me e Solimano resta leggendaria.

Le struggenti parole del mio sultano per “la mia dolcezza, la mia rosa, l’unica che non mi angoscia in questo mondo” sono impresse nella storia, raccontando una relazione capace di spaccare le tradizioni prestabilite, dando vita a un amore senza precedenti, impareggiabile e ancora oggi celebrato.

Tanto amore a tutti, fuori dagli schemi, dalle regole, dalle rinunce.

Non bastano le parole e non sarà mai sufficiente l'inchiostro per comunicare la gioia e la felicità che provo stando al tuo fianco. I ricordi dei nostri giorni riempiono il cuore della tua serva e lo consolano in tua assenza. Il mio morale è basso quando non ci sei e non c'è medicina per questa pena. La mia sola preghiera è di poterti rivedere presto e non separarmi più da te, nè in questo mondo, né in quello che ci attende dopo la morte.

(Lettera di Roxelana a Solimano)