Dove le acque azzurre della costa ligure si mescolano con le scogliere, fioriscono viaggi poetici senza tempo. Hanno una meta vaga eppure precisa, quella di andare via per poter tornare a quelle stesse salate acque. Il pellegrinaggio modernista di Eugenio Montale ne è un esempio e rappresenta un percorso caratterizzato da introspezione e da una connessione viscerale con la natura e con gli scogli, su cui si arrampica tutta la sua poetica. Nelle sue opere, Montale conduce il lettore in un regno dove il paesaggio ligure, con la sua eterna unione di terra e mare, funge contemporaneamente da musa e da specchio.
Per comprendere appieno questa dinamica, è necessario considerare le origini dell'autore. Nato a Genova nel 1896, Montale trascorre le sue estati a Monterosso, nelle Cinque Terre, a causa di una salute cagionevole. Il legame con questo luogo specifico, così come con la città di Genova, giocherà un ruolo fondamentale nelle sue opere per tutta la carriera. È proprio in questo contesto che la geografia plasma l'esperienza letteraria dell'autore. Nelle mani di Montale il paesaggio è uno specchio allegorico che riflette un processo di auto-scoperta, imprigionandone l’essenza marina e marittima. Le scogliere arse dal sole, i venti implacabili e i terreni aridi sono sfondo e riflesso dei tumulti interiori e della contemplazione dell’autore.
La poetica delle cose: il correlativo oggettivo
L'approccio di Montale alla rappresentazione della realtà si inserisce nel più ampio movimento del Modernismo, che cerca un approccio unico e nuovo alle arti. Il modo in cui il poeta ne utilizza i dettami è peculiare, poiché si concentra principalmente sul ruolo delle cose. Questi oggetti fisici sono pensati per essere la rappresentazione di sentimenti universali, definiti "correlativi oggettivi", secondo la teorizzazione di T.S. Eliot. Speculando su oggetti concreti, come gli ossi di seppia, il lettore è in grado di comprendere ciò che l'autore intende su un livello secondario.
Montale stesso descrive questo meccanismo come lo spostamento tra un paesaggio fisico ed un paesaggio di parole, un processo di traduzione che esula dalla linguistica per farsi ontologia. Descrivendo le proprie fonti visive, il poeta afferma di voler aderire alla natura del terreno arido che calpesta e di voler costruire poesie “come un muro a secco”, chiuse e serrate. La scelta di menzionare i muri a secco offre un indizio sul suo modo di scrivere: insieme al termine ligure “scoglio", queste parole richiamano la nozione di aridità come ideale letterario. Per dipingere un paesaggio interiore, infatti, è necessario comprendere quanto i luoghi modellino l’esperienza e la prospettiva che scegliamo di avere.
L'estetica dell'aridità: Ossi di Seppia
Nell'opera d'esordio Ossi di Seppia, pubblicata nel 1925, la lente poetica di Montale si focalizza acutamente sul paesaggio costiero ligure e sulla sua secchezza, punto fondamentale della sua prima fase. Le scogliere aspre, i mari in burrasca e la storia marittima della sua regione natìa convergono e divengono terreno simbolico. In questo scenario, Montale naviga tra temi di transitorietà, isolamento e ricerca umana di significato.
La natura trascende qui la sua forma fisica e si reincarna in una dimensione simbolica, di onde che si infrangono contro le rocce e riflettono le correnti delle emozioni umane. Questa mescolanza di esterno ed interno, di terrestre ed emotivo, trasforma il paesaggio ligure in un riflesso appropriato del movimento interiore dello stesso Montale.
L'immagine centrale della raccolta, l'osso di seppia, racchiude in nuce il tema della dualità, rappresentando i momenti fugaci della vita e l'essenza duratura che giace sotto la superficie, levigata dalla salinità del mare. Questo relitto, scarnificato, riecheggia nell'esplorazione montaliana della condizione umana ed è grazie a questo intreccio tra natura e persona che Montale crea un dialogo che risuona oltre le rive liguri.
Il sole a picco e i cocci di bottiglia: analisi di Meriggiare pallido e assorto
Meriggiare pallido e assorto, scritta nel 1916, quando il poeta aveva solo vent'anni, incapsula vividamente l'essenza del paesaggio mentre tesse insieme temi del mare e della caratteristica aridità della regione.
Ambientata e inondata dal sole, la poesia inizia con l'immagine cruda del mezzogiorno; il neologismo "meriggiare" ne traduce perfettamente le connotazioni della canicola estiva, in cui viene immerso il lettore.
Montale descrive la terra come pallida, una scelta lessicale che lega la luminosità del sole alla qualità sbiancata e desolata del terreno. La secchezza della regione, con le sue rocce sterili ed un sole implacabile, diventa la tela su cui Montale dipinge le sue emozioni e riflessioni esistenziali. La terra descritta sembra quasi inospitale, moltiplicando il sentimento di isolamento e alienazione che spesso pervade l'opera dell'autore. È la presenza del mare ad offrire un netto contrasto alla terra bruciata dal sole, rappresentando la vastità, il mistero dell'esistenza e il passaggio incessante del tempo.
Nella strofa finale Montale pone sopra il muro di cinta della propria poesia una delle sue immagini più famose: i "cocci aguzzi di bottiglia". Questi frammenti taglienti rappresentano il concetto di "correlativo oggettivo" menzionato in precedenza, e possono essere visti sia come simbolo dei pericoli e delle difficoltà che spesso si celano sotto la superficie tranquilla dei pomeriggi estivi, ma anche della difficoltà per ogni persona di non sentirsi isolata. È la vita stessa ad essere paragonata a questo muro su cui riposano i vetri, mentre il poeta è assorto nei suoi pensieri, acutamente consapevole della tagliente realtà dell'esistenza.
Il contesto corale: Sbarbaro e Caproni
L'arrivo di Montale sulla scena letteraria ligure arricchisce ed al contempo interrompe il discorso prevalente del suo tempo. L'ambiente ligure, con la sua personalità inflessibile, dà vita infatti ad un marchio particolare di poesia, caratterizzato da austerità, introspezione e questa relazione simbiotica con la terra. Il connubio tra poeti ed entità geografica si cristallizza non solo nelle opere di Montale, ma anche in contemporanei come Camillo Sbarbaro e Giorgio Caproni.
Sbarbaro, ad esempio, cattura le complessità emotive del paesaggio ligure finemente avvicinandosi ai venti concisi che spazzano le sue scogliere. Anche Caproni fa eco alla giustapposizione di austerità e fascino del paesaggio, rivelando come l'identità letteraria della regione fosse condivisa da poeti che, come Montale, si trovavano sia plasmati che intrappolati dal paesaggio. L'impatto duraturo di Montale è stato riconosciuto con il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, per le sue espressioni poetiche che hanno interpretato in modo struggente i valori umani da una prospettiva realista. Ossi di Seppia fornisce un portale incantevole nella fusione di sé e ambiente, invitandoci a scrutare nelle profondità dei nostri paesaggi dell’anima.















