Questa è una storia sbagliata. Cominciò un centinaio di anni fa, precisamente nel 1926, ed è finita con fiumi d'inchiostro. Anzi, non è ancora finita. Successe allora che a un giovane pittore, Rex Whistler, fosse chiesto di decorare la sala da tè del seminterrato della Tate Gallery (oggi Tate Britain), un ambiente senza finestre, basso e grigio.
Lui inventò una visione panoramica che abbracciava tutte e quattro le pareti, raccontando con un affresco una storia fantastica, un po' bucolica e un po' bonariamente ironica, in cui un gruppo di sette personaggi stilizzati e abbigliati con abiti improbabili, stile ottocentesco, partivano dalla magione di un fantomatico duca di Epicurania con biciclette, cavalli e carrozze per un viaggio di caccia immaginario attraverso varie epoche e continenti.
L'obiettivo era spiegato nel titolo: Spedizione alla ricerca di carni rare. I giovani in questione, eccentrici avventurieri gastronomici, amanti di cibi e bevande esotiche, attraversano mari e fiumi, foreste selvagge e colline pastorali, incontrano unicorni e sirene, sparano a leopardi e cervi. Attraversano anche città italiane, arrivano persino alla Grande Muraglia cinese e, alla fine del viaggio, sono accolti nuovamente dal duca di Epicurania che li saluta in mezzo a una folla festante.
Lo stile rassicurante, i colori gentili, la storia fantasiosa e fanciullesca assicurarono un grande successo a Whistler, appena ventiduenne, tanto che molti esponenti dell'aristocrazia britannica se lo contesero per affrescare le loro dimore di campagna e di città. Il suo professore, Henry Tonks, fu orgoglioso di quell'opera e, al momento dell'inaugurazione, nel 1927, la definì “come la più divertente di tutta Europa”. E poiché la storia parlava di cibo e di persone felicemente gaudenti, la stanza venne trasformata in un ristorante: “The Rex Whistler Restaurant”.
Niente è successo per decenni, fino a quando Zarina Muhammad e Gabrielle de la Puente, esponenti di un gruppo chiamato White Pube, che si occupa di critica d'arte, libri, video games, cibo e altro, non decisero di etichettare il murale come 'razzista'. Era il 2018 e da allora è successo di tutto, compresa la chiusura del ristorante, la nomina di commissioni per decidere le sorti del murale, con il rischio che potesse essere distrutto, il compromesso finale che, nel 2024, ha visto la riapertura della stanza proibita con l'affresco reso invisibile da un'illuminazione fioca, oltre che affiancato da un enorme schermo in cui si proietta un filmato di venti minuti dove il povero Whistler è interrogato da un professore aggressivo che gli getta addosso tutto il repertorio della “cultura woke”.
Il fatto è che nei molti metri in cui si svolge il racconto del murale le due critiche del White Pube hanno individuato immagini a loro dire grottesche di personaggi cinesi e, soprattutto, due scene in cui appare un bambino nero portato via alla madre e ridotto in schiavitù. Sono figure stilizzate, alte pochi centimetri e perse in metri quadrati di paesaggio, ma è bastato per gridare allo scandalo, per considerare l'affresco “inequivocabilmente offensivo”, chiedere la chiusura del ristorante, impedire la vista del murale e volere addirittura la sua distruzione.
La Tate Britain, istituzione culturale tra le più accreditate nel mondo dell'arte, ha in qualche modo accettato il biasimo e la censura, pur cercando per fortuna di salvare almeno il salvabile. Certo, è vero che, se il Black Lives Matter, movimento contro le discriminazioni e le violenze nei confronti della comunità nera, è nato negli Stati Uniti, l'Inghilterra, unico paese dell'Occidente, ne è rimasta profondamente influenzata, al punto di veder crescere manifestazioni e proteste.
Non solo, la cancel culture, connessa con il movimento americano, ha provocato negli ultimi anni numerose situazioni imbarazzanti in nome dell'uguaglianza delle razze e poi anche dei sessi.
Così è persino successo che una ragazzina inglese di dodici anni si è vista rifiutata nella sua scuola perché nel giorno in cui tutti i componenti della classe erano stati invitati a dimostrare le tradizioni del loro paese, lei aveva indossato un abito con i colori della bandiera inglese, in nome di Shakespeare, del tè e del fish and chips. Niente da fare: offensivo per i suoi compagni stranieri!
Ma davvero si crede di poter cancellare la storia e la cultura che l'accompagna? Davvero si pensa di poter tacciare di razzismo persino le opere d'arte? Davvero Rex Whistler, che morirà in Normandia a 39 anni combattendo contro i nazisti, può essere considerato un intollerante xenofobo e le sue opere condannate come arte depravata?
Ho pranzato nel ristorante della Tate, mi sono divertita a cercare di seguire gli ineffabili personaggi nel loro giro del mondo. Lo confesso: non solo non ho trovato niente di strano o depravato nei cinesi, ma non ho neanche visto quel bambino nero in catene, alto appena pochi centimetri, in mezzo a tanta moltitudine di personaggi, alberi e avvenimenti buffi e impossibili.
E dopo, quando, sollecitata dalle polemiche, sono andata a cercarlo, non l'ho trovato né offensivo né angosciante, solo un indizio della curiosità e del pensiero del tempo. Mi angosciano molto di più le nostre intransigenze, i nostri dogmatismi, le bombe lanciate contro civili inermi, le violenze contenute nelle immagini di guerra, quelle purtroppo del nostro tempo, anzi dei nostri giorni.
Se l'opera di Whistler è stata considerata alla stregua di un film horror, cosa pensare di Gauguin e del suo modo di rappresentare le donne polinesiane, guardandole con uno sguardo che allora era maschile e oggi si direbbe certamente maschilista? E dello stesso Manet, che nella sua Olympia ci mostra una donna bianca, se pur prostituta, nella sua bellezza, mentre la serva è oltremodo grassa, brutta e di carnagione nera? Tutti razzisti? Tutte opere da distruggere per liberarci da una nostra presunta cattiva coscienza? La storia è storia, e non si può cancellare. Esiste però un concetto che si chiama progresso e che dovrebbe portare a crescita e passi avanti della nostra civiltà, anche se purtroppo, come in questa storia sbagliata, assistiamo a bruschi momenti di arresto.
La soluzione escogitata oggi dalla Tate Britain è un brutto compromesso. La stanza è di nuovo aperta al pubblico e l'affresco è salvo, ma praticamente nascosto da un'illuminazione quasi inesistente che lo rende invisibile. Uno schermo gigante campeggia nel centro dell'ex ristorante e un filmato dalla sonorità squillante quasi ci assorda ripetendosi in continuazione. È l'installazione che dovrebbe assolverci dai nostri mali.
La Tate l'ha affidata all'artista Keith Piper, uno dei protagonisti del British Black Arts Movements, il quale ha immaginato un dialogo (ovviamente interpretato da due attori) tra Rex Whistler e un'accademica dei giorni nostri, tal professoressa Shepherd. Se all'inizio la conversazione cerca di ricostruire il periodo in cui l'artista è vissuto, dopo si trasforma in un vero e proprio interrogatorio contro il sempre più intimidito Whistler, costretto a una debole difesa dei suoi crimini artistici, fino a dover promettere di ritoccare il murale dando un riconoscimento al bambino nero nella parte finale dell'affresco.
Tra le altre cose l'artista che, vale la pena ripeterlo, è morto combattendo contro i nazisti, quindi anche per difendere le future signore del White Pube e dell'infuriata professoressa Shepherd, viene anche incredibilmente accusato di essere attratto dal militarismo perché a 14 anni andò a vedere la parata della vittoria a Londra, con cui venne celebrata la fine della Prima Guerra Mondiale. Non è un po' cavilloso?
Comunque, se un giovane di 100 anni fa ha dipinto qualcosa che oggi ci appare inaccettabile, che dire della rabbia implacabile e vendicativa di quella professoressa che rappresenta il nostro tempo? Cosa ci suggerisce per il futuro?
Non ci resta che sperare che questa storia sbagliata sia soltanto – come dicono gli inglesi – una tempesta in una tazza di tè. Nonostante il brutto compromesso, per fortuna il murale è salvo, in attesa di tempi migliori. Ha da passà a nuttata, direbbe l'ottimo Eduardo.















