Gabriele d’Annunzio fu legato a Mario Buccellati da una lunga e profonda amicizia, testimoniata da almeno cento lettere nelle quali il Vate commissionava gioielli e accessori unici da donare ad amici, commilitoni e muse ispiratrici.
La conoscenza tra l’orafo di fama e lo scrittore del vivere inimitabile fu un vero e proprio incontro tra anime affini, fin dai momenti successi al primo, cospicuo acquisto del Poeta. Iniziano in quel momento, infatti, le richieste più svariate: perle da abbinare a questo o quell’incarnato, portasigarette per i conoscenti più cari, monili per nobili in visita e quant’altro.
L’inclinazione di d’Annunzio sulla scelta dei colori da commissionare a Buccellati, è sempre indirizzata al rosso e al blu (i colori del Principe di Montenevoso, titolo attribuitogli da Vittorio Emanuele III), soprattutto per l’ampia collezione che tiene per sé; come l’indimenticabile calamaio con tartarughina in pietra, ancora presente al Vittoriale.
Proprio al Vittoriale, nella Stanza delle Reliquie è presente il motto: 5 le dita, 5 le peccata (d’Annunzio non considerava peccaminose la lussuria e l’avarizia), adagio che potremmo legare a questa breve analisi di cinque destinatarie di altrettanti gioielli Buccellati; i quali permettono di conoscere meglio alcune compagne di vita o di un istante.
Una croce d’oro e ambra per Antonietta Treves
Antonietta Treves (nata Pesenti), moglie di Guido Treves, socio di maggioranza dell’omonima Casa Editrice è nota fra le dame dannunziane soprattutto per una grave inesattezza storica. Il biografo del Vate, Piero Chiara, la cita, infatti, nella biografia dedicata al Poeta del 1978, come una delle sue tante amanti, pubblicando il carteggio tra i due, benché non vi furono mai prove di una relazione amorosa.
L’ingiustizia non risiede soltanto nell’aver dato per certo il rapporto (secondo lo splendido volume a cura di Franco Di Tizio: Antonietta Treves e D’Annunzio – Carteggio Inedito), ma nell’aver tradito i desiderata testamentari di Antonietta, la quale richiedeva che le lettere, donate al Vittoriale, venissero pubblicate solo venticinque anni dopo la sua morte. Così non fu e il singolare rapporto “cameratesco”’ tra i due venne a galla in tutto il suo splendore, molti anni prima.
Le loro missive poco hanno in comune con i toni infuocati che il Principe abruzzese riservava alle sue amanti. Vi era, con Antonietta, una quasi fraterna intimità (d’Annunzio fu testimone alle sue nozze con Guido), nonostante l’evidente devozione di lei. Il Vate, invece, dopo un primo momento di ardore, si limitò ad una sincera riconoscenza che durò tutta la vita.
Un anello e un bracciale di “un certo valore” per omaggiare Donna Maria
La prima e unica moglie di d’Annunzio è, suo malgrado, storicamente considerata come una delle donne poste in secondo piano dal Poeta. Maria Hardouin, figlia dei Duchi di Gallese, conobbe d’Annunzio nel 1883 e la relazione (così come il successivo matrimonio) fu sempre osteggiato dalla famiglia di lei, per via della differenza di classe. La coppia, tuttavia, continuò a frequentarsi di nascosto fino alla stesura della celeberrima poesia Il Peccato del Maggio e alla fuga dei due a Firenze, dalla quale la Hardouin tornò incinta, costringendo il padre ad acconsentire alle nozze riparatrici.
Il matrimonio, però, naufragò poco dopo e, benché i due si fossero di fatto separati nel 1890, i rapporti rimasero sempre cordiali.
Uno “strano” bracciale a segmenti da donare alla Marchesa Casati
La poliedrica, effimera, divina Marchesa Casati instaurò con il Poeta un rapporto carnale sotto ogni punto di vista. D’Annunzio, infatti, era solito donarle accessori, abiti e gioielli in modo da poterla ‘toccare’ anche da lontano.
Conosciuta a una battuta di caccia, Luisa Casati rapì, per sempre, un pezzo di cuore a d’Annunzio, servendosi – al contempo – della fama di lui, per divenire l’opera d’arte di sé stessa. Vi riuscì, tanto da essere considerata dal Poeta una delle poche donne realmente in grado di sbalordirlo. Per lui fu La Lointaine, a sottolineare la di lei qualità di consegnarsi ad un pubblico di adepti, con vere e proprie apparizioni. Musa ispiratrice di uno dei romanzi più fortunati del Vate: Forse che sì, Forse che no, morì fagocitata dal suo stesso mito, perfettamente in linea con la descrizione di colui che l’amò per tutta la vita: ‘Inafferrabile come un’ombra dell’Ade’.
Una lunga collana in oro, argento e pietre dure destinata a Luisa Baccara
Singolare ruolo nella vita di Gabriele d’Annunzio venne ricoperto dalla pianista Luisa Baccara. La Signora del Vittoriale fu una delle sue amanti più fedeli e discrete, capace di resistere alle invidie e gelosie derivanti dall’essere una delle poche donne ad aver convissuto con d’Annunzio e ad aver portato con sé, nella tomba, il segreto del Volo dell’Arcangelo: la celebre caduta del Poeta da una delle finestre del Vittoriale causata – presumibilmente – da lei o dalla sorella Jolanda, la quale – pare – ne stesse rifiutando le avances.
La Baccara e il Vate si conobbero all’epoca dell’impresa fiumana e una delle tante leggende legate al loro rapporto la vorrebbe spia al servizio del Fascismo, ingaggiata nel tentativo di tenere a bada il temuto intelletto del Vate.
Tuttavia, la reciproca devozione è innegabile ed è attestata dalle oltre duemila missive che si scambiarono, dalle quali traspare la forza di una donna solo apparentemente remissiva e molto distante dall’appellativo greco che le attribuì il poeta: Smirkà (piccolina).
Orecchini e bracciale in ambra per esaltare l’incarnato di Letizia De Felici
D’Annunzio conobbe Letizia De Felici nel 1922 e intrattenne con lei una lunga relazione che si protrasse fino al 1935. Letizia, classe 1903, sposò Mario De Felici nel 1921 e con lui (proprietario di svariati negozi di abbigliamento fra Roma e il Lago di Garda) si trasferì proprio a Gardone, entrando così nell’orbita dannunziana, dati i molti ordini del Vate diretti alla Ditta De Felici. Letizia, in particolare, si premurava di procurargli il vestiario desiderato, nonché accessori e mercanzia varia da omaggiare (come fedelmente documentato dal carteggio raccolto da Vito Moretti in: Ariel e Mèlitta – Carteggio Inedito d’Annunzio – De Felici).
Le missive (tornate alla luce ad inizio anni Novanta, sorprendendo la De Felici stessa che le aveva sempre tenute segrete), nelle quali la ribattezzò Mèlitta per via della chioma color nocciola, rappresentano l’ultimo slancio d’ardore in d’Annunzio e sono da considerarsi come l’incandescente testamento erotico del Principe di Montenevoso.















