Seguendo un reportage sulla guerra in Myanmar del fotoreporter indipendente Collin Mayfield ho scoperto l’ONG Khthon.
Dopo una breve ricerca online, ho appreso che l’organizzazione si occupa di localizzare, analizzare e monitorare fosse comuni e crimini di guerra in diverse zone di conflitto nel mondo.
Come riportato sul sito, Khthon1 si impegna ad adottare approcci interdisciplinari alla ricerca accademica, avvalendosi di tecniche di OSINT e SATINT; queste ultime verranno approfondite nel prossimo paragrafo.
OSINT è l’acronimo di Open Source Intelligence e indica la raccolta e l’analisi di informazioni provenienti da fonti pubblicamente accessibili, come social media, database pubblici e immagini satellitari. Questo approccio è utilizzato da diversi attori, sia in ambito civile che istituzionale, tra cui giornalisti, ONG, ricercatori e analisti di intelligence e del rischio.
SATINT (Satellite Intelligence) è una forma di intelligence basata sull’analisi dei dati raccolti dai satelliti, in particolare delle immagini della superficie terrestre. La SATINT utilizza immagini satellitari ottiche, radar satellitari e analisi temporali per individuare cambiamenti sul terreno. Quest’ultima metodologia risulta particolarmente rilevante poiché consente di identificare scavi recenti e alterazioni della superficie compatibili con la presenza di fosse comuni.
Grazie all’uso combinato di OSINT e SATINT, Khthon riesce a svolgere il proprio lavoro di monitoraggio e documentazione sul campo. La loro mappa interattiva mostra alcuni dei casi più evidenti.
Procedendo da ovest verso est, la mappa evidenzia fenomeni in Messico, in Sudan e nel deserto del Sahel, fino ad arrivare al Myanmar: questa rappresentazione, tuttavia, non copre l’intera portata del loro lavoro. Sul sito della ONG è possibile consultare numerosi report suddivisi in diverse categorie: analisi dettagliate, come quella sul genocidio in Sudan; resoconti sui conflitti attivi; e panoramiche che offrono una visione d’insieme su varie aree o nazioni.
Il report sul Sudan e l’importanza dei controlli incrociati
Un caso particolarmente significativo è quello del massacro perpetrato dalle RSF (Rapid Support Forces) nei campi profughi di Zamzam e Abu Shouk, nel Darfur settentrionale, Sudan.
I due campi sono stati originariamente istituiti nel 2004 a causa della guerra in Darfur e oggi ospitano popolazioni sfollate a seguito dell’attuale conflitto in Sudan (2023–presente). Oltre a gravi difficoltà umanitarie, come la carestia, i campi sono stati colpiti da bombardamenti, sparatorie indiscriminate e incendi dolosi attribuiti alle RSF, gruppo paramilitare sudanese.
Nei report non viene indicato un numero preciso di vittime, ma è presente una stima cronologica dei morti e dei feriti che copre il periodo da aprile 2024 fino al 10–13 aprile 2025, quando si è verificato l’attacco più grave, culminato con la presa del controllo del campo di Zamzam da parte delle RSF.
Alle date specifiche degli attacchi è associata documentazione visiva, seguita da immagini satellitari. Sebbene sia difficile stabilire con certezza la presenza di fosse comuni, risulta evidente l’attività di sepoltura; nelle immagini successive è inoltre chiaro l’aumento dei tumuli funerari e l’intensificarsi dei bombardamenti su obiettivi civili.
Attraverso l’incrocio di dati OSINT provenienti da social media e da testate giornalistiche internazionali come Al Jazeera, AP e Reuters, Khthon è riuscita a fornire una stima minima delle vittime.
Ho voluto riportare questo caso in particolare non solo perché relativamente recente e coperto dai media generalisti solo per un periodo limitato, ma anche perché mette in evidenza la quantità di lavoro, analisi e controllo incrociato che si cela dietro ogni singolo caso documentato da Khthon. Il report sul Sudan mostra come la ricostruzione degli eventi richieda un costante confronto tra fonti visive, immagini satellitari e dati OSINT, evidenziando la complessità di questo tipo di indagine.
Il ruolo internazionale di Khthon
La produzione costante di documentazione rappresenta uno degli elementi centrali del lavoro di Khthon, permettendo alle loro analisi di circolare anche al di fuori del contesto originario in cui vengono prodotte. Alcuni media universitari e ONG descrivono infatti Khthon come un attore in grado di fornire dati e analisi anche a istituzioni come le Nazioni Unite, sebbene non esistano, ad oggi, casi pubblici in cui i loro report siano stati adottati formalmente come prove legali in tribunali internazionali. Ciò nonostante, la diffusione di questi materiali su piattaforme di informazione e sui social media ha contribuito ad aumentare la consapevolezza globale riguardo a violazioni dei diritti umani in aree raramente coperte dai media mainstream.
In un’epoca come la nostra, in cui i social media vengono spesso utilizzati più dei media tradizionali, soprattutto dalle generazioni più giovani, la presenza di outlet indipendenti capaci di diversificare le fonti di informazione risulta fondamentale. Questi canali contribuiscono a colmare vuoti informativi, offrendo visibilità a contesti e tematiche altrimenti marginalizzati.
La mappa interattiva globale delle fosse comuni (GMG) di Khthon, sviluppata dai ricercatori del Progetto Khthon, è consultabile sul sito. Qui uno screenshot della mappa mondiale.
Inoltre, oggi è sempre più importante affiancare i media tradizionali e le agenzie di informazione mainstream a realtà mediatiche indipendenti, così da poter accedere a un punto di vista più ampio e completo.
D’altro canto, le piattaforme digitali ed i media mainstream presentano alcuni limiti. La logica algoritmica che governa i social media tende infatti a privilegiare contenuti sensazionalistici o polarizzanti, influenzando la visibilità delle notizie e riducendo la pluralità del dibattito pubblico. Allo stesso modo, i media tradizionali, spesso vincolati a interessi economici, politici o editoriali, possono offrire una rappresentazione parziale della realtà, lasciando poco spazio a voci alternative e a tematiche considerate marginali.
Come sottolineato da Sam McKnight, ideatore e capo della ONG, in un articolo pubblicato su The Saint, Khthon si concentra su luoghi di cui pochi hanno sentito parlare, con l’obiettivo di dare voce a chi è stato dimenticato. McKnight osserva inoltre come molti giovani, concentrandosi su una crisi globale alla volta, rischino di trascurarne altre, ed esprime la speranza che, attraverso Khthon, ciò non accada.
Personalmente, mi sento molto vicino a questa riflessione. Trovo particolarmente significativo che un mio coetaneo, a soli 22 anni, sia riuscito a ideare e realizzare un progetto così ambizioso, capace di coniugare tecnologia e diritti umani.
Questo mi porta a riflettere sul ruolo delle nuove generazioni: è incoraggiante vedere giovani impegnati nelle questioni geopolitiche e capaci di farsi portavoce, soprattutto attraverso gli spazi digitali.
Allo stesso tempo, ritengo che esista un rischio concreto: concentrarsi su un’unica emergenza globale, spesso quella più visibile o “in tendenza”, può portare a perdere di vista altre crisi altrettanto rilevanti. Ancora più delicato è il rischio che l’impegno rimanga confinato alla dimensione virtuale, senza tradursi in azioni concrete. È proprio qui che il lavoro di Khthon si distingue, poiché non si limita alla sensibilizzazione, ma interviene attivamente documentando e monitorando crimini reali, contribuendo alla costruzione di strumenti concreti di giustizia e responsabilità internazionale.
Volendo concludere con una riflessione personale più ampia, il nostro tempo appare spesso cinico e indifferente; tuttavia, nelle nuove generazioni sono evidenti un crescente coinvolgimento e una forte volontà di esprimersi in modo attivo. La vera sfida consiste nel riuscire a coniugare questo slancio con strumenti pratici e concreti, capaci di trasformare l’interesse e l’impegno in azioni durature e significative. Khthon, insieme a molte altre realtà simili, rappresenta uno di questi strumenti.
Note
1 Project Khthon adotta approcci interdisciplinari alla ricerca accademica, OSINT, SATINT e metodi di ricerca correlati per identificare e analizzare fosse comuni, crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani nelle zone di conflitto in tutto il mondo.















