Ogni volta che emergono nuove storie di abusi da parte della polizia, il dibattito si accende per qualche giorno. Si parla di qualche mela marcia, di episodi isolati, di indagini interne che faranno luce. Poi, puntualmente, tutto viene archiviato nella memoria collettiva, fino alla prossima tragedia. Dall'omicidio di Federico Aldrovandi nel 2005 a quello di Stefano Cucchi nel 2009, passando per Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Michele Ferrulli, Domenico Ferrulli, Franco Mastrogiovanni, Dario Narducci e più recentemente Ramy Elgaml e Moussa Diarra, la storia si ripete con preoccupante regolarità.

Ma perché il problema degli abusi di polizia sembra essere un male cronico in Italia? E perché chi denuncia viene spesso isolato o screditato?

Il lato oscuro della polizia italiana

Nonostante le condanne di alcuni agenti coinvolti in casi di violenza, il sistema sembra sempre pronto trovare una scusa. Insabbiamenti e solidarietà aziendale rendono difficile ottenere giustizia. Quando Aldrovandi morì per le percosse ricevute durante un controllo, gli agenti coinvolti furono sostenuti da colleghi e sindacati, che difesero il loro operato fino alla condanna definitiva. Lo stesso è accaduto nel caso di Cucchi, dove i depistaggi e le versioni ufficiali sono cambiati più volte prima che la verità venisse a galla.

Non si tratta di casi isolati, ma di sintomi di un problema più profondo: la difficoltà di ammettere che all'interno delle forze di polizia italiane esiste una cultura della violenza che fatica a essere sradicata.

Una riforma incompleta

Nel 1981 la polizia italiana è stata smilitarizzata con una riforma che avrebbe dovuto renderla più vicina ai cittadini e più democratica. Tuttavia, molti aspetti autoritari sono rimasti, sia nella mentalità che nelle strutture. La formazione degli agenti è ancora incentrata sull'obbedienza alle gerarchie che sulla gestione dei conflitti; i sindacati di polizia, invece di promuovere il cambiamento, spesso difendono gli agenti accusati di violenza.

Negli anni '70, alcuni agenti si sono battuti per una polizia più equa e trasparente, mentre oggi i sindacati più influenti si oppongono a qualsiasi vera riforma, rafforzando uno spirito conservatore che rende ancora più difficile la soluzione del problema.

La cultura dell’impunità

Uno dei problemi principali è la mancanza di un sistema di monitoraggio efficace degli abusi della polizia. In molti Paesi europei, gli agenti devono indossare codici di identificazione per essere riconoscibili in caso di violenze o abusi. In Italia, tuttavia, questa proposta è stata ripetutamente respinta. La responsabilità disciplinare interna è gestita proprio dall'istituzione che dovrebbe controllarla, con il risultato che le sanzioni sono rare e le conseguenze per gli agenti spesso inesistenti.

Questo clima di impunità ha portato a casi di violenza sempre più gravi, dai pestaggi nella caserma di Piacenza alla violenta repressione dei manifestanti durante il G8 di Genova. Episodi che non solo hanno minato la fiducia dei cittadini nelle forze dell'ordine, ma hanno anche creato un pericoloso precedente: in Italia, essere vittima di abusi di polizia significa spesso dover lottare per anni prima che la verità venga riconosciuta.

Stessa storia, nuove vittime

Il dibattito sugli abusi della polizia in Italia sembra destinato a ripetersi senza portare a cambiamenti concreti. Chiunque provi a parlare di riforme viene immediatamente etichettato come “anti-polizia”, e ogni episodio di violenza viene trattato come un caso isolato invece che come parte di un problema più ampio. Nel frattempo, le vittime aumentano, la sfiducia nelle istituzioni cresce e tutto si ferma.

Finché non si supererà questa mentalità di cieca difesa della polizia, sarà difficile parlare di giustizia per chi subisce abusi. E la prossima volta che sentiremo parlare di un ragazzo morto dopo un controllo, ci ritroveremo a porci sempre la stessa domanda: è davvero un'eccezione o è solo l'ennesimo capitolo di una storia che non cambia mai?

Quando la violenza diventa legge, la giustizia diventa un crimine

Viviamo in un'epoca in cui la violenza non è solo tollerata, ma anche legittimata da chi detiene il potere. La paura è diventata un'arma politica, gli abusi di Stato non sono più un'eccezione, ma una strategia. L'Italia sta seguendo una traiettoria ben precisa, avvicinandosi sempre di più a modelli autoritari in cui controllo e repressione diventano strumenti di governo. Basta guardare cosa sta succedendo in paesi come l'Ungheria di Orban, dove la libertà di stampa è soffocata e chi dissente è messo all'angolo, o la Russia di Putin, dove oppositori e giornalisti vengono imprigionati o assassinati.

Negli Stati Uniti, sotto governi reazionari, stiamo assistendo a un aumento della violenza da parte della polizia, soprattutto contro le minoranze e gli emarginati. Non devo spiegarvi io la deriva: il potere gioca sulla paura, e chi controlla la forza pubblica ha un interesse diretto a mantenere uno stato di tensione permanente, dove chi osa alzare la voce viene delegittimato o, nei casi peggiori, brutalizzato. La domanda non è più dove andremo a finire, ma quando ci renderemo conto di essere finiti dalla parte sbagliata della storia.