«I falsi dovrebbero essere apprezzati per quello che sono, invece di essere giudicati per ciò che non sono», affermava Eric Hebborn, uno dei più celebri falsari del Novecento. Uomo colto, disegnatore finissimo, autore apocrifo di opere attribuite ad antichi maestri per collezionisti e musei troppo desiderosi di possederne una.
Eric Hebborn aveva un’alta considerazione della propria professione. Per lui, il falsario di genio è colui che offre ad un maestro del passato una nuova possibilità di esistere. Compito tutt’altro che semplice, perché il falsario deve entrare nel laboratorio fisico e mentale dell’altro e prenderne possesso: lo sguardo sul mondo, i movimenti della mente, il gesto della mano, la pressione del tratto, le esitazioni, le preferenze compositive, la qualità dei pigmenti, il modo in cui piega una stoffa o osserva il cielo.
Un falso ben riuscito non è interessante perché inganna. È interessante perché mette in crisi il criterio con cui l’originale viene distinto dall’imitazione. Finché il falso è rozzo, tutto è tranquillo: il mondo è ancora ordinato e ben distinto, da una parte il Vero, dall’altra il Falso. L’esperto si compiace del proprio acume; il museo riposa sereno sul valore dei propri investimenti.
Ma quando un falso ben riuscito, dopo anni di apprezzamenti unanimi, esce allo scoperto e proietta la propria ombra sui custodi dell’autenticità, si aprono questioni imbarazzanti: come è stato possibile non riconoscere il falso? E, se il falso non è distinguibile dall’originale, che cos’è, precisamente, l’originale? So che certe domande non bisognerebbe porle, perché, se non si sa come trovare le risposte, ci si ritrova in mezzo a un guado: non si sa come andare avanti e non si può tornare indietro, perché ormai le domande sono lì ad attendere.
La questione dei falsi non si pone solo per le opere d’arte. Vale per i testi, per i documenti, per i reperti archeologici, per abiti, gioielli e orologi, e in genere per tutto ciò che una collettività ritiene degno di valore, economico, politico o semplicemente simbolico. Al vertice di questo universo della contraffazione vi sono i falsi che sono riusciti a influenzare il corso della storia, come la Donazione di Costantino.
La Donazione di Costantino è un documento redatto tra l’VIII e il IX secolo per legittimare i possedimenti territoriali del Papato e la sua superiorità sul potere imperiale. Il testo sosteneva che l’imperatore Costantino il Grande, nel IV secolo, avesse ceduto a papa Silvestro e ai suoi successori la sovranità su Roma, sull’Italia e sull’intero Impero Romano d’Occidente. Nel 1440, l’umanista Lorenzo Valla dimostrò, analizzandone lingua e stile, che il latino usato non era quello del IV secolo e presentava anacronismi incompatibili con quell’epoca.
I falsi che cambiano la storia finiscono forse per diventare veri?
Talvolta il falso svolge una funzione encomiabile. Penso a Han van Meegeren, un pittore olandese che riuscì a vendere a Hermann Göring un falso Vermeer. Il caso è istruttivo perché trasforma il truffatore in un burlone irridente dell’arroganza e della presunzione dei gerarchi del Terzo Reich.
L’aspetto sorprendente di questa storia di falsari è che il falso e la conseguente possibilità di riconoscerlo sono all’origine dell’idea di intelligenza artificiale. Quando Alan Turing rifletteva sulla possibilità di un’intelligenza artificiale, non avendo una teoria a cui appellarsi, propose un test pragmatico: una macchina può dirsi intelligente se, rispondendo a domande di un soggetto umano, questi non riesce a distinguerle da quelle fornite da un altro essere umano. La macchina viene dichiarata intelligente se l’inganno regge.
La domanda di Turing si ripropone oggi ogni volta che qualcuno interagisce con l’Intelligenza Artificiale Generativa — sarebbe meglio chiamarla più sommessamente Macchina del Linguaggio, Malin. Al pari di Hebborn e van Meegeren, che si impadroniscono del modo di pensare di un artista, Malin assimila dai milioni di testi su cui viene addestrata l’uso che gli umani fanno del linguaggio per dare forma al mondo dell’esperienza. Malin è in grado di produrre non i testi già esistenti, ma quelli che potremmo scrivere. In sostanza, genera uno spazio di possibilità in cui innumerevoli testi attendono di germinare.
Rispunta la domanda: se un testo di Malin e un testo umano sono indistinguibili, che senso ha affermare che il testo di Malin è un falso e quello dell’umano è un originale? Non stiamo riproducendo, ancora una volta, il mito consolatorio della centralità e dell’unicità dell’umano nell’universo? Di solito, chi pone la domanda si accanisce a dimostrare che le macchine del linguaggio non sono, e non potranno essere, intelligenti perché non sono come gli umani: non hanno un corpo come gli umani, non pensano come gli umani, eccetera, eccetera.
Una posizione che mi riporta alla mente la questione delle macchine volanti ai tempi di Leonardo. Il limite concettuale di Leonardo risiedeva nella convinzione che, per volare, l’uomo dovesse replicare i movimenti della natura. Leonardo osservò ossessivamente gli uccelli, concludendo che il segreto fosse il battito delle ali e che, per volare, bisognasse spingere l’aria verso il basso. Cercò inutilmente di risolvere il problema della forza motrice con complessi sistemi di carrucole e leve.
Dai fallimenti di Leonardo un osservatore avrebbe potuto concludere, a buon diritto, che nessuna macchina avrebbe mai potuto volare, perché nessuna macchina mossa dalla forza umana avrebbe potuto vincere la gravità, dato il basso rapporto potenza/peso generato dalla forza muscolare dell’uomo. Oggi, quell’osservatore, guardando un aereo volare, si chiederebbe se il volo dell’aereo sia un vero volo, perché solo gli uccelli volano davvero. L’inerzia mentale gli impedisce di accettare che si possa volare sfruttando principi diversi: proprio come fanno gli aerei, che sfruttano la portanza, cioè la spinta verso l’alto generata dall’aria che scorre più velocemente sulla parte superiore dell’ala grazie alla sua forma arcuata.
Sta accadendo qualcosa di simile con le abilità cognitive che chiamiamo intelligenza. Per secoli abbiamo creduto che pensare, scrivere, argomentare, rispondere con pertinenza fossero facoltà intrinsecamente umane. Ora compare una macchina che non ha infanzia, non ha corpo, non prova vergogna né vanità e tuttavia produce testi, inferenze, sintesi, variazioni stilistiche, talvolta con una perizia che mette in imbarazzo il suo costruttore. Dovremmo forse dire che non pensa perché non è umana?
Non so se Malin sia intelligente nel senso filosoficamente robusto del termine. Il dubbio resta, ed è bene che resti. Ma una cosa ormai sembra difficile negare: l’intelligenza, qualunque cosa sia, non appartiene al solo Homo sapiens. Possiamo avanzare l’ipotesi che esistano altri sistemi capaci di elaborare testi densi di significato, generare risposte pertinenti, costruire mondi simbolici e perfino superare alcune nostre prestazioni cognitive.
Il problema che dobbiamo porci è un altro: non se Malin abbia copiato bene le capacità umane, ma se, avendole riprodotte troppo bene, non ci stia obbligando a rivedere ciò che sappiamo dell’originale.















