Pronunciamo la parola tranquillità con voce piana e il volto che volge al sorriso.

Ascoltiamone il suono che si espande nell’aria, lasciamoci trasportare da vocali e consonanti che si accovacciano liete le une accanto alle altre fino a compiere il balzo nella “à” accentata finale. Un piccolo lago interiore si schiude, regalandoci un’immersione nel tepore accogliente che lascia fuori i pensieri neri che talvolta si aggrovigliano nella nostra mente. Nella parola tranquillità si ritrova la quiete, i venti della fretta si ammorbidiscono, le vele dell’intemperanza si sgonfiano e le turbolenze dell’animo lasciano spazio alla bonaccia.

L’acqua del mare tranquilla è in uno stato di calma.

Il cielo tranquillo è terso, limpido, sgombro di nuvole, come quello di alcune giornate di luce e di assenza di pensieri arrotolati su loro stessi nelle nostre menti.

Eugenio Montale nella poesia Ciò che di me sapeste, della raccolta Ossi di seppia, rende tranquillo l’azzurro, con solo un sigillo che vieta la limpidezza del cielo.

Ed era forse oltre il telo
l'azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.

La luce tranquilla è soffusa, attenuata, non abbagliante, come quella che regalano i lampioni veneziani a chi ha il cuore aperto per immergersi nelle calli e perdersi per un po’ nel dedalo dell’incertezza. O come quella della lampada di sale che illumina con generosità, cautela e sorprendente slancio un ambiente accogliente, affettuoso e carico di emozioni.

Le voci tranquille sono tenui e lievi.

Un luogo tranquillo è poco frequentato, silenzioso, non disturbato, soffuso di pace e di serenità. Un animo tranquillo non è inquieto, ha fiducia negli accadimenti della vita, guarda agli altri esseri senzienti con benevolenza.

Un animale tranquillo è mansueto e docile.

Un sonno tranquillo non è agitato né turbato da preoccupazioni diurne, da fantasmi, da tensioni, da conflitti, da parole ringhiate con astio.

Un desiderio tranquillo è sopito, contenuto, moderato, come talvolta capita quando nei panorami le colline prendono il posto dei dirupi più aspri.

L’aggettivo tranquillo è un prestito latino: tranquillus si diceva nella Roma antica per significare ‘calmo’, ‘sereno’ e probabilmente è derivato dalla radice di quĭes, ‘quiete’, con il prefisso trans- collocato davanti, per indicare che oltre la quiete si trova la tranquillità. Questa radice si può confrontare con l’antico persiano šiyātim che voleva dire ‘felicità’, ‘benessere’: il nucleo più solido della felicità diventa in questo caso la tranquillità. O forse il nucleo più solido della tranquillità diviene la felicità. Traendo spunto dal titolo del romanzo di Yasmina Reza Felici i felici, così potremmo scrivere “tranquilli i tranquilli” o “tranquilli i felici” o “felici i tranquilli”.

E forse allora possiamo forzare il pensiero di sua Santità il Dalai Lama, secondo il quale il fine ultimo dell’esistenza umana può essere riassunto in una frase che egli stesso ripete da decenni: “Il fine della vita è essere felici”. Forse possiamo aggiungere che il fine ultimo della vita è essere tranquilli. Del resto proprio il Dalai Lama sostiene che la felicità autentica deriva soprattutto dalla pace mentale, più che dal benessere materiale o dalle circostanze esterne.

La tranquillità è dunque uno stato di quiete interiore, un essere in pace al di là delle onde della vita. Diceva Chuang-tzu, filosofo taoista vissuto in Cina tra il IV e il II secolo avanti Cristo, in un’epoca di forte instabilità politica nota come periodo degli Stati combattenti: “A una mente tranquilla l’universo intero si arrende”.

Tutti gli esseri umani vorrebbero vivere tranquilli, senza le condizioni di ansia che talvolta increspano le esistenze, senza le guerre tra i popoli, senza i conflitti che alcune persone generano scaricando sugli altri la propria rabbia esistenziale e riproducendo senza sosta il proprio passato.

Ma l’anima della quiete va ancora più a fondo. Il termine quieto ci porta al sanscrito śānti, che significa pace, tranquillità, e che ripetiamo dopo aver praticato le sequenze di asana nello yoga. Ohm, śānti, śānti, śānti, ohm, quale forma di ringraziamento e devozione. Lì, in quell’ohm, si innestano la presenza e la volontà di non apparire. In quel śānti incontriamo l’animo che si rasserena al termine della pratica quando la pratica è nei contesti opportuni.

La tranquillità del quotidiano

Nella quotidianità, la tranquillità si rivela in faccende semplici: un tavolo in ordine dove ogni oggetto sembra aver trovato il suo posto come in un abbraccio, un ritmo di lavoro sostenibile, una conversazione che non pretende e non si trasforma in un’arena per dimostrare di essere la migliore o il migliore.

È un’ecologia della mente: riduce rifiuti di pensiero, ricicla gesti, risparmia energia emotiva. È una forma di sobrietà interiore, un’arte che si apprende lentamente, nello stare da soli con sé ad ascoltare sé.

La tranquillità si manifesta in modo inaspettato. Si apre come una finestra senza vetri: dalla stanza dell’anima entra aria, escono parole, resta il senso. Arriva senza bussare: una passeggiata serale da soli in riva al mare quando il vento sembra parlare una lingua antica e quando “la tua fiducia nell’alba modifica l’imbrunire”, come scriveva Emily Dickinson in una lettera al suo editore alla fine degli anni Cinquanta; l’annusare – tenendo gli occhi tondi spalancati - le pagine di un libro per trovarne l’essenza come se la carta custodisse il respiro di chi l’ha scritto, come se la carta fosse pelle e l’inchiostro sangue; un pavimento pulito su cui immagini le impronte dei tuoi amici più cari, segni invisibili di persone a cui vuoi bene e che ti vengono a trovare nel tuo piccolo spazio accogliente domestico; un fiore, un solo fiore regalato senza un perché e ricevuto solo con un sorriso; una domanda benevola e volta alla conoscenza reciproca pescata a caso dal mazzo delle carte della vita.

La tranquillità appare in gesti immacolati come nel respirare con consapevolezza alternando il ritmo di inspirazione, pausa, espirazione, pausa, assumendo le sembianze di un’onda che si infrange sugli scogli della diga inondata dal sole, si ritira nel mare e poi ritorna a spumeggiare vicino a te. Come nel meditare in un silenzio raccolto e discreto. Come nello scrivere o nel leggere poesie per il gusto di abitare le parole come si abita una casa luminosa. Come nella pratica che si intreccia con la teoria e con il vivere.

La tranquillità è un invito per noi, si posa dolcemente dove la invitiamo più spesso: non arriva per posta ma per pausa. La tranquillità è essa stessa un invito a noi per essere noi, con i nostri difetti e i nostri talenti da sviluppare quando siamo soli e quando siamo in relazioni che non chiedono di essere altro da ciò che siamo. È una condizione fragile e per questo merita rispetto: basta poco per perderla, serve tempo per ritrovarla.

La tranquillità diventa così un pensiero che si ferma, un gesto che si compie con cura, una parola che nasce senza ferire.

Perché la tranquillità, quando la riconosci, non è mai lontana: è già dentro di te, come una luce che attende di essere accesa. E tu, finalmente, la accendi.

La tranquillità nella meditazione cristiana orientale

La parola chiave, per i padri cristiani orientali, è hesychìa, sostantivo del greco antico che possiamo tradurre con ‘tranquillità’, ‘quiete’, ‘calma’, ‘riposo’, ‘pace’, ‘vita tranquilla’. Hesychìa è il sostantivo, hesychòs l’aggettivo: ‘calmo’, ‘tranquillo’, ‘pacifico’ e anche ‘mite’, ‘lento’, inoperoso’, ‘inerte’.

La sua origine non è certa. Alcuni studiosi l’hanno accostata alla radice indoeuropea sei, altri a su, la stessa da cui deriva il latino suavis e quindi in italiano ‘soave’, ‘dolce’, ‘facile’, ‘piacevole’. Potrebbe essere parente del sanscrito sukha, che significa ‘piacere’, ‘agio’, il contrario di dukkha, dis-agio, dis-ease, sofferenza, dolore.

La quiete è insieme semplice e oscura.

Nell’orazione, nella preghiera, nella mente che diviene consapevole di sé stessa, per i padri cristiani orientali, la mente diventa presente a Dio.

Secondo Evagrio Pontico (345–399 d.C.), uno dei più importanti maestri della spiritualità cristiana antica, particolarmente influente nel monachesimo orientale. il nous (e quindi la mente) quietamente assorbito in sé stesso raggiunge il “luogo del Trono di Dio” (quello che anche Dante Alighieri chiama l’Empireo) che secondo la Bibbia ha il colore azzurro dello zaffiro, del cielo sgombro. In questa postura meditativa-contemplativa, la mente ritrova la propria chiarezza, la coscienza assume le sembianze del cielo e lascia scorrere le nuvole senza che ne sia toccato.

Secondo Massimo il Confessore, (circa 580 – 662 d.C.), uno dei più grandi teologi, monaci e mistici bizantini, venerato come santo sia dalla Chiesa cattolica sia da quella ortodossa, l’asceta che trova la tranquillità non si limita ad allontanare i pensieri nocivi ma li usa, analizzandoli e disgregandoli come fossero un antidoto.

L’asceta che cerca e trova la tranquillità diventa quindi un omeopata, che utilizza il pharmakon (in greco) o il venenum (in latino) come rimedio per stare meglio, secondo la formula “il simile cura il simile”.

La tranquillità, i pensieri e i pugili

Anche i pensieri neri, quelli che si aggrovigliano nella mente e che sono l’effetto non voluto della volgarità che ti è stata scaricata addosso, possono essere parte del processo di guarigione. Rupert Spira (Londra, 1960), filosofo e insegnante spirituale inglese, oggi considerato una delle voci più autorevoli nel panorama moderno dell’Advaita Vedānta e della non-dualità, ha utilizzato un’immagine efficace per rappresentare come i pensieri e le emozioni possano diventare nocivi.

Nel silenzio sospeso di un ring che potrebbe essere il retrobottega della mente, due pugili si muovono come idee non ancora pensate del tutto: esitano, fluttuano, si avvicinano quel tanto che basta per studiarsi, poi si allontanano di nuovo. È una coreografia dell’incompiuto, un dialogo trattenuto tra ciò che siamo e ciò che temiamo di pensare. Da lontano, ogni gesto dell’altro sembra più pesante, ogni possibile colpo più duro, ogni respiro più affannoso. La distanza amplifica: è un gioco di prospettive, una lente d’ingrandimento posta sulle ombre invece che sulle forme.

I pensieri nocivi, quelli che si aggrovigliano nella mente, funzionano proprio così: non hanno bisogno di urlare per farsi ascoltare né di colpire per fare male. Basta che rimangano sospesi in quell’intercapedine fra percezione e rifiuto, fra “non voglio pensarci” e “non riesco a liberarmene”.

La distanza diventa allora un amplificatore emotivo: ciò che non tocchiamo ci tocca, ciò che teniamo lontano diventa più vicino, ciò che non affrontiamo ci affronta. Sono pugili che avanzano senza avanzare, fantasmi dotati di una consistenza che nasce unicamente dal nostro sguardo.

Eppure basta un mezzo passo avanti, un gesto semplice come il voltarsi verso il pensiero che si teme, perché tutto cambi direzione. Avvicinarsi non significa sfidare, né combattere; significa osservare. E nell’osservazione accade l’inspiegabile: il guantone perde peso, il volto perde durezza, il corpo perde minaccia. Il pensiero che sembrava temibile si rivela fragile come un attore che, visto fuori scena, non incute più timore ma rivela la propria umanità. È lì che comprendiamo che molti dei nostri avversari interiori non sono altro che figure mal illuminate: basta spostare la luce, non necessariamente la battaglia.

Il corpo, in tutta questa vicenda, fa da cornice eloquente. Le spalle si irrigidiscono, il respiro si accorcia, il diaframma si contrae. È il corpo il primo ring dove si combatte senza motivo: una contrazione qui, un nodo là, un tremito che cela più che rivelare. E allora il vero avvicinamento non è mentale, ma somatico: sciogliere, ammorbidire, lasciar fluire, scaricare, mettere a terra. Un respiro pieno vale più di mille strategie; una postura libera dissolve più paure di qualunque preparazione psicologica, un’imprecazione libera dalla rabbia.

La verità sottile - quella che solo la pratica paziente permette di vedere per raggiungere la complessità - è che i pensieri non vogliono colpirci: vogliono essere riconosciuti. Sono messaggeri maldestri, inviati da una parte vulnerabile di noi che non ha trovato parole migliori per farsi ascoltare. Se incontrati con accettazione, mostrano la loro natura primordiale: non sono nemici, ma forme transitorie della nostra stessa consapevolezza. Sono comunicazioni: queste persone, le persone con questi tratti, vanno evitate, non ci cascare la prossima volta, non accettare le manipolazioni, blocca sul nascere le critiche costanti e volgari.

E così il match con i pensieri si trasforma in incontro, come quando i due pugili, nel vivo del match, si rifugiano nel clinch abbracciandosi: sono talmente vicini da trovarsi di nuovo al sicuro. Il ring non è più solo un luogo dove difenderci.

Quando il pensiero si lascia avvicinare, si dissolve. Quando si dissolve, ciò che resta è la semplice quiete dell’essere, quella che non ha bisogno di proteggersi da nulla perché nulla può realmente ferirla. C’è solo un ring che si trasforma in spazio aperto, dove anche le ombre possono finalmente deporre i guantoni e diventare ciò che sono sempre state: movimenti momentanei, transeunti e impermanenti nella vastità che li ospita.