C’è una linea sottile che separa la realtà dall’immaginazione e da sempre l’uomo tenta di oltrepassarla. È il confine che divide il visibile dall’invisibile, la scienza dalla fede, la ragione dal sogno.

Sin dall’alba dei tempi cerchiamo risposte che non si lasciano misurare: gli antichi interrogavano il cielo, costruendo templi per placare dèi capricciosi.

I Maya e gli Aztechi offrirono sacrifici umani perché il sole non smettesse di sorgere. Gli Egizi mummificarono i corpi per garantire all’anima un ritorno; i Greci immaginarono un Olimpo popolato da divinità che riflettevano le passioni degli uomini. Oggi abbiamo satelliti e radiotelescopi, ma la domanda resta la stessa: che cosa c’è oltre ciò che vediamo?

Le religioni hanno dato nomi diversi all’invisibile. Un Dio unico, molti dèi, spiriti, energie, principio. Sono modi di tradurre l’ignoto nel linguaggio di un’epoca e di una cultura. L’ateo nega, il credente accoglie, lo scienziato indaga, ma tutti cercano. Perché credere è parte della nostra struttura emotiva e cognitiva, una bussola che orienta il senso anche quando la rotta sfuma.

Quando il sapere cresce, il mistero non svanisce: muta pelle, si nasconde in altre pieghe dell’invisibile. Galileo puntò il cannocchiale verso il cielo e frantumò verità ritenute eterne, ma nello stesso gesto aprì abissi ancora più profondi. Newton vide cadere una mela e comprese la forza che regge il mondo, ma non trovò risposta al perché del desiderio che spinge lo sguardo oltre le stelle.

Ogni volta che la scienza spegne un’ombra, l’uomo ne scopre un’altra. Quando i miracoli si dissolsero sotto la lente del raziocinio, nuovi enigmi presero forma: più sottili, più inquietanti, forse ancora più vicini all’anima di chi cerca.

image host Castello di Gropparello, provincia di Piacenza. Negativo del secondo scatto: il gruppo sul fondo non è più a fuoco, mentre lo è la velatura comparsa sulla sinistra, simile a un mezzo busto di spalle con un velo. Foto di Walter Maria Calarco.

Nell’Ottocento nacquero i circoli spiritisti, dove si tentava di dare voce all’invisibile. Tavolini che si muovevano, colpi sul legno, messaggi tracciati da mani in trance: era l’epoca in cui il mistero entrava nei salotti borghesi.

Allan Kardec, filosofo francese, cercò di dare ordine a quel caos di esperienze codificando lo Spiritismo in un vero e proprio sistema di pensiero, dove la comunicazione con l’aldilà diventava una forma di conoscenza dell’anima.

In Italia, persino Cesare Lombroso, padre della criminologia moderna, si lasciò affascinare dal fenomeno: dopo aver assistito a una seduta con la medium Eusapia Palladino, dichiarò che “qualcosa di reale doveva pur esserci ”. Per un uomo di scienza come lui fu un passo audace, quasi eretico, ma rivelatore di quanto il confine tra fede e ragione possa farsi sottile.

Nel Novecento la ricerca cominciò a migrare dai salotti alle aule sperimentali. Alla Duke University, Joseph Banks Rhine inaugurò il primo centro dedicato allo studio scientifico della parapsicologia, dando un metodo e una disciplina a fenomeni fino ad allora considerati evanescenti. Parallelamente Karl Zener elaborò le sue celebri carte simboliche, uno strumento pensato per mettere alla prova telepatia, chiaroveggenza e psicocinesi con criteri misurabili, rendendo l’indagine più rigorosa e aperta al confronto.

I risultati furono controversi, oscillanti tra scetticismo e stupore. Non ne nacque una prova definitiva, ma un’eredità di domande che ancora oggi ci accompagnano: cosa può davvero la mente umana? Fino a dove si spinge la sua capacità di percepire, di trasformare, di connettersi a ciò che non si vede? A volte persino chi pretende prove tangibili si è trovato a dover guardare oltre.

Nella storia delle indagini giudiziarie non mancano casi in cui le autorità, pur con scetticismo, hanno chiesto aiuto a sensitivi. È accaduto più spesso di quanto si creda. Il nome di Gerard Croiset, olandese, ricorre in diversi dossier di polizie europee e americane: si dice che riuscisse a localizzare persone scomparse o oggetti nascosti partendo da un semplice dettaglio, una fotografia, un indumento. In alcuni casi le sue indicazioni portarono davvero a ritrovamenti.

In Inghilterra, negli anni Settanta, Nella Jones divenne nota per la precisione di certi particolari forniti agli investigatori, tanto da spingere la BBC a dedicarle un documentario.

Negli Stati Uniti, pure l’FBI, pur senza mai ufficializzare, ascoltò più volte il parere di medium come Eileen Garrett o Dorothy Allison. Gli esiti restano controversi: chi crede parla di prove di una percezione extrasensoriale, chi nega attribuisce tutto a coincidenze o deduzioni intuitive. Ma forse la verità è che la mente, in rari individui, riesce davvero a oltrepassare confini che la scienza ancora non sa misurare.

Ci sono poi le esperienze di premorte. La luce bianca, la sensazione di pace, talvolta l’incontro con chi non c’è più, sono racconti ricorrenti in chi è stato dichiarato clinicamente morto e poi è tornato alla vita. Lo psichiatra Raymond Moody ne raccolse centinaia, aprendo un dibattito che continua. Le neuroscienze propongono spiegazioni legate all’ossigenazione cerebrale, alla chimica del cervello, a memorie che si accendono come ultime scintille. Eppure rimane un margine che resiste alla riduzione. Soglia fisiologica o soglia metafisica? Forse entrambe, perché non sempre i piani della vita sono così separati.

Credere di essere soli nell’universo è forse la più grande delle utopie umane. L’idea che, tra miliardi di galassie e infiniti mondi, la vita abbia scelto soltanto noi sembra quasi un atto di presunzione più che di fede nella scienza. Già negli anni Cinquanta, quando i cieli si riempirono di luci inspiegabili, il termine UFO entrò nel linguaggio comune. Erano anni di entusiasmo tecnologico e di paure nucleari, ma anche di interrogativi cosmici. Quelle scie improvvise, quei dischi che sfidavano la logica della gravità, riaccesero l’antica domanda: siamo davvero soli?

Da allora gli avvistamenti si sono moltiplicati, registrati da piloti, astronauti, radar militari. Oggi non si parla più di UFO ma di UAP, “Unidentified Aerial Phenomena”, come se il linguaggio dovesse farsi più cauto, più scientifico. Eppure i rapporti ufficiali restano aperti: velocità impossibili, virate istantanee, oggetti senza propulsione visibile. Le ipotesi spaziano dalle tecnologie segrete di qualche potenza alla presenza di intelligenze non terrestri. Ma la verità, se esiste, continua a sfuggire.

In parallelo, sulla terra, si sono moltiplicati i cerchi nei campi di grano. All’inizio semplici forme geometriche, poi strutture complesse, disegni che ricordano codici, mandala, mappe stellari. In molti casi si è scoperto l’inganno umano, in altri no. Gli steli appaiono piegati, non spezzati, come se un calore interno avesse agito in modo uniforme e silenzioso. Alcuni fisici hanno ipotizzato microonde, altri una forma d’energia ancora sconosciuta.

Per molti è solo arte o suggestione collettiva, per altri un linguaggio cosmico, un tentativo di comunicazione con chi sa ascoltare.

Certo è che ogni volta che un nuovo cerchio appare, ogni volta che una luce attraversa il cielo e scompare senza lasciare traccia, l’uomo torna a interrogarsi. Forse non su chi c’è là fuori, ma su cosa davvero sia la realtà che abitiamo. Perché se anche fosse tutto frutto di errori, illusioni, coincidenze, rimarrebbe comunque un messaggio nascosto: che la curiosità, la meraviglia e il mistero sono ancora capaci di farci alzare gli occhi al cielo.

Vale anche la pena ricordare un episodio rivelatore della nostra vulnerabilità alla suggestione. Nel 1938, con una radiocronaca della Guerra dei mondi, Orson Welles riuscì a far credere a migliaia di americani che fosse in corso un’invasione marziana. Bastò una voce credibile, bastò l’ansia di un tempo incerto. È una lezione che non dovremmo dimenticare.

Il mistero tuttavia non si limita solo al cielo o ai campi di grano, si annida nella pietra, nell’acqua, nei segreti che il tempo custodisce. Le piramidi di Giza sembrano dialogare con la cintura di Orione secondo alcuni studiosi, come se gli antichi avessero voluto lasciare un messaggio per chi, millenni dopo, avrebbe osservato il cielo. Altri parlano di coincidenze geometriche e di selezione dei dati, ma il fascino rimane intatto.

Il Triangolo delle Bermuda, teatro di sparizioni inspiegabili, trova spiegazioni nella meteorologia e nella statistica, eppure la leggenda persiste, a testimoniare il confine sottile tra scienza e immaginazione.

Atlantide, nata dalla narrazione di Platone, continua a riaffiorare in ipotesi che la collocano a Bimini, a Santorini, oltre le Colonne d’Ercole. La comunità scientifica resta prudente, ma il mito sopravvive perché parla di una civiltà perduta che forse, sorprendentemente, ci assomiglia.

Peter Kolosimo avanzò l’idea che la storia dell’umanità non sia lineare, ma ciclica. Secondo lui, la nostra civiltà potrebbe rappresentare la settima preistoria, un punto di arrivo dopo secoli di crescita, progresso e conoscenza. In questo modello, ogni ciclo culmina con un periodo in cui l’intelligenza e la tecnologia raggiungono livelli straordinari, ma l’ingenuità, la presunzione, la violenza, la stupidità o l’avidità umana scatenano un collasso, un’autodistruzione che cancella in parte o del tutto i segni del passato. Da questo punto di rottura, un nuovo ciclo prende avvio, con l’uomo costretto a ricostruire, riscoprire e reinventare ciò che era andato perduto.

È un’idea che affascina perché spiega o almeno prova a spiegare i misteri irrisolti della storia: antiche tecnologie dimenticate, civiltà che scompaiono senza lasciare tracce e leggende che continuano a riaffiorare come echi di un passato ciclico. Allo stesso tempo ci invita a riflettere sul presente: quanto sappiamo davvero, e quanto rischiamo di ripetere gli stessi errori che i nostri antenati hanno già pagato?

Tra le storie che alimentano questo immaginario circola persino quella di un mammut siberiano ritrovato con un proiettile nel cranio. Secondo i paleontologi, l’episodio potrebbe avere spiegazioni naturali o essere frutto di errori di interpretazione, ma la leggenda è sopravvissuta perché tocca un punto sensibile della nostra curiosità: l’idea che nel passato possano celarsi frammenti di conoscenze o eventi che non comprendiamo pienamente.

La sua forza narrativa risiede proprio in questo: ci invita a guardare il mosaico della storia con occhi più attenti, a sospendere il giudizio e ad accogliere l’ignoto come uno spazio in cui la meraviglia e la ricerca continuano a coesistere. Ogni frammento, ogni anomalia, ci ricorda quanto poco sappiamo davvero e quanto il passato possa ancora insegnarci, sorprendendoci anche dove la scienza sembra avere l’ultima parola.

Anch’io ho incontrato l’inspiegabile. Da ragazzo mi affascinava tutto ciò che ruotava intorno ai misteri dell’ufologia, della parapsicologia, dell’occulto. Una notte, su una collina, accadde qualcosa che non ho mai dimenticato. Il cielo era limpido e silenzioso, poi, all’improvviso apparve una luce intensa, bianca, quasi accecante. Era una sfera perfettamente rotonda, lontana ma visibile con una nitidezza irreale. Rimase immobile per qualche istante, poi scattò verso destra, quindi a sinistra, infine tornò al centro con una velocità incredibile, fulminea, quasi irreale. Sempre della stessa dimensione, come se lo spazio non avesse alcun potere su di lei, come se le distanze si piegassero al suo passaggio.

Dopo una breve immobilità cominciò a pulsare, a cambiare colore, la luce sembrava respirare. E poi, senza un suono, scomparve. Il giorno dopo i giornali riportavano che la sera precedente erano stati avvistati fenomeni luminosi tra Brescia, Bergamo e Milano.

Da quel momento la curiosità si trasformò in passione. Lessi, studiai, partecipai a incontri, parlai con studiosi e scettici. Cercavo un senso, una risposta. E anche se col tempo non vidi più nulla di simile, quella notte restò un graffio dolce nella memoria, un varco che non si è mai chiuso.

Ma l’incontro più forte arrivò anni dopo, nel 1997, quando mi trovai al Castello di Gropparello, in provincia di Piacenza, scelto dopo vari sopralluoghi come location per girare una prova spettacolo della trasmissione Stranamore1, condotta da Alberto Castagna, che in quegli anni era il programma più seguito della televisione italiana, trasformando la domenica sera in un appuntamento collettivo atteso da milioni di spettatori per seguire le storie raccontate.

La scelta del luogo non fu casuale. Il castello sorge infatti su uno sperone roccioso di origine vulcanica, affacciato su un orrido profondo e selvaggio scavato dal torrente Vezzeno, una conformazione che lo rende quasi inespugnabile. All’interno delle mura è presente anche un antico altare celtico, traccia di una sacralità arcaica che precede il maniero e contribuisce all’identità profonda del luogo.

Le riprese si svolsero senza alcun intoppo, contrattempo o minimo guasto e questo colpì profondamente la proprietaria, che ci spiegò come in passato le troupe fossero sempre state costrette a interrompere il lavoro a causa di microfoni che smettevano di funzionare, telecamere bloccate o registrazioni svanite nel nulla. Il fatto che fossi riuscito a portare a termine il lavoro la lasciò incredula, al punto che qualche tempo dopo mi contattò per raccontarmi la leggenda che avvolgeva il castello e, colpita dalla mia esperienza, mi propose di scrivere e girare un film ispirato a quegli eventi.

Da quell’incontro nacque l’idea de “Il Predestinato”, la storia di Rosania Fulgosio, castellana murata viva per gelosia dal marito Pietrone. Fu così che, per approfondire la leggenda, organizzai direttamente al castello una full immersion di una settimana, coinvolgendo altre persone che ne conoscevano i dettagli e che avrebbero contribuito alla stesura della sceneggiatura.

Immersi in un lavoro intenso e scrupoloso tra scrittura e sopralluoghi nelle camere segrete, respirammo appieno i misteri del castello, che ogni giorno ci riservava episodi strani e sorprendenti. Erano tuttavia le notti, quando silenzio e ombre si facevano più densi, a svelare dettagli impossibili da ignorare e a rendere l’esperienza ancor più indimenticabile.

Tra tutti quegli accadimenti, ce n’è uno che mi ha segnato profondamente, un ricordo che non ho mai raccontato perché l’ho sempre custodito gelosamente nella mia memoria e che, ogni volta che riaffiora, porta con sé l’atmosfera sospesa e misteriosa di quelle notti al castello.

Ciò che lo rende davvero unico rispetto a tutti gli altri avvenimenti è un particolare straordinario: l’esistenza di una prova unica, concreta e irripetibile, una serie di cinque fotografie consecutive scattate con una piccola macchina reflex automatica a pellicola che porto sempre con me, che documentano la straordinarietà di quel momento.

image host Castello di Gropparello, provincia di Piacenza. Negativo del terzo scatto: il gruppo sul fondo resta sfuocato, mentre la stessa sagoma, a fuoco, si è spostata a destra. Foto di Walter Maria Calarco.

Come potete osservare nella sequenza riportata nel testo, nel primo scatto il gruppo appare perfettamente a fuoco, nonostante il flash non fosse stato utilizzato.

Nel secondo scatto – va sottolineato – il gruppo sul fondo non è più a fuoco, mentre lo è la velatura comparsa sulla sinistra, simile a un mezzo busto di spalle che indossa un velo.

Nel terzo scatto il gruppo sul fondo resta sfuocato, mentre si nota chiaramente che la stessa sagoma, a fuoco, si era spostata a destra.

Nel quarto scatto la presenza è sparita e – va sottolineato – il gruppo sul fondo, seppur senza luce perché il flash ancora non ha funzionato, è perfettamente a fuoco.

Nel quinto scatto, dove il flash ha finalmente deciso di funzionare, la foto risultò perfetta.

Mi preme sottolineare che feci analizzare i negativi in più laboratori: esito identico ovunque: nessuna anomalia, nessuna manipolazione, nessun riflesso. Assolutamente perfetti.

Forse una coincidenza, forse la suggestione di un luogo carico di storia, capace di evocare immagini inattese. O forse, come mi piace credere, un segno gentile di Rosania, la dama che ancora aleggia tra quelle mura, che ha scelto di manifestarsi in questo modo, come per ringraziarmi o semplicemente far sentire la sua presenza.

Il film non fu mai realizzato, ma la sceneggiatura e le fotografie restano, così come resta il mistero: quel punto in cui la ragione si arresta e la memoria, silenziosa, continua a respirare.

Enigmi che abitano le menti, nei recessi più profondi di ciò che crediamo di conoscere e che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo.

Freud lo chiamò inconscio e tentò di mappare le sue profondità, esplorando un territorio dove ragione e impulso si intrecciano senza confini netti.

Jung colse invece un respiro collettivo, popolato di simboli e archetipi che attraversano culture e epoche, testimonianza di un patrimonio invisibile che ci unisce.

Bergson suggerì che la coscienza è un flusso continuo, impossibile da ritagliare in singoli istanti, mentre Hillman parlò dell’anima del mondo come di una trama di senso in cui siamo immersi, spesso senza accorgercene.

Anche la fisica, a suo modo, ci ha abituati a vertigini che incrinano il buon senso. L’incertezza di Heisenberg ci ricorda che non tutto può essere misurato con precisione.

La relatività di Einstein ci mostra che tempo e spazio non sono ciò che sembrano e la doppia natura della materia, ora particella, ora onda, rivela un reale meno solido di quanto ci illudiamo.

Forse è proprio nella consapevolezza dei limiti della nostra mente che si nasconde la chiave di alcuni fenomeni rari. Forse esistono individui capaci di accedere a risorse percettive e cognitive ancora in gran parte inesplorate. Non serve chiamarle magia: basta riconoscere che sappiamo di non sapere.

E poi c’è la questione più grande.

È davvero plausibile che siamo soli nell’universo? La statistica suggerisce il contrario. Eppure non abbiamo prove definitive. Alcuni dicono che chi sa non parla, altri che chi potrebbe mostrarsi non lo fa. Il silenzio è un enigma. Ma il silenzio, come insegnano i mistici e gli scienziati quando tacciono davanti ai dati, è anche uno spazio in cui si affinano le domande.

I misteri che avvolgono l’umanità sono infiniti. Talvolta siamo noi a costruirli per esigenze di controllo, di potere, di racconto. Alcune di queste storie si sgonfiano alla prova dei fatti, altre si rivelano errori o frodi, altre ancora restano in quel margine che non possiamo chiudere. È in quel margine che, forse, si misura l’ampiezza della nostra umanità.

Dopo anni di letture, viaggi, esperienze e incontri ho imparato che il mistero è la parte più raffinata della conoscenza. Non è un difetto da correggere, ma un motore che ci spinge. Credere è un atto di coraggio. Dubitare con rispetto è un atto d’amore per la verità. Forse non sapremo mai se qualcuno ci osserva dalle stelle, se davvero alcuni riescono a percepire ciò che sfugge ai più, se il male può assumere una forma e parlare, l’esorcismo diventa non solo rito, ma anche tentativo di riportare equilibrio tra fede, paura e fragilità psichica.

Forse chi legge ha vissuto qualcosa di simile. Un segno, una presenza, una luce che non ha mai dimenticato. Se è così mi piacerebbe ascoltarla. Perché è nel raccontare i nostri misteri che cominciamo, a volte, a comprenderli.

Eppure, anche dopo aver osservato, indagato, creduto e dubitato, resta un’ultima soglia. Se Dio esiste, perché lo chiamiamo in mille modi? Forse perché ogni popolo e ogni epoca hanno sentito il bisogno di dare forma all’invisibile. Gli dèi degli Egizi, di Atene, di Tenochtitlán o dell’antica Sumeria furono tentativi di dare un volto al mistero.

Oggi lo chiamiamo Energia, Universo, Cosmo, eppure la domanda rimane la stessa da millenni. La scienza è arrivata fino al Big Bang, ha ascoltato l’eco del primo respiro cosmico, ma non sa che cosa l’abbia generato. Conosce l’istante in cui tutto ha iniziato a espandersi, non ciò che c’era prima del tempo né perché l’universo abbia scelto di esistere.

Forse proprio lì, dove la ragione si arresta e il linguaggio tace, comincia la verità. E l’uomo, guardando ancora una volta verso il cielo, torna a chiedersi la domanda più antica e più semplice.

Chi ha acceso la luce.

image host Castello di Gropparello, provincia di Piacenza. Negativo quarto scatto: la presenza è sparita e il gruppo sul fondo, seppur senza luce perché il flash ancora non ha funzionato, è perfettamente a fuoco. Foto di Walter Maria Calarco.

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Note

1 Stranamore, edizione 1996-97, Il Drago e la Luna.