Il mestiere del traduttore è da sempre un’arte gravata dal sospetto, costretta a muoversi nel fragile crinale di un’accusa antica quanto il binomio paraetimologico in cui si inserisce: traduttore-traditore. Il paradosso potrebbe però non essere una condanna, bensì la pietra angolare su cui poggia l’intero edificio della letteratura. L’impossibilità di una perfetta trasposizione potrebbe quindi non essere un fallimento, ma il segno vitale e irrinunciabile della distanza, della ricchezza e dell’unicità del senso.
Per comprendere l'intraducibilità, bisogna partire dal gesto primordiale del suo nome. La parola italiana traduzione, erede del latino trāducĕre un composto che unisce trans (oltre) e ducĕre (condurre) suggerisce un atto di trasferimento, un portare un significato da una sponda all’altra. È la metafora del ponte o del varco.
Questa immagine del trasbordo risuona in altre lingue con sfumature rivelatrici sul significato stesso del concetto. Il tedesco Übersetzung, per esempio, evoca l'atto di traghettare (übersetzen), un attraversamento su acqua, dove il rischio e la precarietà del viaggio sono parte integrante dell’impresa. I Greci, invece, distinguono tra l’interpretazione del senso (hermēneía) e il trasferimento letterale (metaphrasis). Già nell’antichità si avvertiva che la parola era più di un contenitore, quasi un enigma che esigeva sia l’esattezza che il chiarimento.
Tuttavia, il senso letterario non può mai essere un carico inerte, separabile dal suo involucro. La resistenza del testo affonda le radici in quel legame così intrinseco, così carnale, che lega il pensiero alla sua lingua d’origine. La lingua è il primo orizzonte in cui il pensiero può finalmente respirare e formarsi. Ogni dioma rappresenta così un cosmo chiuso ed in perenne dialogo, riflettendo idee, geografie e memorie che non possono essere semplicemente sradicati e trapiantati senza che la loro essenza ne risenta. È questa specifica complessità linguistica che il traduttore si trova ad affrontare nel suo compito di traghettatore.
Il battito del senso tra trasparenza e carico segreto
La vera battaglia sull'intraducibilità si combatte innanzitutto su un piano filosofico, che vede contrapposti due sogni speculari. Da una parte, vi è l’ideale antico dell’univocità, il desiderio di una verità pura, trasparente e inequivocabile, un’utopia perseguita da filosofi come Husserl, che vedeva nel senso il contenuto autonomo, salvabile e trasferibile senza danno essenziale. Per questa visione, il linguaggio è uno strumento e la traduzione un semplice cambio di veste.
Ma la letteratura, in quanto espressione della plurivocità e dell'equivocità come nell’opera labirintica di James Joyce, smaschera questa pretesa. La parola non è mai un oggetto assoluto, ma un atomo linguistico intriso di poliedricità, in una fitta rete di storia e cultura. Non ha un senso proprio, ma una densità irriducibilmente impropria. Se la filosofia tende a liberare il senso dalla sua carne linguistica, la letteratura ne proclama l'indissolubile aderenza.
Ed è proprio in questo attrito tra la domanda di univocità - per essere compreso - e la realtà dell’equivocità - che lo rende unico - che il testo narrativo trova la sua forza motrice. La traduzione si ritrova, così, nel tormento del double bind: il testo deve essere tradotto, ma, nella sua essenza più profonda, si nega ad esserlo.
Il doppio vincolo e la legge della sopravvivenza
Per Jacques Derrida, la traduzione non è né un successo né un fallimento, perché vive di un’impossibilità necessaria. Il filosofo postula che un testo non possa essere né totalmente traducibile, né totalmente intraducibile, ma debba essere l’uno e l’altro allo stesso tempo. Se un’opera fosse totalmente traducibile, essa morirebbe subito, poiché il suo corpo linguistico verrebbe annullato ed il senso, reso puro e autonomo, non avrebbe più bisogno di reincarnarsi. Si tratterebbe in parte della morte della forma. Al contrario, se fosse totalmente intraducibile, cesserebbe di essere lingua, precipitando in un'assoluta inintelligibilità che la renderebbe muta e insignificante, già nel suo luogo d'origine. Questa doppia impossibilità è lo slancio intrinseco della narrazione.
L'intraducibilità, in questa luce, esige questo compito con urgenza. È il divario che mantiene aperto il desiderio e la necessità di sopra-vivenza (sur-vivre). Un testo, come un organismo, non può restare immobile; per restare vivo, deve affidarsi al transfert, mutare, trasformarsi. L’originale stesso, per sua natura, reclama la traduzione come unica via per la sua maturità.
L’arte del mediatore e l'omaggio all'alterità
In questa vertigine, il traduttore si fa demiurgo e mediatore culturale, lavorando sul confine fra l’estraneo e il familiare. Egli affronta l’intraducibilità dei culturemi, ovvero, quei concetti carichi di un’identità culturale specifica che non hanno equivalente nella lingua d’arrivo. Si pensi alla complessa sfumatura del Schadenfreude tedesco, la gioia per l’altrui disgrazia, o alla malinconica nostalgia della Saudade portoghese. Di fronte a queste lacune, non resta che l'adattamento, la parafrasi o l'innesto di un prestito, espandendo e arricchendo la lingua ricevente.
Paradossalmente, l’intraducibilità trova il suo modello più limpido nel testo sacro, in particolare la Bibbia, che per Benjamin e Derrida è il traduttibile per eccellenza. Il testo sacro, infatti, è quello in cui l'inseparabilità tra senso e lettera raggiunge il suo culmine; ed è proprio in quanto massimamente intraducibile, massimamente legato al suo corpo, che esso richiede la traduzione con la massima urgenza e sacralità. L’ineffabile esige di essere continuamente letto, decifrato e tradotto anche all'interno della stessa lingua.
In un’ottica più ampia, assumere il limite dell'intraducibilità è un atto di etica politica. Significa riconoscere che la lingua non è mai pura e non deve sottomettersi all'assimilazione, resistendo all'addomesticamento di un sapere dominante. La resistenza del testo è la rivendicazione di un’alterità che non vuole essere annullata.
L’esperienza umana è, in definitiva, un’esperienza di traduzione continua, di differenza e di debito reciproco. Non vi è inizio puro, né fine certa, ma solo il movimento del passaggio tra un testo e l'altro, una lingua e l'altra, un senso e il suo corpo.
Accettare l’intraducibilità è perciò un altro modo di accettare questa costante mutazione del senso e della storia. È in quell’interstizio, tra l'impossibile e l'urgente, che la traduzione diviene la dimensione stessa in cui la vita, e la letteratura con essa, continuano a pulsare e a espandersi.















