Il Carnevale non nasce per divertire. Nasce per evitare che il mondo imploda sotto il peso delle sue regole. È una sospensione necessaria, una frattura consapevole nel tempo ordinario, un momento in cui l’eccesso viene ammesso perché, se represso, diventerebbe distruttivo. Prima di essere festa è stato necessità, prima di essere colore è stato buio attraversato con lucidità.
Roma lo aveva capito già nel II secolo avanti Cristo. Dal 17 al 23 dicembre, durante i Saturnalia, l’Impero si concedeva il lusso del rovesciamento. Gli schiavi sedevano a tavola, i padroni servivano, l’insulto diventava linguaggio legittimo, il riso una forma di igiene sociale. Non era caos, era un uso sapiente del caos. Una società che sa concedersi una crepa è una società che regge.
Quando il Cristianesimo diventa struttura dominante, tra IV e V secolo, questo bisogno non viene cancellato. Sarebbe stato impossibile. Viene inglobato, spostato, disciplinato. Il disordine trova posto nel calendario, subito prima della rinuncia. Nasce così il tempo che precede la Quaresima.
Carnevale, carnem levare: togliere la carne, ma solo dopo averla celebrata fino in fondo. Il Medioevo, troppo spesso raccontato come cupo e repressivo, è in realtà un’epoca sorprendentemente carnale. Tra XII e XIII secolo le città europee esplodono di feste pubbliche. Le piazze diventano teatri a cielo aperto, i carri allegorici attraversano le strade raccontando storie comprensibili a tutti, spesso feroci, talvolta oscene, sempre intelligenti. Il popolo prende parola e, per farlo, si maschera.
La maschera nasce qui, come strumento prima che come ornamento. Coprire il volto significa proteggersi. Significa poter dire ciò che a volto scoperto sarebbe pericoloso. È il primo grande atto teatrale dell’umanità. Arlecchino appare alla fine del Cinquecento, probabilmente a Bergamo, terra povera, segnata dalla fame e dall’emigrazione. Il primo a dargli corpo è Alberto Naselli, detto Zan Ganassa, attore girovago che porta questo servo scaltro nelle corti francesi. Arlecchino non è buffo per caso. È fame che cammina, è intelligenza applicata alla sopravvivenza. Il vestito a toppe non è estetica, è biografia cucita addosso. Goldoni, nel Settecento, lo raffinerà, lo renderà più borghese, ma senza tradirlo. Gli darà struttura, non un’anima nuova.
Pulcinella nasce a Napoli quasi negli stessi anni. Fine Cinquecento. Silvio Fiorillo lo porta in scena per la prima volta. È una maschera che contiene una città intera. Servo e padrone, stupido e lucidissimo, vittima e carnefice. Napoli che ride di sé per non soccombere. Nell’Ottocento Antonio Petito lo rende contemporaneo, lo porta dentro la città vera. Nel Novecento Eduardo De Filippo ne raccoglie l’eredità più profonda, trasformandolo in coscienza dolente, in malinconia lucida. E Totò, che Pulcinella lo aveva nel sangue, lo porta nel cinema senza mai indossarne il volto. Non ne aveva bisogno. Era già tutto lì, nel corpo, nello sguardo, in quel tempo comico capace di diventare tragedia in un istante.
È a questo punto che Venezia entra in scena non come semplice luogo, ma come destino. Nel 1296 il Senato della Serenissima dichiara ufficialmente il Carnevale festa pubblica. Ma Venezia fa qualcosa che nessun’altra città osa fare. Nel Settecento la maschera smette di essere episodica e diventa quotidiana. Per mesi si può vivere coperti da una bauta, quel volto studiato per permettere di parlare, mangiare, bere senza essere riconosciuti. Venezia comprende che l’anonimato è una forma di potere. Casanova lo racconta senza pudore nei suoi scritti. Incontri, intrighi, seduzioni consumate sotto un mantello nero. Qui la maschera non nasconde, amplifica.
Ed è forse per questo che il Carnevale di Venezia mi affascina più di ogni altro. Forse perché Venezia, a prescindere dal Carnevale, è già maschera. È già teatro. È una città senza automobili, senza rumori meccanici, dove il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso. Anche quando è veloce, resta lento. Durante il Carnevale tutto questo si fa esplicito. La nebbia che sale dalle calli, i passi ovattati, i riflessi tremolanti sull’acqua. Eleganza, mistero, lentezza. Sguardi che passano e non si lasciano afferrare. È un Carnevale che non urla, seduce. Non ti travolge, ti avvolge. E resta addosso, come certi profumi che non se ne vanno più.
Altrove, invece, il Carnevale è esplosione. Viareggio, per me, è memoria d’infanzia. Ricordo quei carri giganteschi, sproporzionati, quasi inquietanti. Volti enormi che scendevano dall’alto come divinità meccaniche. Ricordo la pioggia continua di coriandoli, le stelle filanti ovunque, la musica assordante, la confusione totale. E insieme alla meraviglia, la paura. La paura concreta di perdere la mano di mamma e papà in mezzo a quella folla esagerata, incontrollata. Il Carnevale, lì, era bellezza e smarrimento nello stesso istante. Un’esperienza fisica, non solo visiva.
Accanto a questo esiste l’altra faccia, meno romantica. Quella delle goliardie. Negli anni Settanta e Ottanta, i giorni di Carnevale a scuola non erano sempre festa. Uova marce, schiuma spruzzata addosso, scherzi che diventavano prevaricazione. Un’esasperazione che spesso convinceva molti a restarsene a casa. E il tempo non ha cancellato tutto questo. Quelle goliardie non sono scomparse. Esistono ancora, cambiano forma, ma restano. Anche questo è Carnevale. Una festa che non sempre include. Che a volte impone. E che proprio per questo va raccontata senza edulcorazioni.
Fuori dall’Europa il Carnevale cambia pelle, ma non anima.
A Rio de Janeiro la maschera quasi scompare. O forse fa l’opposto. Qui non si ammira ciò che traveste, ma ciò che sveste. Il corpo diventa maschera. Pelle, sudore, movimento. È una celebrazione che affascina e stanca insieme.
Più che nascondere, espone. E non sempre libera. A New Orleans il Mardi Gras diventa identità, musica, riscatto collettivo dopo le ferite della storia. A Cadice il Carnevale è parola, satira feroce, canto politico. Cambiano i linguaggi, ma non il bisogno profondo.
Dentro questo tempo sospeso, anche il corpo chiede il suo tributo. Ed è qui che arrivano i dolci. Non come folklore, ma come gesto rituale. Un tempo comparivano solo quando dovevano comparire. Poche settimane prima della festa. Attesi. Desiderati. Uova, zucchero, grassi, frittura. Ingredienti preziosi che prima della Quaresima dovevano sparire dalle dispense. In Trentino i crostoi, ruvidi, concreti, fritti fino a diventare croccanti. In Veneto i galani, sottili come veli. In Piemonte le bugie, in Toscana i cenci, in Emilia le sfrappole. Cambia il nome, cambia la forma, resta il senso. Fragili, leggere, destinate a durare poco. Come la festa stessa. A Roma le frittelle venivano mangiate bollenti per strada, ustionandosi le dita. Gioachino Rossini ne era ossessionato. Diceva che un Carnevale senza fritto era un’opera senza finale.
Oggi tutto questo si è spezzato. A ottobre compaiono panettoni e pandori. A dicembre arrivano già i dolci di Carnevale. Prima ancora che la festa finisca, i bancali si riempiono di colombe e uova di Pasqua. L’attesa è stata cancellata. La globalizzazione ci ha regalato comodità, ma ha sottratto il tempo. E senza tempo non esiste rito. Senza rito non esiste memoria.
Il cinema lo ha capito. Fellini ha trasformato il Carnevale in circo dell’anima, in un’umanità grottesca e struggente. Visconti lo ha reso tragedia. Kubrick, in Eyes Wide Shut, lo ha trasformato in rituale freddo e inquietante, dove la maschera non libera ma inchioda. Dove l’anonimato diventa prigione. Il Carnevale è fotogenico perché è ambiguo. Come l’uomo.
Forse è per questo che continuo a guardarlo con una certa distanza. Non mi travolge, ma mi interroga. Perché il Carnevale, anche quando non ci appartiene del tutto, continua a raccontarci chi siamo. E soprattutto chi potremmo essere, se solo per un istante, avessimo il coraggio di indossare un altro volto. O di toglierlo.
E forse, dopo aver attraversato maschere, eccessi, memoria e disincanto, il modo migliore per chiudere un articolo sul Carnevale non è aggiungere un’ultima riflessione, ma cedere la parola a una storia. O meglio: a un testo teatrale.
Quello che segue nasce infatti come una vera e propria scrittura per la scena, pensata molti anni fa insieme a mia moglie Enza per una rappresentazione teatrale destinata ai bambini. Per esigenze di racconto, di spazio e di lettura, oggi quel testo viene qui trasformato in forma narrativa, ma senza tradirne lo spirito originario: il ritmo, i personaggi, il gioco continuo tra ingenuità e disincanto, tra risata e verità.
Perché il Carnevale, più che spiegato, va messo in scena.
È teatro per sua natura: un tempo sospeso in cui ogni ruolo può essere ribaltato, ogni scherzo dichiarato lecito, ogni maschera autorizzata a dire ciò che altrove resterebbe taciuto.
Chiudo quindi questo articolo non con una conclusione, ma con un racconto che nasce dal palcoscenico. Perché forse il Carnevale, alla fine, è proprio questo: una storia che ritorna, ogni anno, a ricordarci chi siamo stati e chi, per un attimo, possiamo ancora permetterci di essere.
È arrivato il Carnevale
I bambini sono seduti ordinati in platea, occhi grandi e scintillanti, mani aggrappate ai braccioli, cuori pieni di attesa. Il sipario si apre lentamente e lascia intravedere il palco vuoto. Silenzio. Poi, dal fondo, appare il Pagliaccio, solo, come se in tutto il mondo non ci fosse nessuno. Sorride, saltella leggero, quasi fluttuando. Porta un paio di occhiali giganteschi con lenti così nere che sembrano due piccole lune misteriose appiccicate sul naso. Corre lungo il palco, fa un giro completo, salta, si china come per accarezzare l’aria e si ferma al centro, trionfante.
Poi accenna un passo in avanti, inciampa su un tappeto invisibile, rotola goffamente di schiena con le spalle rivolte alla platea e si ritrova seduto sul pavimento con le gambe incrociate, come in meditazione. I bambini scoppiano a ridere, battendo le mani e scuotendo le teste increduli. Il Pagliaccio si rialza, sistema il cappello storto, aggiusta i bottoni sbilenchi e sempre con le spalle alla platea, riprende a parlare come se nulla fosse accaduto.
«Oh, finalmente è arrivato il Carnevale… che bella festa!» esclama, la voce traboccante di gioia. «Mi sono preparato tanto per questo giorno, perché a Carnevale ci si diverte… ma… aspettate un attimo… dove sono i bambini?! Mi avevano assicurato che sarebbero venuti… tanti bambini!»
«Siamo da questa parte! Girati… siamo di qua!» rispondono i bambini, nascosti tra le file e le poltrone, ridendo.
Il Pagliaccio, confuso, gira prima la testa, poi il corpo intero, come chi scopre improvvisamente un trucco ben riuscito. «Ma come avete fatto a spostarvi senza che io mi accorgessi? Siete dei bambini magici? Volate?»
«No» ridono i piccoli. «Sei tu che non ci vedevi bene.»
Il Pagliaccio ride, si tocca gli occhiali giganteschi e borbotta: «Io ci vedo benissimo!» Poi, colto da un dubbio teatrale, se li toglie e li lancia all’indietro con un gesto ampio e comico. «Ah, adesso sì che ci vedo bene!» Ma appena fa un passo avanti inciampa di nuovo e cade goffamente. Si rialza, si sistema i vestiti e riprende a parlare come se nulla fosse accaduto, suscitando una nuova fragorosa risata tra i bambini.
«Allora… dove eravamo rimasti? Sono contentissimo di vedervi, bambini! Oggi vi farò divertire insieme ai miei amici… ma prima ditemi: vi siete comportati bene?»
«Siiii!» gridano i bambini.
«E le vostre mamme e i vostri papà?» chiede con aria sospettosa.
«Nooooo!» rispondono i piccoli, ridendo.
Il Pagliaccio scoppiando in una sonora risata commenta: «Lo sospettavo! Ma non preoccupatevi… ci penso io!»
Dal fondo del palco entrano Arlecchino e Pulcinella. Arlecchino cammina tutto orgoglioso, con un enorme lecca-lecca in mano e un sacco di popcorn traboccante, così pieno che ad ogni passo ne cadono alcuni sul pavimento, creando una scia croccante e rumorosa. Si siede a un tavolino, posa il sacco rovesciandone un po’, e continua a leccare il suo lecca-lecca con espressione di grande soddisfazione.
«Uhm… quanto è buono… Me lo sono proprio guadagnato!» dice, facendo cadere un altro popcorn e cercando di prenderlo al volo, provocando un piccolo scivolone che fa ridere i bambini.
Pulcinella entra silenzioso, alle spalle, facendo cenno ai bambini di non dire nulla. Si avvicina ad Arlecchino, lo scruta con occhi attenti e con voce suadente dice: «Vediamo un po’, che lavoro faticoso avrai fatto oggi… visto che tu di solito non fai mai nulla?»
Arlecchino si gonfia d’orgoglio, facendo roteare il sacco di pop corn e mostrando il lecca-lecca come se fossero trofei. «Questa mattina sono andato a fare la spesa per la mia signora!» annuncia, facendo cadere ancora qualche popcorn e facendo rotolare il sacco sul pavimento come un piccolo tamburo.
Pulcinella si avvicina, osserva il sacco, sorride e propone: «Se vuoi, posso regalarti la mia moneta d’oro… in cambio del lecca-lecca e dei popcorn.»
Arlecchino esita, guarda i bambini, poi con un gesto teatrale degno di un’opera comica, porge il lecca-lecca e il sacco a Pulcinella. Pulcinella inizia a mangiare, ridendo così fragorosamente da contagiare i bambini, che battono le mani e cercano di imitare quella risata così travolgente.
Poi arrivano il Cipollone, la Patata e il Pomodoro. Il Cipollone si specchia continuamente, canticchiando e facendo inchini davanti al pubblico. La Patata, insicura della propria forma tonda, chiede al Pomodoro cosa indossare per il ballo. Il Pomodoro, fantasioso, le crea gioielli di piselli, collane di rami di prezzemolo e cinture di carote. La Patata gira, si guarda, un po’ dubbiosa, un po’ divertita. Il Cipollone la prende per mano e insieme iniziano a ballare, strappando applausi e risate.
Poi appare Pierrot, silenzioso e triste, che subisce spinte comiche ma mantiene sempre il sorriso. Quando riceve una valigia piena di carta e un trenino, i bambini esplodono di gioia.
Arlecchino torna più tardi con un sacco misterioso, raccoglie oggetti invisibili agli occhi degli adulti. Il Pagliaccio chiede: «Le pere?»
«No.»
«Le mele?»
«No.»
«Allora cosa?»
«Le stelle!»
Stelle cadenti, che solo a Carnevale si possono raccogliere. Il Pagliaccio non ne vede nemmeno una e questo crea ulteriore ilarità. Lo rincorre con un bastone, Arlecchino corre urlando: «Volevo solo divertirmi! A Carnevale ogni scherzo vale!»
Il Giullare introduce un asino speciale, che “legge” un libro mangiando zuccherini tra le pagine. I bambini osservano increduli, ridono e applaudono.
Alla fine tornano tutti: Arlecchino, Pulcinella, il Cipollone, la Patata, il Pomodoro, Pierrot, il Giullare, l’Asino e il Pagliaccio. Dall’alto scendono palloncini colorati, coriandoli e stelle filanti. I bambini salgono sul palco e tutti ballano insieme, ridendo e lasciandosi travolgere dallo spirito del Carnevale.
Perché il Carnevale non è solo uno spettacolo da guardare. È un mondo dove si cade, si ride, si finge e, per un attimo, si dice la verità.
Quando cala il sipario e i coriandoli smettono di cadere, resta sempre qualcosa a terra.
Non è solo carta colorata: sono frammenti di memoria, risate consumate, piccole verità dette di nascosto dietro una maschera.
Il Carnevale finisce, come finiscono tutte le feste.
Ma ciò che lascia non è mai del tutto effimero.
Resta lo sguardo dei bambini che credono alle stelle cadenti.
Resta la malinconia silenziosa di Pierrot.
Resta l’inganno di Pulcinella, la fame di Arlecchino, la vanità del Cipollone, la leggerezza del Pagliaccio che cade e si rialza.
E resta, soprattutto, la consapevolezza che non tutte le maschere servono a mentire. Alcune ci permettono di dire ad alta voce ciò che senza Carnevale non avremmo il coraggio di ammettere, di mostrare desideri, paure, sogni e stranezze che solitamente teniamo nascosti.
Per un giorno od anche solo per il tempo di una storia, possiamo essere chi vogliamo, trasformarci in chi ci diverte, sorprenderci di noi stessi e degli altri, cadere, ridere, inciampare e rialzarci senza vergogna. E in quel gioco di luci, di colori e di risate, scopriamo che la verità non è sempre quella che pensiamo, ma spesso è nascosta dietro un sorriso, dietro un gesto buffo, dietro una stella che qualcuno raccoglie dal cielo senza che noi ce ne accorgiamo.
Alla fine, quando tutto torna com’era, resta la sensazione di aver vissuto qualcosa di più grande: un piccolo miracolo quotidiano che ci ricorda che, a volte, per essere davvero noi stessi, basta permettersi di essere un po’ altro, un po’ strano, un po’ incredibilmente vivi.









![Emblema: OCVLVS NON VIDIT, NEC AVRIS AVDIVIT. (“Nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha udito [ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano]”; 1 Cor 2,9). Da: “Amoris Divini Emblemata Studio Et Aere Othonis Vaenii Concinnata”, Anversa, Officina Plantiniana (Balthasar Moretus), 1660](http://media.meer.com/attachments/3678a1b5ee9bbae40ba10f366bb599cc8ceeb4f0/store/fill/330/186/9cce82b450624bd0e0458251067bc048c0af9db7f35a91ad7176f7df63d9/Emblema-OCVLVS-NON-VIDIT-NEC-AVRIS-AVDIVIT-Nessun-occhio-ha-visto-e-nessun-orecchio-ha-udito-cio.jpg)





