Nel 2026 il rischio di una guerra mondiale è più alto che mai. Non si respirava un’aria così tesa dai tempi della Guerra Fredda. Ma siamo davvero ad un passo dalla “terza guerra mondiale”? Quando davvero si può parlare di una “guerra mondiale”?
Il confine tra conflitto internazionale e guerra mondiale è molto labile. Solitamente, affinché una guerra sia davvero “mondiale”, c’è bisogno di un coinvolgimento attivo di tutte le maggiori potenze internazionali (vedasi le due Guerre Mondiali del Novecento). Attualmente (e per fortuna) questo non sta accadendo. L’equilibrio internazionale è certamente legato al conflitto tra due potenze come gli USA e l’Iran, ma gli altri Paesi non sembrano essere parti attive. In sintesi, gli schieramenti non sono delineati, le superpotenze si spalleggiano ma non ci sono veri e propri contingenti unitari ed attacchi che partono da più fronti.
Questo, però, non vuol dire che non ci si trovi in una situazione di instabilità politica a livello globale. Attualmente nel mondo ci sono circa 50 conflitti, divisi per intensità (il numero di morti provocati) ed estensione. Almeno 9 i conflitti ad alta intensità e altri che via via scendono di valore (ma non di importanza), come, ad esempio, gli scontri al confine tra India e Pakistan, le insurrezioni nelle Filippine e via dicendo. Tra quelli più gravi (più di 10000 morti all’anno) si citano i conflitti in Iran, Ucraina, Palestina, Sudan, Myanmar, Siria, Nigeria, Pakistan (le continue insurrezioni) e Messico (la guerra con i cartelli della droga).
I dati, riscontrabili anche sul web, sono stati raccolti di recente (marzo 2026) dal Comune di Ferrara attraverso il suo giornale Cronaca Comune che ha citato fonti come l’ACLED, l’ONU e diverse testate internazionali come CNN e CBS. Più che una guerra mondiale, si potrebbe dire che stiamo vivendo una guerra diffusa. Un conflitto che, per certi versi, è ancora più logorante. Una guerra vissuta ogni giorno, per anni, che provoca distruzione e morti di continuo. Il tutto mentre in una parte del mondo milioni di persone vivono senza avere minimamente contezza di quanta morte e devastazione ci siano nell’altro emisfero.
Secondo recenti stime dell’UNHCR (l’ufficio dell’ONU per i migranti) risalenti a metà 2025, nel mondo ci sono circa 122 milioni di persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa delle guerre. Il rapporto Global Trends fotografa una realtà tremenda, insostenibile e aberrante. Un trend in aumento costantemente negli ultimi anni dovuto soprattutto ai nuovi conflitti in Iran e Palestina che hanno provocato altre centinaia di migliaia di sfollati dopo le già persistenti guerre in Sudan, Myanmar e Ucraina. Spesso gli sfollati però non riescono ad abbandonare il proprio Paese ma decidono di lasciare solo la propria città o il proprio villaggio. Sono i cosiddetti “sfollati interni” che, secondo l’Oxfam, erano 83,4 milioni nel 2024, un numero in aumento rispetto al passato. Il rapporto dell’UNHCR, invece, fornisce un altro dato interessante.
Il 67% dei rifugiati che scappano resta nei Paesi limitrofi o in quelli a basso reddito, evitando quindi le “regioni ricche”, nonostante la percezione internazionale dica il contrario. Questo vuol dire che i Paesi a basso-medio reddito accolgono il 73% dei rifugiati mondiali, ospitando una quota sproporzionata rispetto alle proprie risorse.
Tuttavia, sottolinea ancora l’ufficio dell’ONU, mentre il numero di rifugiati è raddoppiato, l’investimento in termini di accoglienza è rimasto invariato. In sintesi: si scappa di più e si investe di più in armamenti, ma non si spende di più per l’accoglienza e l’integrazione. Bisogna, però, allungare lo sguardo e valutare quale sarà il futuro di tutte quelle regioni del mondo che ora sono letteralmente in macerie. Città, infrastrutture, beni architettonici. Ciò che ora è crollato dovrà essere ricostruito.
E quanto costerà tutto questo? Chi pagherà dopo che i governanti di alcuni Paesi hanno deciso di disseminare morte e distruzione?
Il caso più rumoroso è sicuramente quello dell’Ucraina. Per la ricostruzione del Paese l’Unione Europea ha previsto lo stanziamento di circa 50 miliardi di euro nel periodo 2024-2027 tramite uno strumento specifico comunitario.
In effetti, gli stessi Paesi che finanziano le armi di difesa dell’Ucraina, potrebbero essere gli stessi che poi pagheranno per la ricostruzione. L’Unione Europea, che ad oggi non è riuscita a metter fine al conflitto, sarà quindi tra i primi finanziatori della ripresa ucraina. Per quanto riguarda l’Italia, dal 2023 è operativa presso la Farnesina la Task Force per la Ricostruzione e la Resilienza dell’Ucraina con l’obiettivo - si legge sul sito ufficiale - di “mettere efficacemente in rete e razionalizzare capacità, sforzi e contributi delle varie articolazioni nazionali e assicurare una interlocuzione unica, continua e immediata con partner e attori internazionali”.
La struttura, coordinata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, raccoglie attorno a sé anche altri soggetti come Confindustria, Dipartimento della Protezione Civile e molte agenzie governative come ad esempio la SACE (la Sezione speciale per l'Assicurazione del Credito all'Esportazione) e l’ICE (l’Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane).
Ma la spesa sarà, con ogni probabilità, molto più ampia, almeno 500 miliardi secondo una recente analisi della Banca Mondiale (i cui azionisti di maggioranza sono gli USA). In questo gigantesco piano di investimenti potrebbero rientrare anche dei privati imprenditori e si potrà beneficiare di ulteriori proventi di beni confiscati alla Russia. I settori più attenzionati sono sicuramente quello energetico e delle infrastrutture. La questione, tuttavia, resta fumosa e il rischio di infiltrazioni criminali e speculazioni è dietro l'angolo.
Il primo passo dovrà essere, in ogni caso, la fine del conflitto armato. Almeno 185 miliardi, invece, è in questo caso la previsione di spesa offerta dalla Banca Mondiale in riferimento alla ricostruzione della Siria dopo la guerra civile che ha dilaniato il Paese. Bisognerà ricostruire strade, infrastrutture energetiche, case, scuole e tutto ciò che in 14 anni di guerra è andato perduto, in particolare nelle aree di Aleppo e Damasco. Diversi milioni di rifugiati (almeno 1 milione solo in Unione Europea) che hanno lasciato un Paese devastato dalla guerra dei ribelli contro il regime di Assad, deposto definitivamente nel dicembre scorso. 11 anni di guerra che hanno graffiato per sempre quella regione del mondo.
Tra i primi investitori i Paesi del Medio Oriente alleati degli USA, questo perché, dopo anni, gli americani hanno fatto decadere le sanzioni contro la Siria, seguiti a ruota da tanti Stati europei e arabi. Una riconciliazione diplomatica che però potrebbe livellare in ribasso una certa lotta al terrorismo sbandierata in quell’area (ad esempio, il nuovo capo di Stato israeliano, Al-Shara, era stato imprigionato proprio dagli americani in Iraq con l’accusa di appartenere ad Al-Qaeda).
L’apertura diplomatica però comporta anche maggiori impegni in termini di finanziamenti esteri, sia privati che pubblici. Emirati Arabi Uniti, Qatar e Usa su tutti, ma anche partner internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, l’organo dell’ONU che ha il compito di garantire la stabilità del sistema monetario e finanziario globale. L’Italia, invece, dopo aver aperto prima di tutti un riferimento diplomatico in Siria, dovrebbe, secondo quanto riferito dal ministro Tajani, dedicare ai progetti di collaborazione con la Siria circa 68 milioni di euro. Spostandoci di qualche chilometro, sempre in Medio Oriente, non si può non analizzare la situazione di Gaza. L’attacco nella Striscia di Israele (che in realtà ancora continua a livelli ridotti) ha rappresentato per la storia recente una delle più gravi crisi umanitarie che ha spinto l’ONU a parlare dichiaratamente di genocidio.
Oltre al già triste dato dei 67mila palestinesi morti (altre fonti parlano anche di 71mila), i rilievi segnalano anche centinaia di migliaia di edifici distrutti o danneggiati, almeno l’80% dell’intero territorio di Gaza.
Per l’ONU e la Banca Mondiale la cifra è mostruosa: per la ricostruzione, ad oggi, ci vorranno almeno 53 miliardi di dollari. Mettendo da parte per un momento il fantasioso progetto di Trump di costruire una riviera nella Striscia, la previsione è che per restituire ai palestinesi un’area vivibile in quello specifico territorio ci vorranno almeno 10 anni. La ricostruzione vedrà il coinvolgimento dell'Unione Europea, degli Usa, dei Paesi arabi, dell'Onu e si punta a coinvolgere anche lo stesso governo israeliano a guisa di “risarcimento danni”.
Anche in questo caso il progetto è appetibile sia per fondi pubblici che per investitori privati. Non è chiaro ancora a che livello economico si potrà assestare l’impegno del Governo Meloni che, tuttavia, ha già dato parere positivo al progetto di stabilizzazione proposto da Donald Trump. Il presidente USA ha creato una nuova agenzia governativa, il Board of Peace (il Consiglio di Pace) proprio per progetti internazionali di questo tipo. L’Italia non ha aderito ufficialmente, ma la premier Meloni ha sottolineato la disponibilità a partecipare attivamente al processo di stabilizzazione.
L’Italia, a dire il vero, non potrebbe far parte del Board non solo per volontà politica ma anche per quanto dichiarato espressamente dalla Costituzione che, attraverso l’articolo 11, chiarisce che l’Italia può cedere sovranità solo ad organi internazionali che garantiscono parità e giustizia.
Il Board, così come è strutturato (i Paesi dovrebbero immettere una cifra di ingresso pari a 1 miliardo di euro), è considerato un ente privato e contrasta con l’articolo 11. A ben vedere, però, la distruzione provocata dai recenti conflitti non è semplicemente “strutturale”. Ad andare in fumo non sono stati solo case, palazzi e strade, ma anche interi siti architettonici e artistici in molti casi protetti dal sigillo UNESCO. Ad essere colpiti soprattutto la Siria e l’Iraq, bersagli delle bombe ma anche dei raid dei membri terroristici della Jihad. I siti più noti sono quelli di Palmira, Aleppo, Nimrud, Mosul, Hatra.
L’Isis, soprattutto nei tempi in cui era riuscito ad avere forti poteri proprio in Siria ed Iraq, ha saccheggiato e distrutto questi siti per motivi di propaganda religiosa ma anche per incentivare a proprio favore il traffico illegale internazionale di beni archeologici. Le bellezze di queste antiche città della Mesopotamia potrebbero essere perse per sempre. Ed è per questo che l’UNESCO sta mettendo in atto tutte le azioni per recuperare una pagina di storia che sembra strappata definitivamente.
Nel 2015 ha dato vita al progetto “Unite4Heritage”, un movimento globale nato come risposta alla distruzione da parte dell'Isis delle inestimabili opere d'arte in Medio Oriente. L’Italia ha subito aderito presentando nel 2016 la nascita dei “caschi blu della cultura”, una task force della cultura formata da restauratori, archeologi e tecnici scientifici guidati dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale. Le bombe, però, sono cadute anche su edifici religiosi o musei poco noti al pubblico internazionale ma dall’altissimo valore artistico e culturale. A Gaza, per esempio, i bombardamenti non hanno risparmiato i musei locali e la Grande Moschea, così come diversi archivi e in generale tutto il centro storico cittadino.
Stesso discorso per l’Ucraina, dove l’avanzata russa ha danneggiato o distrutto, secondo l’UNESCO, almeno 53 dei 117 siti con il sigillo. Il mondo che esce da questi primi anni del nuovo millennio, in definitiva, è un posto più povero di arte, che rischia di perdere per sempre tracce di un passato che appartiene a tutti e di culture individuali che sono alla base della sopravvivenza di ogni singolo Stato. Nel frattempo, aumentano le persone che abbandonano le proprie terre, si moltiplicano i soggetti a rischio di malnutrizione (soprattutto bambini) e si estendono a macchia d’olio i nuovi signori della guerra e imprenditori che, anche senza un’arma in mano, con un completo blu da migliaia di dollari indosso, rischiano di decidere silenziosamente il destino di milioni di abitanti.
Non siamo in una guerra mondiale, dalla comodità delle nostre poltrone non corriamo il rischio di vedere razzi che volano sulla nostra testa. Eppure, probabilmente, stiamo contribuendo a creare un nuovo ordine sociale. Un peso che questo pianeta alla lunga non potrà più sostenere.















