Essere “terrestri” significa esistere nel groviglio, complesso appunto, di una rete. Per quanto possiamo gettare lontano le conseguenze delle nostre azioni, esse tornano a “intaccarci”, perché non possiamo sfuggire agli intrecci terrestri ed ecologici con cui siamo intessuti e che condizionano la nostra esistenza. L’invasione delle cellule da parte del virus non è la causa del Covid-19: ne è solo il meccanismo. La sua causa è ecologica. Va, cioè, collegata alle lunghe e complesse catene d’azione che conducono a questa invasione.

(Mauro Ceruti, Francesco Bellusci, Umanizzare la modernità. Un modo nuovo di pensare il futuro)

Studiare la complessità porta a comprendere che tutto ciò che esiste è fondato su un principio relazionale: complesso, cum plexum, significa letteralmente “intrecciato con”. È un principio da cui non si può prescindere, perché tutto ciò che accade nel mondo, e in particolare nelle società umane, è il risultato di interazioni, connessioni, reciproche influenze. Le relazioni non sono un contorno o un aspetto accessorio, ma la condizione stessa della realtà in cui viviamo. Per questo motivo, quando si parla di complessità, si parla anche di paradigma relazionale. È un modo di pensare che si contrappone al paradigma separativo, su cui la cultura occidentale ha costruito la propria visione del mondo a partire dalla fine del Quattrocento. Quel paradigma si è fondato sull’idea di poter comprendere la realtà scomponendola in parti distinte, indipendenti e isolabili, analizzabili una per una, come se i fenomeni potessero essere separati dai loro contesti e dalle loro connessioni.

Per secoli, questa prospettiva ha prodotto straordinari risultati: ha permesso di sviluppare la scienza moderna, di compiere progressi tecnologici e di elaborare una visione razionale del mondo. Tuttavia, il contesto attuale rende evidente che quel modello di pensiero non è più sufficiente. Le sfide globali – ambientali, sociali, economiche – non possono essere affrontate attraverso approcci che separano anziché connettere, che semplificano anziché comprendere le interdipendenze. Il modo di pensare che poteva forse funzionare fino a pochi decenni fa oggi si rivela inadeguato. Viviamo in una realtà che non è più sostenibile nel tempo a disposizione nostro e delle generazioni future. Cresce così la consapevolezza della necessità di ripensare i presupposti di fondo del nostro modo di vedere, conoscere e agire.

Il presupposto del paradigma relazionale

Alla base del paradigma relazionale vi è il presupposto che siamo in relazione con tutto e con tutti. Siamo in relazione con le persone che conosciamo e con quelle che non conosciamo; con l’ambiente in cui viviamo e con ecosistemi lontani; con le condizioni climatiche che influenzano direttamente la nostra quotidianità e con quelle che agiscono altrove, ma che prima o poi si rifletteranno anche su di noi. E queste relazioni non riguardano solo lo spazio, ma anche il tempo: ciò che è accaduto nel passato continua a produrre effetti, e le nostre azioni di oggi stanno già generando conseguenze future – anche quando non ne siamo consapevoli. Ogni gesto, ogni decisione, ogni omissione contribuisce a modellare il contesto in cui viviamo e quello che erediteranno gli altri dopo di noi.

Qualsiasi cosa facciamo o diciamo – ma anche ciò che non facciamo o non diciamo – ha dunque degli impatti. Tuttavia, la nostra capacità di percepirli è estremamente limitata: riusciamo a cogliere solo gli effetti più immediati e visibili, in un arco temporale breve e in un ambito ristretto, quello che ci è più familiare. Non siamo invece in grado di comprendere, se non in minima parte, le relazioni che collegano ciò che facciamo oggi con ciò che accadrà tra mesi o addirittura anni. Se consideriamo che questo vale per ognuno di noi, possiamo solo intuire la complessità del sistema globale di relazioni incrociate che si genera dalle azioni - e non azioni - di miliardi di persone. L’effetto complessivo è spesso un senso di disorientamento: ci sentiamo sommersi da un presente difficile da interpretare e da un futuro che appare incerto o addirittura caotico.

Verso una nuova consapevolezza

Comprendere la natura relazionale della realtà non significa soltanto acquisire una conoscenza teorica, ma sviluppare una forma diversa di consapevolezza. È necessario imparare a riconoscere le interconnessioni che ci attraversano e ci uniscono, e ad assumersi la responsabilità degli effetti, diretti e indiretti, delle nostre azioni. Questa consapevolezza rende estremamente difficile sfuggire ai presupposti che ne conseguono e che indirizzano il nostro sentire e il nostro agire.

Questo implica l’acquisizione di nuove competenze: capacità di pensare in termini sistemici, di osservare i fenomeni da più punti di vista, di percepire le relazioni tra ciò che appare lontano o disgiunto. Significa anche allenarsi a cogliere la dimensione temporale delle relazioni – il legame tra passato, presente e futuro – e a comprendere che ogni scelta locale ha effetti globali, così come ogni evento globale influisce sulle nostre vite quotidiane. In un mondo interconnesso, la qualità delle relazioni diventa la chiave della sostenibilità, non solo ecologica ma anche sociale e personale. Non si tratta semplicemente di “collaborare” o “comunicare meglio”, ma di riconoscere che la nostra stessa identità si costituisce nella relazione, e che la qualità delle nostre interazioni determina la qualità del contesto in cui viviamo.

Con le parole di Carlo Rovelli1:

Pensiamo il mondo in termini di oggetti, cose, entità: un fotone, un gatto, un sasso, un ragazzo, un albero, un paese, un pianeta, un ammasso di galassie (…). Questi oggetti non stanno in sdegnosa solitudine. Al contrario non fanno che agire uno sull’altro. Sono queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere l’ecosistema, e non gli oggetti in sé, isolati. Il mondo che osserviamo è un continuo interagire.

Un nuovo paradigma culturale

Il passaggio dal paradigma separativo a quello relazionale non è un cambiamento puramente teorico, ma una trasformazione culturale profonda. Significa modificare le premesse stesse del nostro modo di interpretare il mondo: dal dominio e dal controllo verso la connessione e la coevoluzione; dall’illusione di poter osservare la realtà dall’esterno alla consapevolezza di farne parte. Accogliere un paradigma relazionale implica riconoscere che nessuna azione è neutra, che ogni scelta è situata e interdipendente, e che il futuro dipende dalla qualità delle relazioni che sappiamo generare oggi. È un cambiamento che tocca la scienza, la politica, l’economia, ma anche la vita quotidiana, i modi di pensare, le abitudini, il linguaggio stesso con cui diamo forma al mondo.

Siamo di fronte a una sfida culturale di grande portata: imparare a vivere e a pensare in modo relazionale, in un tempo in cui le interconnessioni – visibili e invisibili – che costituiscono la trama stessa della nostra esistenza sono sempre più negate o occultate.

Note

1 Carlo Rovelli, Helgoland, Adelphi, 2020.