Dolci colline vestite di vigneti ordinati che mutano colore con le stagioni, dal verde tenero della primavera, all’oro profondo dell’autunno che introduce ad un periodo piovoso, freddo e soprattutto nebbioso, sono la rappresentazione di uno dei territori più identitari e densi di storia del nostro Paese: le Langhe, in Piemonte. Il nome, di origine celtica, fa riferimento proprio a quelle “lingue di terra” - Langhe appunto - così come si presentano le colline: allineate, verticali e parallele, caratterizzate dal fenomeno climatico, la nebbia, che a sua volta dà il nome all’uva più identificativa di questo territorio, il Nebbiolo.

La viticoltura è conosciuta qui già da millenni, quando in epoca romana le tecniche di coltivazione e vinificazione dei Galli si mescolavano alle tradizioni nostrane di origine etrusca. La produzione di vino, attraversando fasi alterne, si è poi intensificata, per strutturarsi e organizzarsi definitivamente nell’Ottocento, prima ad opera di Amedeo di Savoia e della riforma agraria che mirò a concentrare la viticoltura sulle colline, e più tardi ad opera del Ministro dell’Agricoltura Camillo Benso Conte di Cavour, che promosse l’export dei vini piemontesi aumentandone il prestigio internazionale.

Cavour fu egli stesso attento imprenditore vitivinicolo a Grinzane (oggi Grinzane Cavour) dove nei dintorni del suo meraviglioso castello curò attentamente la produzione di vino con un approccio molto moderno: sperimentazione in vigna, attenzione alla qualità più che alla quantità fecero di Grinzane un vero laboratorio agricolo. Ispirandosi ai modelli francesi, introdusse nel Piemonte le tecniche di vinificazione più avanzate che portarono il Barolo a diventare il vino che è oggi: un vino secco, di grande struttura e da invecchiamento.

Ma la trasformazione avvenne in realtà per intuizione e volontà della Marchesa Giulia Colbert, francese, vedova del marchese Falletti, proprietario di tenute nei territori che vanno da Barolo a La Morra a Castiglione Falletto. Alla morte del Marchese, sua moglie, rimasta sola a gestire le immense proprietà viticole, e abituata allo stile dei vini francesi, già all’epoca secchi, strutturati, lasciati affinare dal tempo, volle “piegare” allo stesso stile il nebbiolo prodotto nelle Langhe, e in particolare il Barol, come veniva chiamato localmente, fino ad allora vino dolce, tanto amato dagli inglesi e dal presidente americano Thomas Jefferson.

Ma per la marchesa questo era un dettaglio: supportata da Cavour che condivise con lei una visione moderna della produzione di vino, impose caparbiamente la sua intenzione: chiamò dalla Francia l’enologo più importante dell’epoca, Oudart, che applicando le sue conoscenze e la sua esperienza al nebbiolo, riuscì egregiamente nell’operazione di trasformazione enologica del Barolo. Il sovrano Carlo Alberto di Savoia chiese conto alla Marchesa della popolarità del suo vino e del successo straordinario. La Marchesa rispose con l’invio a Palazzo Reale a Torino di ben 325 carri, su ciascuno dei quali c’era una botte di Barolo, che il Re apprezzò indiscutibilmente.

Fu così che il Barolo si meritò l’appellativo di “Re dei vini e vino dei Re”.

Purtroppo ben presto, tutta l’Europa fu falcidiata dall’attacco dei tre più devastanti parassiti delle vigne: l’oidio, la fillossera e la peronospora uno dopo l’altro costrinsero tutti i viticoltori a rifondare la coltivazione della vite in tutto il continente, e mentre le soluzioni di natura fisica, chimica, biologica e tecnico-pratica alle calamità necessitavano di tempi di elaborazione e di messa in pratica piuttosto lunghi, le conseguenze sul piano economico nel settore vitivinicolo furono disastrose, costringendo il settore ad arrancare per diversi decenni. L’industrializzazione del Ventesimo Secolo diede un ulteriore colpo alla viticoltura piemontese che perse gran parte della forza lavoro, mentre si attraversavano due guerre mondiali e l’assetto del territorio assumeva tutt’altri contorni.

Oggi le Langhe sono luogo evocativo definito da deliziosi piccoli borghi silenziosi, estremamente curati che custodiscono tradizioni secolari, e che pullulano di enoturisti, rintanati nei numerosi locali e ristoranti tipici, accolti e coccolati con la proposta irrespingibile di sperimentare per quanto possibile, il prestigioso vino che ci rappresenta in tutto il mondo, in abbinamento a piatti capaci di reggere tale austerità e maestosità, come risotti e brasati al barolo, funghi e tartufo bianco di Alba, e gli innumerevoli formaggi del luogo. Ma non si può dipingere un quadro esauriente di questo luogo magico saltando a piè pari il periodo delle due guerre. Nessun aspetto ludico riguarda le Langhe avvolte dalla nebbia e dal freddo che traspare in maniera spontanea dall’opera di due esponenti tra i più noti della nostra letteratura: Cesare Pavese e Beppe Fenoglio.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. È questa in estrema sintesi una citazione e insieme il significato profondo de La luna e i falò, l’opera di Cesare Pavese pubblicata poco prima della sua tragica morte e considerata il suo capolavoro, nel quale il suo protagonista dopo aver vissuto a lungo lontano dal suo paese, vi fa ritorno e comincia a ripercorrere il suo passato. Il viaggio a ritroso è però carico di inquietudine: le aspettative sono puntualmente deluse.

Chiunque sia stato costretto a lasciare la propria terra per diventare cittadino di un luogo lontano, anela al ritorno tutta la vita, ma quando il ritorno si realizza, la delusione è grande, perché nel frattempo tutto è cambiato. Nonostante ciò, seppure il passato non si possa recuperare, esso non si può nemmeno mai dimenticare.

Le colline, apparentemente eterne, custodiscono invece ferite profonde: la povertà contadina, la guerra, la violenza, la solitudine. Le Langhe sono molto più di uno sfondo: sono un luogo di nostalgia e di verità, dove si intrecciano memoria personale e storia collettiva, bellezza e dolore, senso di casa e impossibilità del ritorno. Nessuno più di Cesare Pavese, che aveva sperimentato il confino in quanto antifascista, ci restituisce un’idea delle Langhe che rivestono un carattere profondamente simbolico. Non sono soltanto un paesaggio geografico, ma diventano uno spazio dell’anima, il luogo delle origini, della memoria e del destino. La nebbia che scende sui vigneti insieme al freddo, scende anche sull’anima, non solo quella dello scrittore, ma su quella collettiva, dove tutti condividono una vita di povertà e fatica vissuta tra i filari, ma anche di condivisione, rispetto e silenzi.

A differenza di Pavese, Beppe Fenoglio ci disegna un luogo concreto: le Langhe non sono simbolo, sono terra, sono rifugio, sono teatro di battaglie e di sommosse, di guerriglie e imboscate, sono scenario di Resistenza. Durante la guerra, le colline diventano allo stesso tempo rifugio e trappola: proteggono i partigiani ma al tempo stesso li espongono, li isolano, li costringono a una lotta solitaria. In Fenoglio il paesaggio delle Langhe ne Il partigiano Johnny riflette la condizione morale dei personaggi nonché del protagonista che è proiezione dell’autore: la loro inquietudine, il loro coraggio, la loro tragica giovinezza.

Nel romanzo mai terminato Una questione privata il protagonista Milton, in più occasioni inseguito dai tedeschi, attraversa un territorio duro, accidentato, percorso da sentieri che conducono a cascine isolate, a boschi, a crinali esposti. Questo paesaggio rispecchia l’incertezza e l’angoscia di Milton, che si muove senza tregua, e la sua ossessione privata, la sua ricerca ossessiva di verità si districa dentro la cornice di una guerra collettiva.

Le colline diventano metafora di un labirinto emotivo, dove ogni salita e ogni discesa sembrano tradurre la tensione morale del protagonista, diviso tra la Resistenza e la sua “questione privata”, l’amore e la gelosia per Fulvia. Così le Langhe, nella sua opera, assumono un valore universale: sono il simbolo di una terra amata e sofferta, teatro di eroismo e dolore, spazio concreto e insieme epico, dove la storia d’Italia si intreccia con le vite individuali. Fenoglio ha trasformato le sue colline in un luogo letterario assoluto, capace di parlare non solo del Piemonte, ma della guerra, della scelta, della libertà.

Le Langhe sono anche terre di luce, quella luce filtrata dalle foschie mattutine, più frequentemente nebbie che scendono basse sui vigneti ambrati, oro e ocra, e proteggono quell’uva che da quelle stesse nebbie prende il nome, o forse dalla patina di pruina che avvolge gli acini per proteggerli. Strade bianche serpeggiano fino a casolari isolati, mentre risuonano nelle vallate i rintocchi da campanili posti in cima alle colline, che tagliano i silenzi e la quiete profonda di quei custodi del tempo che sono i borghi, permeati di dedali di viuzze.

Le Langhe non urlano ma sussurrano, non si impongono, ma conquistano, come un elegante calice di nebbiolo, dall’inconfondibile colore rosso granato chiaro, che con i suoi sentori floreali di rosa appassita, violetta e pot-pourri di fiori secchi, sembra voler mantenere sempre uno sguardo rivolto al passato a tempi che furono e che non ritorneranno.